Israele leader dei diritti?

Tra gli aspetti più sorprendenti della sesta sessione del Comitato Ad Hoc (Ad Hoc Committee), riunitosi a New York dall’1 al 12 agosto, per l’elaborazione della prima Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, vi è forse la posizione aperta di Paesi Arabi come il Libano, lo Yemen, la Giordania e il Marocco, o dello stesso Israele, a fronte delle posizioni occidentali, spesso “balbettanti” di fronte alla tutela dei diritti.
Alcune riflessioni di Pietro V. Barbieri, presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)

Mano che tiene un mappamondoL’accelerazione impressa nella seconda settimana dei lavori da Don MacKay, il presidente del Comitato Ad Hoc (Ad Hoc Committee), riunito nella sua sesta sessione a New York dall’1 al 12 agosto, per la discussione della nuova Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ha riservato sorprese non di poco conto.
Era prevedibile infatti che, negli ultimi giorni di attività, il tono delle trattative salisse di intensità, dalla discussione sul significato delle singole espressioni al dibattito sui grandi temi. Il presidente ha scelto però le armi, le modalità e i tempi del contendere, spedendo un preciso messaggio a coloro che si avvalevano della cosiddetta “melina” e che attraverso infinite sottigliezze terminologiche e linguistiche – talvolta realmente inconsistenti – tendevano a rimandare sine die l’approvazione della Convenzione.
Utilizzando tutto il suo peso di presidente nominato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e di diplomatico di lungo corso apprezzato dalla stragrande maggioranza dei Paesi, ha proposto e ottenuto di lavorare ad un testo unico elaborato dalla Presidenza sulla scorta del dibattito sin qui  avuto, quale documento base per i lavori a venire.
Ciò impedirà la presentazione di testi alternativi per ogni articolo – pratica seguita da alcune delegazioni – che non ha consentito a nessuno di esprimere un giudizio circoscritto e a MacKay di tirare le somme definitive di un testo col massimo consenso possibile.

Persino gli Stati Uniti, che non hanno sottoscritto nemmeno la Convenzione sui bambini e che prendono parte ai lavori dell’Ad Hoc Committee con apparente distacco, sono intervenuti con estrema decisione per contrastare le ipotesi metodologiche e le tempistiche proposte da MacKay perché, a loro dire, fuori budget, mostrando scarsa attenzione ai diritti delle persone con disabilità e molta preoccupazione per le risorse.
L’episodio, secondo alcuni esperti presenti, potrebbe essere ricondotto al nuovo corso determinato dall’ambasciatore USA presso l’ONU John Bolton, la cui complessa procedura di nomina si è conclusa durante la prima settimana dei lavori del Comitato.

L’impressione, per l’appunto, è di vivere la contaminazione del dibattito di New York sui diritti delle persone con disabilità, con le notizie che leggiamo quotidianamente sui giornali. Ovvero la chiara sensazione che il mainstreaming non sia solo una pertinente istanza delle persone con disabilità e dei loro familiari, bensì accada quotidianamente perché le persone con disabilità sono parte della vita della società, non un universo a sé stante.
Il movimento associativo è fermo in questa  intuizione e insiste per un dibattito al quale conseguentemente è difficile sottrarsi anche a livello internazionale.

A conferma di ciò, l’andamento dei lavori ha certamente conservato l’impronta dell’Unione Europea. Essa rappresenta una forza rilevante la cui Presidenza di turno parla con voce unitaria per conto dei 25 Paesi membri. Un ruolo, questo, che viene riconosciuto costantemente dalla Presidenza dell’Ad Hoc Committee, dalle delegazioni dei Paesi  presenti e dalle associazioni.
Le aspettative nei suoi confronti sono elevate anche per i principi costituenti e le politiche radicate nel Trattato di Amsterdam del 1999 e in quello di Nizza del 2003 dai quali prende spunto la Costituzione all’approvazione degli Stati membri.

In quest’ultimo passaggio, e quindi nell’obbligo dell’unanimità nelle decisioni e nell’estrema temporaneità della presidenza semestrale, si scorge la contraddittorietà del suo ruolo, a causa della riluttanza ad assumere posizioni coraggiose su istanze decisive, come inserire specifici articoli per i diritti dei bambini e delle donne con disabilità – anche se in odore di ridondanza con altre Convenzioni – oppure sulla cooperazione internazionale quale mezzo di redistribuzione delle ricchezze, quando per di più rappresenta il più importante donatore del pianeta, fino a venti volte superiore agli Stati Uniti.
Nelle ultime ore del dibattito vi è stato un diverso atteggiamento assai apprezzato dall’International Disability Caucus delle associazioni con il sintetico commento «It’s a move», dal quale trapela speranza per la riapertura dei lavori della settima sessione all’inizio del 2006, col testo elaborato dalla Presidenza dell’Ad Hoc Committee.

In quest’epoca segnata da veri o presunti scontri di civiltà tra Occidente cristiano e Oriente musulmano, i lavori delle Nazioni Unite sono stati scossi dalle imprevedibili posizioni assunte da Paesi Arabi come il Libano, lo Yemen, la Giordania e il Marocco sulla negazione di ogni forma di segregazione per le persone con disabilità a partire dalla scuola.
A fronte di “balbettanti” posizioni occidentali (Unione Europea, Canada, Australia e Nuova Zelanda) quei Paesi, assieme alla Giamaica e al Sudafrica, sono stati fieri avversari di ogni forma di istruzione speciale, anche se solo per i sordi, i ciechi e i sordociechi, come sostenuto dalla Thailandia.
Alcuni rappresentanti associativi hanno poi spiegato come in quei Paesi si stia assistendo ad un processo definibile di bottom-up, ovvero di rovesciamento dei fenomeni sociali determinati dalle oligarchie politiche e religiose, verso la partecipazione democratica in formazioni politiche e anche intermedie della società civile (sindacati, associazioni ecc.), che hanno dato vita a episodi storici come le recenti elezioni libanesi o la nuova legge marocchina sul diritto di famiglia.

Nonostante le immagini del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza che rimarranno impresse nella memoria collettiva, nessuno poteva attendersi posizioni israeliane più radicali del Giappone sui diritti sociali ed economici delle persone con disabilità e dei loro familiari.
Le assicurazioni private non tutelano il diritto all’assistenza delle persone con disabilità? Garantiamo che lo faccia lo Stato.
L’unica delegazione ad esprimersi con tanta chiarezza e senza mezzi termini è stata proprio quella di Israele al quale, non a caso, è stato affidato il coordinamento sull’articolo riguardante il diritto al lavoro.
Su questi temi si è espresso con più vigore delle stesse associazioni il cui complesso mondo torneremo a descrivervi prossimamente.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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