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Il fascino di Rubén Gallego

Un primo piano di Rubén GallegoIl fatto è che del documentario Siluro rosso di Maria Chiaretti, documentarista esperta di arte contemporanea, prodotto dalla casa di produzione Ottobre, distribuito dalla BIM e presentato alla prima Festa del Cinema di Roma dello scorso ottobre, è difficile parlare dal punto di vista tecnico.
Si tratta infatti di un lavoro pulito, rispettoso dell’oggetto che tratta, composto di un’alternanza di immagini riprese a spalla, in cui il protagonista racconta se stesso, e altre immagini di repertorio, scelte tra quelle di film come Freaks di Tod BrowningI quattrocento colpi di François Truffaut e soprattutto tra quelle dell’archivio dell’Istituto Luce.
La scelta di queste immagini avviene spesso con un criterio di opposizione, per cui, ad esempio, a contrappuntare la descrizione dell’immobilità fisica, vengono associate sequenze di corpi sani e giovani in felice e ginnico movimento, specie di tipo sportivo.

La vera forza del documentario non sta neanche nell’argomento, la straordinaria storia della “tenace sopravvivenza” di Rubén Gallego, un bambino cerebroleso dalla nascita nel 1968, paralizzato, abbandonato dai genitori, povero, costretto ad affrontare da solo angherie e sopraffazioni nel regime comunista dell’ex URSS, che incredibilmente, dopo la caduta del Muro di Berlino, riesce a scappare e a mettersi alla ricerca della propria famiglia in Europa, fino ad incontrare la madre e a scrivere un libro autobiografico, Bianco su nero, oggi tradotto in diverse lingue e in Italia pubblicato dalla casa editrice Adelphi.

Siluro rosso racconta la biografia dell’autore di Bianco su nero e lo fa affidandosi all’autore stesso, lasciandolo parlare davanti alla telecamera. Ecco dunque la vera forza dell’opera, è proprio lui, Rubén Gallego, un giovane che buca letteralmente lo schermo.
Intelligente, crudo, diretto, magnetico, bello, racconta se stesso e le atrocità che ha dovuto subire prima di incontrare la madre. Ascoltandolo, anche chi non ha letto il suo libro – che nel 2003 ha vinto il più importante premio letterario russo – può intuire che si tratti di un’opera notevole, originale, forte. Come lui.

Saper strisciare
A sfogliare poi un po’ di recensioni di Bianco su nero, ci si accorge che quasi nessun critico riesce ad evitare di citare l’incipit del libro: «Sono piccolo. È notte. È inverno. Devo andare al gabinetto. Inutile chiamare l’inserviente. Ho una sola possibilità: strisciare». Perché è particolarmente efficace e perché restituisce fin da subito i toni di tutto il romanzo e del carattere determinato del suo autore.
Nel documentario, Rubén ci accompagna per strada, nel salotto e nella cucina della sua casa, in biblioteca, e intanto racconta alla telecamera la sua storia.La regista Mara Chiaretti
La madre, Aurora, era figlia di un alto dirigente del partito comunista spagnolo in esilio a Parigi, amico di Picasso. Era stato lui a mandare Aurora ventenne a Mosca all’alba del Sessantotto. Lì, la giovane si era innamorata di uno studente venezuelano e da lui aveva avuto due gemelli, partoriti nella clinica del Cremlino.
Il padre le aveva comunicato che erano morti entrambi, uno dopo l’altro. Era vero a metà. Uno era morto alla nascita, l’altro era sopravvissuto, ma era cerebroleso, paralizzato e Ignacio Gallego preferì abbandonarlo in orfanotrofio all’insaputa della figlia.
Scambiato per disabile intellettivo per il fatto di non saper camminare, il piccolo Rubén deve imparare ben presto a difendersi nella giungla dei bambini dell’orfanotrofio. Quel che racconta è semplice e agghiacciante: «In orfanotrofio chi ha le gambe si prende il cibo, gli altri morivano di fame. Io ero diverso, ho imparato a strisciare».

Il sogno del siluro
Per due volte nel corso del documentario Rubén cita il siluro che dà il titolo all’opera della Chiaretti. Si tratta di una figura della sua fantasia, che gli serviva da piccolo per immaginarsi di esploderci abbracciato come un kamikaze, uccidendo tutte le persone causa della sua situazione ingiusta e morendo a propria volta con loro.
Più tardi, quando, imparato a leggere, diventa un gran divoratore di libri, il siluro torna ad affacciarsi nella sua mente. Questa volta ha le sembianze del Nautilus, il celebre sottomarino descritto dallo scrittore Jules Vernes  in Ventimila leghe sotto i mari: «Nel Nautilus vive una persona da sola con tutto il necessario: cibo, vestiti, aria. […] È indipendente da qualsiasi Governo. […] Mi immagino la mia carrozzina come il Nautilus».

L’URSS e gli Stati Uniti
Nel libro di Gallego, pubblico e privato si mescolano. Un assaggio di questo approccio c’è anche nell’intervista del documentario.
Rubén racconta infatti la propria vita nel regime comunista dell’ex URSS, dice di avere approfondito lo studio delle teorie marxiste e racconta anche che, di fronte all’evidenza delle situazioni estreme in cui era costretto a vivere, gli veniva detto dalla propaganda di Stato di trovarsi nel Paese più ricco, florido e sviluppato al mondo.
Gli Stati Uniti, il Paese capitalista che quella stessa propaganda sovietica gli ha insegnato a odiare, sono per lui in effetti il Paese “più crudele al mondo” ed è proprio lì che è andato quando per la prima volta è uscito dalla Russia. L’Università di Berkeley gli aveva offerto una carrozzina elettrica per l’occasione, ma se l’era ripresa al momento della sua partenza. Allo stesso tempo, però, dice Rubén, «l’America è anche il luogo dove sogna di essere nato».

Un'altra immagine di RubénI libri
Trovandosi a dover affrontare un inizio di vita così difficile e drammatico, Rubén sceglie di rifugiarsi nella lettura, che lo trasporta in mondi lontani e sconosciuti.
È dalla lettura che nasce la sua passione per la scrittura. «I libri sono un modo di parlare con il mondo, con le persone, i libri sono come le persone. Quando non trovo una persona la trovo nel suo libro. Rileggo sempre Dostoevskij, l’uomo non c’è ma il suo libro resta, e quando morirò, io non ci sarò più ma resterà il mio libro. Questo rende felici e anche un  po’ ottimisti».
La pubblicazione dell’autobiografia nel documentario Siluro rosso rappresenta il lieto fine della storia rocambolesca di Rubén, che dagli istituti per disabili nei quali è cresciuto riesce a scappare e a raggiungere l’Europa, dove, prima di pubblicare Bianco su nero, incontrerà la madre.

Il reality show
Contattato da un regista spagnolo interessato a realizzare un reality show su un figlio che ritrova la propria madre, Rubén accetta di collaborare pur di essere aiutato. Dovrà aspettare quattro anni, ma infine la redazione del reality gli pagherà il biglietto aereo da Mosca e lo metterà in contatto con la donna che vive a Praga.
In Siluro rosso incontriamo lei e la figlia. Aurora racconta di aver provato, nel vederlo, un forte e doloroso shock.
Spiega che non è vero, come sembrano dire molti talk show, che per una madre incontrare un figlio che credeva morto è un momento di profonda gioia: «Quando l’ho visto è tornato a galla tutto il dolore che avevo vissuto quando avevo creduto che fosse morto. È tornato a galla tutto quel periodo di tanto tempo fa che credevo sepolto».
Anche la madre, come il figlio, è una donna molto intelligente e incontrandola, Rubén la avverte che nel bar ci sono delle telecamere nascoste. Entrano subito in sintonia. Poi pian piano, spontaneamente, nel corso del tempo, raccontano l’uno all’altro quello che hanno vissuto nei trent’anni di separazione. E alla fine Aurora sceglie di tenere il figlio con sé, di non rimandarlo in Russia.

Per ulteriori informazioni su Siluro rosso:
Bim Distribuzione, Via Marianna Dionigi, 57, 00193 Roma
tel. 06 3231057, fax 06 3211984
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