Un sabato sera tra amici

Dall’inizio di aprile ha aperto i battenti a Roma un club di socializzazione gestito da persone con disabilità psichica, intellettiva e relazionale e da volontari, tutti tra i venti e i trentacinque anni, grazie al progetto dell’ADDHA (Associazione per la Difesa dei Diritti degli Handicappati)

Aumentano le iniziative di inserimento lavorativo di persone con disabilità nel campo della ristorazione. In passato avevamo già dato spazio a due esperienze – rispettivamente di catering e di gestione di un bar osteria – che continuando tuttora in provincia di Caserta e di Lucca. Due tramezzini

Qui ci occupiamo della periferia di Roma, ove in via Michele Saponaro all’VIII ponte dell’ex Laurentino 38, è stato recentemente inaugurato un club di socializzazione coordinato da ragazzi con disabilità psichica, intellettiva e relazionale, oltre che da volontari.
I cento metri quadri – offerti in comodato gratuito dalla Comunità di Capodarco, non utilizzati da una ventina d’anni e composti da una sala bar, una segreteria, un ufficio privato, un cucinotto e i bagni – si chiamano Happy Pub o Addha’s Pub, nome che è ancora in via di definizione perché il progetto è nuovo e cresce di giorno in giorno grazie al contributo di volontari, genitori e amici dell’ADDHA, associazione romana in difesa dei diritti delle persone con disabilità, che gestisce l’iniziativa.

«L’idea è quella di creare un luogo di incontro informale», spiega Giuseppe Franco, presidente dell’ADDHA. «Sia i volontari che i ragazzi con disabilità hanno un’età compresa tra i venti e i trentacinque anni. Il club, che impropriamente chiamiamo anche “pub”, è uno spazio di ritrovo per questi giovani, un gruppo di amici. Con una marcia in più: quella di essere anche occasione lavorativa».

Come funziona più precisamente?
«Innanzitutto, funziona per gradi. Nel senso che abbiamo appena cominciato e facciamo un passo alla volta. Non abbiamo una cassa cospicua e procediamo grazie alle donazioni e ai contributi di amici, volontari e soprattutto dei genitori dei nostri ragazzi».

E le istituzioni?
«Abbiamo presentato il progetto del club di socializzazione ai Servizi Sociali della Regione Lazio, chiedendone il finanziamento. Aspettiamo una risposta entro l’estate. Nel frattempo, però, abbiamo già cominciato con quello che siamo riusciti a mettere insieme».

Quindi, per ora, avete creato uno spazio di condivisione dove si mangia e si beve, e dove far da mangiare e da bere è anche un mestiere, giusto?
«Esatto. Per ora l’Happy Pub o Addha’s Pub apre il sabato sera verso le ore venti. Si incontrano una ventina di nostri ragazzi e i volontari che insieme hanno organizzato dei turni di lavoro. Portano il necessario per la serata, in termini di bibite e alimenti. Fanno la spesa autotassandosi e poi, rispettando i turni, preparano i tramezzini, i panini, le bibite e servono ai tavoli. Gli ospiti sono gli altri disabili e volontari. Come dicevo, si tratta di una serata tra amici, con l’impegno, che diventa un lavoro, di farla funzionare come si deve. Con i guadagni del bar si riacquista il cibo e si predispone un piccolo compenso per i lavoratori disabili. Un metodo di autotassazione che offre un’opportunità di integrazione a una ventina di giovani con disabilità».

Come trascorre la serata?
«C’è un impianto per la musica e qualcuno si occupa di fare il dj, c’è il bar, appunto, e ci sono anche alcuni computer. Ognuno ha una mansione da svolgere e, quelli che non sono di turno, si godono il sabato sera».

I soci e gli amici volontari dell'ADDHAConsiderate questo insieme di esperienze con valore terapeutico?
«Certamente l’occasione di aggregazione sociale, l’apprendimento di un mestiere, l’alfabetizzazione informatica, l’ascolto della musica hanno una valenza terapeutica, ma a noi non interessa valorizzare questo punto di vista. Puntiamo alla “normalizzazione” e per questo intendiamo tutte le esperienze che ho appena elencato prima di tutto come occasioni di divertimento, incontro e apprendimento, così come sono vissute dalla maggior parte delle persone in una vita “normale”. La nostra associazione ha come scopo principale quella di adoperarsi per creare le condizioni per una vita normale, superando una visione  meramente assistenziale o rieducativa».

Di che cosa si occupa principalmente l’ADDHA?
«Il filo conduttore delle nostre attività è l’inserimento lavorativo. Da dieci anni ci occupiamo soprattutto di persone con disabilità psichica, intellettiva e comportamentale di tipo medio grave, fino al cento per cento di invalidità. Per loro cerchiamo di creare opportunità di lavoro e di inserimento nel tessuto sociale».

Oltre al pub di cosa vi state occupando in questo momento?
«L’idea del club fa parte di un progetto più grande, che comprende anche la futura apertura di una fattoria sociale (dovremmo ricevere in donazione due appezzamenti di terra). Club e fattoria, insieme ai due pulmini che ci ha appena donato l’esercito e utilizzando i quali organizzeremo delle gite nei fine settimana, sono per noi riferimenti per la socializzazione. Obiettivo finale sarà quello di gettare le basi per il “Dopo di Noi”».

Vi occupate anche di “Dopo di Noi”?
«Stiamo cominciando. Vorremmo che ai nostri ragazzi fosse data la possibilità di continuare a vivere nel proprio quartiere, trasformando la propria abitazione in una microcasa famiglia, organizzata in modo tale da garantire un’assistenza fissa per la notte. Poi, durante il giorno e il fine settimana, vorremmo attivare una nostra rete che coinvolga i disabili in una serie di avvenimenti sociali e li assista nei loro bisogni quotidiani».

Per ulteriori informazioni e per chi fosse interessato ad offrire il proprio contributo volontario:
Addha’s Pub, Via Michele Saponaro 20
VIII ponte dell’ex Laurentino 38, 00143 Roma
tel. 06 5004039 (la segreteria del pub risponde nei giorni dispari dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 20 alle 22.30 del sabato sera), addha@tele2.it
Sito internet (in costruzione): www.addha.org.
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