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La clausola sociale non è una tangente

I rappresentanti della politica e del giornalismo – settori che tanto hanno speculato sulla vicenda della gara d’appalto della Regione Lazio per la gestione del Servizio ReCup (il centro servizi regionale delle prestazioni sanitarie) – il 18 maggio scorso hanno deciso di rimanere lontani dal Centro Congressi dove si è svolto l’incontro pubblico Impresa sociale integrata: concorrenza sleale o pari opportunità.Pietro V. Barbieri, la deputata Luisa Santolini e Mario De Luca all'incontro di Roma (foto di Giuliano Giovinazzo)
Un particolare apprezzamento, quindi, va a quei delegati di sindacati e di alcune forze politiche che hanno accettato il confronto – a tratti anche aspro  – con interlocutori esasperati da mesi di incertezze, partecipando a questa iniziativa organizzata dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), dalla Consulta Regionale per la Disabilità e l’Handicap del Lazio e dal Forum Regionale sulle Disabilità.

«L’ideologia della denuncia talvolta non fa vedere le cose chiaramente»: è il commento autorevole sull’operato di alcuni organi di stampa di Carlo Romeo, responsabile del Segretariato Sociale RAI, che dal palco dell’incontro ha brevemente analizzato la campagna scandalistica e denigratoria di cui è stata vittima la Cooperativa di Capodarco, che ha ideato e sviluppato il Servizio ReCup negli scorsi anni.
«Con spietato cinismo – ha spiegato poi Mario De Luca, del Forum Regionale sulle Disabilità  – si è tentato di minare la credibilità della Cooperativa stessa e di azzerare quanto di positivo essa ha prodotto nei suoi trentun’anni di storia».

E questa volta, tuttavia, le valutazioni su un attacco mediatico tanto virulento non rimangono nell’ambito del rapporto tra comunicazione e disabilità, poiché la vicenda di Capodarco diventa paradigmatica di un sistema generale sempre più diffuso. Finché infatti la cooperazione sociale integrata rimarrà di dimensioni ridotte e si occuperà di settori produttivi che non fanno gola ai “potentati economici” – partecipando spesso a gare al massimo ribasso – essa serve a tacitare le coscienze di amministratori e imprenditori.
«Non appena la cooperazione sociale si avventura in ambiti produttivi non residuali – ha commentato De Luca – gli stessi diventano luogo di sfruttamento e di precarietà».

Quando si è scatenata la polemica sulla gara del Servizio ReCup, leggendo le notizie che venivano diffuse quotidianamente, emergevano tre elementi presentati come criticità che avrebbero alterato la concorrenza: la sede, la capacità economica e la clausola sociale.
La conclusione, secondo il presidente della FISH Pietro V. Barbieri, è quasi ovvia. «Esattamente in quel momento – ha infatti dichiarato Barbieri – abbiamo compreso che se la gara fosse stata rifatta, la sede sarebbe rimasta Roma, le capacità finanziarie sarebbero rimaste le stesse, ma sarebbe venuta meno la clausola sociale».
Ma la clausola sociale non è un privilegio. Non è una tangente. Non è precariato. Né è alterazione della concorrenza, poiché questo significherebbe che la concorrenza esclude le persone discriminate e che in virtù della stessa si escludono dai contesti produttivi ampi strati della società e si contringono molte persone a rientrare nelle “istituzioni totalizzanti”, le quali rimarrebbero dunque l’unica possibilità di sopravvivenza.