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Quando la resilienza si chiamava solo speranza

Oscar Alitta, Sostenitori dell'oppressioneDa alcuni anni in Italia, e da più tempo in altri Paesi occidentali e del Medio Oriente, si studia un fenomeno sociale cui è stato dato il nome di resilienza, termine mutuato dalla tecnologia dei materiali, dove si enuncia che «un materiale è resiliente, se a seguito di un colpo subito, abbastanza forte da non provocarne la rottura, torna nella sua forma originale».
I maggiori studiosi di questo fenomeno psicosociale nel nostro Paese hanno come punto di riferimento l’Università di Bologna,  dove Elena Malaguti – autrice nel 2005 del libro Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi (Spini di Gardolo-Trento, Erickson) – è docente di Pedagogia Speciale.
Lo studio sta tuttavia prendendo piede abbastanza velocemente tra gli addetti ai lavori per la sua portata innovativa e chiarificatrice di un concetto prima spiegato in modo differente.

Partiamo da un’altra definizione per capire meglio di cosa stiamo parlando. Possiamo definire la resilienza come «la capacità o il processo di una persona o di un gruppo di far fronte, resistere, integrare, costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita, nonostante l’aver vissuto situazioni difficili che facevano pensare ad un esito negativo».
Gli ambiti sociali cui questa definizione si riferisce sono quelli del maltrattamento dell’infanzia, delle persone che hanno vissuto esperienze relative a guerre, calamità naturali, disabilità sia fisica che intellettiva, violenze di qualsiasi genere. Cioè in quelle situazioni che prevedono sostanzialmente un trauma, una situazione di profondo scoramento.

Per chi lavora nell’ambito psicosociale, questo fenomeno va tenuto in profonda considerazione perché prevede la presa in carico della persona con una prospettiva globale, facendo sì, cioè, di non ridurre la persona stessa solo ai suoi problemi, ma valorizzando anche le sue potenzialità, aiutandola a scoprirle e a diventare responsabile del proprio processo di cambiamento.
Secondo le analisi e gli studi condotti in differenti situazioni, esiste una possibilità di riuscita abbastanza alta di successo e possiamo ritrovare questo fenomeno – anche se non ancora definito – in molte esperienze nella storia. Pensiamo ad esempio alle semplici definizioni che possono essere racchiuse nella parola speranza. «Ho la speranza che…».
L’evento traumatico che è alla base rischia per altro di far richiudere la persona solo ed esclusivamente nella condizione di dolore, causa di azioni e comportamenti spesso nocivi, anziché divenire motore di un cambiamento possibile. Non dobbiamo pensare che si debba essere superuomini per innescare questo processo. Abbiamo invece bisogno di intravedere anche solo una possibilità e perseguirla.

Possiamo includere la resilienza tra quei termini che sempre più spesso rientrano nella trattazione di tematiche sociali, come adattabilità, empowerment (processo attraverso il quale una persona, in condizioni di vita emarginanti, prende coscienza, attraverso azioni concrete, della sua possibilità di esercitare un maggiore controllo sulla propria vita e sul contesto sociale in cui questa è inserita), vulnerabilità e coping (capacità di fare fronte a).
Tra l’altro anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha istituito un gruppo di lavoro sul fenomeno resilienza.
Ragazzo in carrozzina visto di spalleDa alcuni richiami nel libro di Elena Malaguti si evince che il principale elemento con cui è importante confrontarsi è l’incontro con la parte ferita. Esaminare cosa c’è intorno (persone, situazioni) e camminare su un doppio binario: il mondo interiore del trauma da una parte e le risorse, le competenze e le abilità che si sono sviluppate, dall’altra.

Come possiamo capire, il fenomeno si adatta moltissimo alle situazioni che ad esempio le persone con lesione midollare hanno vissuto, ma in particolare dobbiamo volgere il nostro sguardo ai tanti che  non sono stati in grado di intraprendere questo percorso o che stentano a trovare una giusta via, perdendosi nei meandri di complicate evoluzioni e/o mirando ad obiettivi fuorvianti.
Lavorando all’interno di un’Unità Spinale Unipolare come consulente alla pari, mi rammarico spesso quando riscontro situazioni dove le persone si rinchiudono nel proprio dolore e non riescono a uscirne.
Vero è che il momento in cui vengono seguite, non necessariamente corrisponde al tempo di presa di consapevolezza e la speranza è che una volta uscite, possano tornare in contatto con una parte della realtà lasciata al di fuori dell’ospedale, che le aiuti a recuperare in tempi brevi lo stato d’animo giusto per iniziare il processo di recupero.

Nella seconda parte del libro della  Malaguti vengono riportate poi alcune testimonianze dirette di persone che hanno affrontato traumi differenti.
Tra queste la testimonianza di Fausto Morigi, un tetraplegico autore egli stesso di un libro dal titolo Il sole nasce ancora (Cesena, Costantini Editore, 2001), in cui racconta tutto il suo percorso, tra cui l’impegno in un’associazione di para-tetraplegici di Forlì-Cesena.
Naturalmente vengono ripresi da Malaguti solo quei punti utili a mettere in evidenza il suo essere resiliente.

In conclusione credo sia importante riportare un breve prospetto (ma ce ne potrebbero essere anche altri), per chiarire e riassumere il processo di costruzione di un’identità resiliente:

Io ho…
– persone che mi circondano di cui mi fido e a cui voglio bene;
– persone che mi pongono dei limiti, così che io sappia fino a che punto posso arrivare e dove mi posso fermare;
– persone che, attraverso il loro comportamento, mi mostrino come agire in maniera giusta e corretta;
– persone che vogliono che io impari a fare le cose da solo;
– persone che mi aiutino quando sono in pericolo, sono malato o ho bisogno di imparare.

Io sono…
– una persona che può piacere e che può essere amata;
– contento di fare le cose per gli altri;
– una persona che ha rispetto per se stessa e per gli altri;
– responsabile delle mie azioni;
– sicuro che ogni cosa andrà bene.

Io posso…
– parlare agli altri di cose che mi spaventano o mi preoccupano;
– trovare il modo per risolvere i problemi che incontro;
– controllarmi;
– trovare qualcuno che mi aiuti quando ne ho bisogno.

Ultimo appunto. Tra gli elementi elencati in un’altra lista di caratteristiche funzionali all’essere resilienti c’è il senso dello humour quale antidoto per aiutarci a non essere quello che gli altri vorrebbero farci sentire.

*Consulente alla pari per il Centro per l’Autonomia di Roma. Testo pubblicato per gentile concessione di «Notiziario Ap», giornale dell’AP – Associazione Paraplegici di Roma e del Lazio ONLUS.