Basket Anch’io: uno sport che tende al cielo

Nasce sull’idea del diritto al divertimento per tutti, anche per le persone con disabilità intellettiva, il progetto friulano “Basket Anch’io”, basato su uno sport che, secondo i suoi promotori, ha le caratteristiche giuste per diventare un importante strumento di crescita e integrazione, superando le barriere della “non normalità”

La realizzazione di un laboratorio pratico sportivo con esercitazioni motorie e psicomotorie settimanali, propedeutiche alla pallacanestro; alcuni incontri con esperti di sport disabili; attività sportive iniziali integrate con gruppi di altre federazioni: sono queste le attività dell’interessante Progetto Basket Anch’io, in corso a Sedegliano (Udine) fino al mese di maggio prossimo e rivolto alle persone con disabilità intellettiva del territorio.

Sagome di giocatori di basket che vanno a canestro«L’idea di dare vita a Basket Anch’io – racconta il principale promotore dell’iniziativa Pierino Peresan – nasce dalla mia profonda passione per il basket, oltre che dalla conoscenza diretta e dalla piacevole frequentazione di ragazzi con disabilità. Li ho visti fare molti sport, dal ciclismo al tiro con l’arco, dal tennis da tavolo al nuoto o alla canoa, tutte attività individuali, dove non c’è integrazione con l’altro. Ho ritenuto opportuno quindi dedicare parte del mio tempo alla creazione di un progetto-basket con cui cercare di sconfiggere la solitudine, l’isolamento, il rifiuto della persona che circondano questi ragazzi e tentare di portare, grazie alle caratteristiche tipiche dello sport e di questo sport in particolare, un raggio di luce e di speranza verso il loro inserimento nella vita comune».

L’importanza del concetto di squadra, quindi, e anche alcuni messaggi dall’alto valore simbolico che secondo Peresan sono peculiari proprio del basket.
«Con la palla, infatti, è tutto diverso poiché se la passi al tuo compagno e questo non la riceve, finisce il gioco. La palla intesa quindi come metafora dell’integrazione, il passaggio come metafora del linguaggio, il tiro a canestro come il poter volgere lo sguardo verso l’alto. Questi semplici elementi, assieme alle regole da rispettare per poter collaudare un gioco d’insieme, diventano strumenti fondamentali di crescita e integrazione, che possono rendere la pallacanestro un momento di avvicinamento, di unione, di collaborazione, per superare le barriere di una “non normalità”».

L’esperimento di integrazione prevede – quasi come una conseguenza logica – la presenza di giocatori non disabili nelle sedute di allenamento e anche, in futuro, la costituzione di una o più squadre con ragazzi disabili e non disabili assieme.
Il tutto, comunque, non alla ricerca di “terapie”, ma nel più puro spirito del gioco, per il gusto e il divertimento di farlo.
«Pongo infatti la relazione e l’emozione – continua Peresan, che per sua stessa definizione “non fa miracoli, ma è un semplice allenatore” – al centro della mia filosofia di lavoro, considerando lo sport un diritto al divertimento di cui devono poter godere anche le persone con  disabilità. Nessun obiettivo specifico, quindi, se non quello di portare un aiuto all’altro per un sereno inserimento nella vita».

Vale la pena a questo punto di tornare ad uno dei valori aggiunti del basket, ai fini dell’integrazione, sul quale Peresan si sofferma particolarmente: «La pallacanestro è “lo sport che tende al cielo”, l’unico che ti costringe, attraverso il tiro a canestro, a guardare in alto e quindi può realmente rappresentare una sorta di “rivoluzione” per ragazzi abituati a guardare sempre a terra per proteggersi o per cercare di rimpicciolirsi nella propria postura, evitando il contatto con il mondo».
E ancora, particolarmente importante ci sembra, anche da un punto di vista strettamente culturale, il comportamento che l’allenatore adotta con queste persone: «È lo stesso che tengo nei confronti dei giocatori normodotati, pretendendo il rispetto delle regole e dei compagni, l’ascolto attento delle mie parole, senza diversità di trattamento, perché per questi ragazzi, abituati a respirare compassione o tolleranza pietistica, l’essere sgridati come persone “normali” ha un enorme valore».

C’è infine chi potrebbe sconsigliare di far lavorare insieme persone con patologie diverse, ma Peresan è di diverso avviso: «Quello che penso possa funzionare è l’interazione fra ragazzi, con le loro diverse patologie, quasi come se le capacità dell’uno potessero in qualche modo compensare i limiti dell’altro. E del resto la mia esperienza di osservazione di una squadra di minibasket in carrozzina mi ha fatto notare proprio l’integrazione tra diverse tipologie di disabilità. A mio parere, infatti, nessun normodotato potrà insegnare come passare la palla ad un ragazzo autistico con una delicatezza e una sensibilità più appropriata di quella che il ragazzo psicotico trae dal dolore della propria condizione, accresciuto dalla diffidenza delle persone “normali” che in genere lo guardano. E la palla del basket, tonda, un po’ rugosa, è già un mondo di sensazioni per chi rifiuta ogni contatto con l’esterno».

Complimenti, dunque, e in bocca al lupo per una grande riuscita a questo progetto innovativo che pur mettendo in campo risorse relativamente scarse (da segnalare in questo senso la collaborazione del Centro Polisportivo di Sedegliano e della Cooperativa Sociale “Dinsi une Man” di Pagnacco (Udine), specializzata in trasporto e accompagnamento di persone con disabilità), può ottenere risultati assai importanti. (Stefano Borgato)

Per ulteriori informazioni:
Pierino Peresan, tel. 338 5239234, p.pierino@tin.it.
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