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Un ordinario protagonista

Ombra sfuocata di persona in carrozzinaLa tanto chiacchierata esclusione dalle Olimpiadi di Oscar Pistorius, atleta disabile con amputazione bilaterale che si avvale di protesi al carbonio, mi ha richiamato alla mente una profonda e malinconica considerazione.
Per questo innanzitutto vorrei che mi si chiarisse un dubbio, un atroce dubbio. Ho la sensazione, vissuta e profonda, che la “categoria” (e mi si perdoni tale classificazione) delle persone con disabilità sia alla continua ricerca di una propria identità, che sembra avere smarrito o peggio voler trasformare.
Infatti, le vite, le azioni e le vicende di persone con disabilità narrate e rappresentate dalle TV generaliste e dai media si incentrano quasi sempre, malauguratamente, su chi rappresenta una “specificità nella disabilità”, come a dimostrare la propria “eccezionalità” nella disabilità stessa.
La continua e sola rappresentazione di limiti estremi ad opera di sportivi disabili, di specificità di artisti disabili e altro ancora – sempre all’insegna dell’altisonante – da una parte, certo, mi confortano e mi suscitano grande e profonda ammirazione per tutte le capacità che queste persone riescono a mettere in gioco.
E tuttavia vorrei far notare, nella grande rappresentazione di questa nostra realtà sociale, che la persona con disabilità non deve mostrare le proprie incapacità per avvalorare ed esaltare le capacità eventualmente raggiunte. Senza voler sottacere o nascondere alcunché, mi sembra infatti che sia dignitoso mostrare la persona con disabilità in tutto il suo essere umano, prescindendo dall’estremizzazione del suo carattere e dei suoi limiti.

Che l'”handicap”, ossia “l’ineguaglianza delle prestazioni” derivante da menomazioni o patologie a carico di una persona, sia in realtà commisurato non più e non solo alla valenza di questa menomazione o disturbo, bensì al fatto che la persona viva, operi e lavori in un ambiente sfavorevole o favorevole, è cosa ormai assodata per la quale si può concludere che la disabilità è una determinata condizione di salute in un ambiente sfavorevole.
Persona in carrozzina in bibliotecaOltre a ciò è acclarato anche che la povertà e l’handicap creano una sorta di circolo vizioso, tanto che se la povertà è causa dell’handicap, vale anche il suo opposto. Per le persone che vivono con un handicap, la povertà causa insomma una forma secondaria di handicap, legata alle condizioni di vita precaria, agli impedimenti sociali (non solo architettonici), all’accesso deplorevole alla salute e alla mancanza di facilità all’istruzione.
La persona con disabilità – come essere umano e perché essere umano – ha diritti primari che non è lo Stato a dover attribuire; diritti naturali che proprio perché tali, sottendono prerogative umane insopprimibili che lo Stato deve solo riconoscere. Sono quei diritti che nascono con l’uomo e con lui muoiono, costituendo la garanzia vitale dei beni insostituibili e inalienabili della vita, dell’integrità fisica e psichica, dell’uguaglianza e della libertà, della vita stessa.

Ebbene, in tale contesto la società mostra un’attenzione molto parziale nei confronti di tutti noi persone con “normale disabilità” e soprattutto impotenti o incapaci, forse, a valorizzare, o direi più precisamente, a mostrare, le nostre non-normalità.
Noi disabili, circondati da un buonismo e da un’ipocrisia profonda, da leggi che sembrano di specificità e correttezza impareggiabile, ma che al momento della loro applicazione, divengono strumenti quasi devastanti della nostra dignità di vita.
Noi disabili, che se non avessimo l’affetto, la vicinanza, l’amore dei nostri familiari e di quelli che con abnegazione si impegnano per noi, certo non sarebbe lo Stato a permetterci di condurre una vita che potesse soltanto definirsi tale.

E tornando a quanto si diceva all’inizio, sempre più spesso vedo grottescamente interventi di amici disabili che esulano da una “normale disabilità”, con l’intenzione di dimostrare categoricamente che anche la persona disabile può raggiungere traguardi impensabili e insperati.
In realtà tutti hanno in sé delle potenzialità che possono evolversi o essere sviluppate a prescindere dalle proprie condizioni psicofisiche. Anche il mondo della “normalità” è pieno di individui con una spiccata ed emergente sensibilità nell’arte, nella cultura, nello sport e quant’altro. Questo però non significa che la “normalità” sia costituita da tali eccezionalità, altrimenti vorrebbe dire banalizzare la normalità stessa.
Ora, credo che nel mondo della disabilità debba essere applicato lo stesso concetto in maniera più profonda e responsabile. Siamo individui che alle quotidiane difficoltà della vita devono accollarsi quelle di una mente o di un corpo malato, di barriere create (non sempre volontariamente) dalla società, di famiglie costrette ad enormi sacrifici. È proprio questa, paradossalmente, la “normalità della disabilità”.
Particolare di persona seduta in carrozzinaMi piacerebbe proprio non vedere più la “diversità nella diversità”. Vorrei vedere, sentire, vivere il “disabile normale”, non discriminato per pulsione umana e non avvicinato per compassionevole soddisfacimento della propria coscienza.
La persona che non può frequentare la scuola, che non può lavorare, che non può uscire per le barriere sociali, che non si può muovere, che non può vivere dignitosamente: questo è il “normale disabile”. E tutto l’amore, l'”infatuazione” e l’attaccamento per la nostra vita deve purtroppo quotidianamente fare i conti con gli sguardi compassionevoli e curiosi degli altri, con il non poter mangiare, vestirsi, lavarsi, con il disagio di vivere tra enormi difficoltà, con l’esigenza continua di dover gridare per veder riconosciuti e tutelati i propri diritti, con il mostrare sempre e dovunque la prova della nostra diversità.

Quel che vorrei è essere considerato solo e soltanto una persona e per questo credo sarebbe opportuno, e umanamente profondo, mostrarci nella società per come siamo, “viventi tra i vivi”, senza voler ricercare, esaltare o qualche volta anche ipocritamente vittimizzare il nostro aspetto diverso, vittimizzandoci, quindi, a nostra volta.
Vorrei insomma – e lo auspico con tutto me stesso – che la persona con disabilità, evitando di contribuire alla “mitizzazione dello straordinario”, partecipasse, intervenisse e diventasse “un ordinario protagonista”, nella normale, quotidiana realtà di vita.