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L’Italia e le associazioni di disabilità al fianco dell’OMS

Elaborazione grafica di uomo disabile sul modello di uomo di Leonardo da VinciCome già a più riprese segnalato nel nostro sito, dal mese di luglio del 2007 quello coordinato da Carlo Francescutti – responsabile dell’Agenzia Regionale della Sanità del Friuli Venezia Giulia, area Valutazione Salute e Disabilità – è il tredicesimo Centro Collaboratore OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel mondo per le Classificazioni Internazionali, in particolare per quanto riguarda l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute), ed è l’unico esistente in Italia.

«L’OMS di solito individua un riferimento per ogni Paese e ad oggi ci sono ancora molti Stati privi di strutture simili alla nostra», ci spiega Francescutti, che aggiunge: «L’OMS ha come mandato istituzionale quello di produrre sistemi di classificazione nel settore socio-sanitario, per far circolare informazioni standardizzate e confrontabili in modo attendibile e completo a livello internazionale. Per poter agire, si appoggia a gruppi di lavoro specializzati distribuiti in tutto il mondo, con il compito di aggiornare le classificazioni, elaborare nuove proposte di sviluppo, fare formazione e definire progetti di utilizzo nei sistemi socio sanitari nazionali».

«La classificazione delle malattie, delle cause di morte e dei traumatismi ha più di un secolo. Meno di trent’anni fa l’OMS ha messo a punto l’ICIDH, la Classificazione Internazionale delle Menomazioni, Disabilità e Handicap, guardando per la prima volta non solo all’aspetto biologico della condizione di salute, ma anche alla sua complessità psicologica e sociale. Dagli anni Novanta», continua Francescutti, «l’ente per cui lavoro si è occupato del processo di revisione dell’ICIDH. Questo elemento ha aperto uno spazio di collaborazione tra noi e l’OMS che ci ha portato al riconoscimento formale come Centro Collaboratore».

Di che cosa vi occupate nel concreto?
«Il nostro accordo formale con l’OMS si concretizza in un triplice incarico: sviluppare le classificazioni già elaborate e contemporaneamente fare in modo che l’Italia produca nuove proposte; garantire gli aggiornamenti (si tenga conto, ad esempio, che ogni anno vengono scoperte dalle cinque alle sei malattie nuove); sostenere i processi di utilizzo delle classificazioni. Quest’ultimo punto è molto importante perché ci permette di intervenire nella realtà, attivando corsi di formazione sulle classificazioni e partecipando a progetti che prevedano l’utilizzo dell’ICF all’interno dei sistemi di welfare. In particolare, in questo momento stiamo lavorando molto intensamente alla messa a punto di strategie e tecnologie per l’utilizzo delle classificazioni nei sistemi informativi.
Accanto a questo triplice impegno, ne abbiamo assunto anche altri collegati, di cooperazione con l’Europa dell’Est e con l’Africa (stiamo mettendo a punto un progetto per l’introduzione dell’ICF in Mozambico). Infine, nostro obiettivo è anche quello di garantire una rappresentanza italiana in tutti gli organismi che si occupano internazionalmente di ICF».

Fate tutto questo da soli?
«Abbiamo creato una rete sul territorio nazionale. Siamo collegati infatti all’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) per l’area statistica e, per la ricerca clinica, all’Istituto Neurologico Besta di Milano e al polo veneto dell’IRCCS “Medea” della Nostra Famiglia. Insomma, un nucleo importante di ricercatori in Italia si sta occupando in modo sistematico di classificazione e di ICF in particolare».

Perché è così importante questa nuova classificazione?
Carlo Francescutti (in piedi a sinistra) insieme, tra gli altri, a Vladimir Kosic«L’ICF è stata diffusa dall’OMS nel 2001 in sostituzione dell’ICIDH e, a differenza di quest’ultima, vanta una prospettiva antopologicamente e scientificamente più sistematica. Il dato fondamentale è che la classificazione esce dall’ottica riduzionista del passato, per cui l’attenzione si focalizza di volta in volta  su singoli aspetti della condizione di salute per proporre un’ottica integrata bio-psico-sociale. L’ICF è insomma il tentativo di definire un modello organico di comprensione della condizione della salute e del funzionamento umano. A mio parere la sua importanza sta nella possibilità nuova di creare un terreno di incontro linguistico-concettuale tra gli operatori e le persone con disabilità, costringendo i primi a scontrarsi/incontrarsi con la realtà e la complessità della persona umana».

Questa descrizione presuppone un ruolo importante e attivo delle associazioni di persone con disabilità. È d’accordo?
«Certamente. La nostra Agenzia Regionale da tempo si muove in questo senso e vogliamo diffondere tale approccio nei circuiti internazionali. D’altronde, da quando l’OMS si occupa di disabilità, l’approccio medico-biologico non è stato più sufficiente perché entrano in gioco altre fondamentali dimensioni come i processi di empowerment [“rafforzamento e potenziamento della consapevolezza”, N.d.R.]. Per affrontare efficacemente questi aspetti è fondamentale lavorare fianco a fianco, anche nei progetti di ricerca scientifica, con  i movimenti delle persone con disabilità. Recentemente ho incontrato Giampiero Griffo per il DPI (Disabled Peoples’ International), Pietro Barbieri per la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e Vladimir Kosic, già presidente della Consulta delle Associazioni di Disabili del Friuli Venezia Giulia, oggi presidente del Comitato Regionale Dopo – Durante Noi ONLUS. L’intenzione è quella di trovare al più presto un accordo che definisca una partecipazione attiva delle associazioni all’interno del Centro Collaboratore, strutturata anche a livello formale come partner di ricerca, per rendere ancora più concreto il motto Niente su di Noi senza di Noi».
(Barbara Pianca)