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Il gruppo degli «Abili di cuore»

Cristina, Priscilla, Valeria e Raffaele, ovvero una parte dell'équipe che ha lavorato alla ricerca denominata «Abili di cuore»Si intitola Abili di cuore/Omo-disabilità: quale rapporto tra omosessualità e disabilità? ed è una ricerca promossa da Arcigay, con il sostegno del Centro Bolognese di Terapia della Famiglia (CBTF), del Centro Documentazione Handicap (CDH) di Bologna e dell’Associazione Handygay di Roma.
La coordinatrice operativa ne è Priscilla Berardi, medico che a sta concludendo la specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale.

Le caratteristiche della ricerca
L’idea di realizzare questa indagine nasce da una serie di eventi significativi degli anni scorsi, tra cui la nascita di associazioni di persone gay con disabilità, oltre che di siti e forum per discutere delle difficoltà che queste affrontano tutti i giorni.
In particolare all’interno del Forum 17 giugno persone omosessuali, eterosessuali, disabili e non, si “incontrano” quotidianamente, confrontandosi sull’omosessualità, la disabilità, l’affettività e sulle proprie storie personali, sulla politica, la società.
«Un dialogo fondamentale – secondo Priscilla Berardi – per creare una rete tra persone che vivono distanti tra loro e far emergere opinioni, ma anche come fonte di sostegno reciproco tra individui che vivono situazioni simili, su livelli distinti».
Per quanto riguarda Abili di cuore, «si tratta – come spiega la coordinatrice – di un’indagine sociale di tipo qualitativo, realizzata a livello nazionale con un campione autoselezionato e quindi statisticamente non rappresentativo».
Quattro i contesti di vita approfonditi: socio-sanitario; familiare, sociale e personale; associativo e comunitario; affettivo-sessuale e di coppia.
«Come strumento di raccolta dati è stata scelta l’intervista semistrutturata (video, audio, via chat, e-mail o tramite scritti personali). Il campione era di 25 persone, 22 uomini e 3 donne tra i 24 e i 60 anni, con titolo di studio medio-alto e disabilità principalmente fisiche, ma anche sensoriali, provenienti da tutte la macroaree geografiche italiane».

I risultati ottenuti
«Innanzitutto – continua Berardi – è emerso che la compresenza di omosessualità e disabilità impone difficoltà pratiche e relazionali in tutti gli ambiti della vita quotidiana. In particolare, il rapporto con la famiglia influenza fortemente l’autonomia e l’accettazione di sé. Inoltre, la maggior parte delle persone ha lamentato discriminazione, disinteresse e distacco a causa della disabilità da parte del mondo omosessuale e viceversa. In pochissimi casi, poi, il coming-out (“uscire allo scoperto”) è avvenuto in modo esplicito in tutti gli ambiti della vita, poiché le sofferenze già provate dalle famiglie a causa della disabilità e la dipendenza fisica ed economica frenano i più dal dichiararsi.
E ancora, va detto che alcuni intervistati hanno dovuto affrontare un doppio coming-out: dell’omosessualità e della disabilità – quando questa non sia evidente – scontrandosi con un duplice atteggiamento di rifiuto. Per chi dipende dagli altri e manca di autonomia che consenta di cercare compagnie alternative, rendersi visibili è una strada travagliata per la paura di essere abbandonati, non più amati o di subire vessazioni nel lavoro.
A limitare le possibilità di vivere la propria sessualità, poi, ci sono difficoltà a relazionarsi a causa di particolari tipi di disabilità o a frequentare luoghi di ritrovo, per mancanza di autonomia. Infine, la ricerca di partner affettivi e sessuali è spesso fonte di delusione e frustrazione per il rifiuto nei confronti della disabilità, anche se vi sono casi in cui l’intervistato vive o ha vissuto esperienze di coppia, affettive e sessuali soddisfacenti».
Da segnalare, in questo senso, che sembrano essere le donne quelle meno limitate dalla disabilità nella ricerca di una partner.
Poco frequentate e sottoposte per lo più a critiche le associazioni, sia quelle omosessuali che quelle che si occupano di disabilità: le prime perché ritenute “poco supportive”, le seconde in quanto “poco sensibili” nei confronti della sessualità.
Secondo Berardi sono quindi «le risorse personali, familiari e amicali, l’appoggio dei servizi, l’uso di internet e delle chat, quello dei media per sensibilizzare, ad aver consentito a un certo numero di intervistati di superare ostacoli e discriminazioni e di crearsi una vita soddisfacente. Talvolta è proprio l’accettazione da parte della persona gay disabile di una delle due componenti identitarie a favorire l’accettazione dell’altra. Infatti, anche se il contesto sociale e familiare di crescita influenza fortemente lo sviluppo delle risorse personali, è il percorso interiore di accettazione di sé in quanto disabili e in quanto omosessuali che impone ritmi, tempi e coraggio. Un percorso la cui lunghezza è soggettiva, l’esito mai certo e che può essere enormemente aiutato dal supporto esterno».

Le prospettive future
«I forum, però, non bastano per consolidare i legami e permettere di realizzare delle cose insieme», conclude Berardi. «Circa un anno fa, quindi, si è svolto a Bologna un primo incontro, seguito da altri due, cui hanno partecipato una trentina di persone tra operatori dell’équipe, intervistatori, intervistati e operatori sociali. Infatti, man mano che il gruppo degli “Abili di cuore” si arricchisce di nuovi partecipanti, cresce anche il desiderio di diventare indipendenti nel compiere micro e macro-realizzazioni e nel farsi conoscere. L’auspicio è che gli incontri futuri e i progetti che il gruppo intende realizzare possano dare una forte spinta in avanti verso il rafforzamento. Personalmente, fornisco una consulenza esterna al gruppo, facendo da filtro e da primo supporto psicologico verso chi continua a contattare il numero telefonico e l’e-mail aperti per la ricerca e ancora attivi (348/5167091, omodisabili@libero.it). Come gruppo, invece, siamo stati contattati da riviste, operatori sociali, psicologi, attori di teatro sociale e l’impressione è che si stia iniziando a riflettere su questi temi, che le persone si interroghino su di essi e ne parlino».

*Testo già apparso nel numero 165 di «DM», periodico nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e qui ripreso per gentile concessione di tale testata.