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Avevamo perso la memoria della scuola per «diversi»…

Fila di pezzi da scacchi neri, in mezzo ai quali vi è un unico pezzo biancoL’inclusione nelle classi comuni come unico mezzo per agevolare l’apprendimento non è un pensiero vecchio o ideologizzato. In questo caso si tratta di apprendimento della lingua italiana da parte degli alunni stranieri, ma vale per ogni apprendimento: di saperi, comportamenti, regole comuni e – non meno importante – della capacità di relazionarsi con gli altri.

Per i bambini stranieri – così come per quelli con disabilità – l’inserimento va voluto, pensato, ragionato e supportato con risorse umane, strumenti e strutture adeguati. L’inserimento dev’essere condiviso con tutti gli insegnanti e con le famiglie di tutti gli alunni, in modo tale che il “diverso” non venga immediatamente percepito e rigettato come corpo estraneo ed elemento di disturbo, che fa rallentare lo svolgimento del programma e lievitare i costi.
Specifici laboratori linguistici in orario scolastico, doposcuola, corsi estivi, insegnanti facilitatori e strumenti differenziati a seconda del ciclo di istruzione sono le buone pratiche utilizzate e offerte da quanti nella scuola italiana hanno già felicemente realizzato sperimentazioni di scolarizzazione degli alunni stranieri.
La richiesta di chi si è attivato è unicamente quella di poter contare su risorse certe e continuative, riconfermate sulla base di un accertamento obiettivo del risultato didattico ed educativo raggiunto.

«La scuola è aperta a tutti», recita l’articolo 34 della nostra Costituzione: a noi piace pensare che ai ragazzi stranieri – come ai ragazzi con disabilità – non sia riservato solo qualche spazio di questa scuola, debitamente segnalato (“classe di inserimento”, “aula sostegno” ecc.); non è questa la “via italiana all’integrazione”, il cammino di non discriminazione scolastica che l’Italia, sin dal 1977, ha indicato anche ad altre nazioni.
Scuole speciali per i “minorati”, classi differenziali per ragazzi “tardivi, instabili, disadattati”: avevamo perso la memoria delle scuole e delle classi per i “diversi”. Ci piace invece ancora oggi pensare ad una scuola “diversa”, che offre a tutti pari opportunità, che cambia in funzione di un’utenza sempre più differenziata, una comunità educante, in cui non si appiattiscono, ma si valorizzano le differenze.

*Rappresentante della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – Gruppo di Lavoro Regionale sull’Alunno con Disabilità.
Testo già pubblicato nel sito della LEDHA, con il titolo
Si torna alla scuola per “diversi”? e qui ripreso per gentile concessione.

Sulla medesima questione si suggerisce, sempre in questo sito, la lettura del testo intitolato Si torna alle classi differenziali!, disponibile cliccando qui.