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Aiutati o «condannati» a vivere?

Edvard Munch, Ashes, 1894, olio su tela, Galleria Nazionale di Oslo (Norvegia)Nella generale tristezza generata dall’uso strettamente utilitaristico fatto da uomini politici di ogni tendenza e colore circa le loro vite, le persone con disabilità più grave e le loro famiglie si interrogano su questo dilemma: saranno aiutati o “condannati” a vivere?
Sul tema abbiamo ascoltato le più fantasiose e scellerate dichiarazioni: dal «fare figli in stato di  coma vegetativo persistente» (possibilità scientificamente possibile, ma crediamo estremamente improbabile…) alla difesa  assoluta e aprioristica di qualsiasi tipo di vita, anche di quella non voluta dall’interessato.
Senza contare i mille dibattiti televisivi sul tema (chi scrive purtroppo non dorme di notte e li segue tutti!), nei quali il conduttore fintamente si indigna e gesticola in maniera inversamente proporzionale all’importanza del personaggio di turno, arrivando a tacitare bruscamente coloro che sono o semplici professionisti o rappresentanti delle famiglie con disabilità che cercano di dire quello che pensano davvero, alla faccia dell’audience!.
E qui timidamente si affacciano i primi dubbi: ma allora questi casi “in famiglia”, mille volte più numerosi di quello che pensavano… i benpensanti, vanno davvero sostenuti e aiutati, se no come fanno… a sopravvivere?... E se non sopravvivono, potrebbe trattarsi di una forma di eutanasia indiretta!…

Umorismo amaro e probabilmente anche un po’ sciocco il mio, ma generato da una robusta rabbia: il “rischio paventato”, infatti, è quello di un bonus di 25 euro al bimestre a chi, avendo un reddito ISEE inferiore a 10.000 euro all’anno, tiene a casa i figli con disabilità gravissima, naturalmente senza mandarli a scuola, perché il sostegno costa troppo (non parliamo poi di assistenti alla comunicazione!).
Se poi sono gravissimi, a scuola cosa ci vanno a fare? (In realtà sono felicissimi quando riescono ad andarci!). Perché non stanno a casa a vedere le televisioni commerciali con tanta bella pubblicità oppure, meglio ancora, ben rinchiusi in un istituto di quelli che andavano aboliti, ma che forse è meglio riaprano, un bel lager da 3.000 posti letto, meglio se senza letti adeguati, con cibo pessimo e scarso perché così non ingrassano troppo?…

E mentre i nostri amatissimi uomini politici – che sempre hanno creduto nella famiglia (alcuni di loro ci credono talmente tanto da averne un paio!) e nel valore salvifico della sofferenza altrui si scoprono tutti indistintamente difensori della Costituzione e del Capo dello Stato (meglio però se scrive qualche lettera di meno e mette qualche firma in più!), oltre che succubi dei Porporati (alcuni di loro tanto convinti del valore della vita da arrivare a negare la possibilità che qualcuno in passato abbia scientificamente pensato di annientarla e all’ingrosso…) e quei pochissimi non succubi in balia di estremismi iperbolici, ebbene, lentamente, malgrado tutto, si fa strada l’idea che una volta fatta la legge per impedire di far morire per sete e fame, bisognerà poi fare quella (meglio se assieme!) per far vivere e far vivere la miglior vita possibile.
E oltre alle persone con disabilità così grave da essere in stato vegetativo persistente, in coma o in coma vigile, vi sono anche quelle così gravi da non poter sopravvivere nemmeno per poche ore se lasciate senza assistenza adeguata e continua, ma che nonostante ciò, possono condurre un’esistenza degna, varia e ricca di soddisfazioni, se debitamente supportate.
Non ci credete? Venite a casa mia (dopo aver chiesto il permesso a mia moglie) oppure leggetelo in questo sito cliccando quiqui e qui.