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Quando la Progettazione Universale ne esce con le ossa rotte

La nuova sede della Fondazione Banca degli Occhi di MestreDi solito, in casi come quello che stiamo per trattare, c’è la rabbia e la voglia di denunciare. E invece questa volta prevale il rammarico anche per chi scrive e deve parlare di una struttura realmente all’avanguardia, un caso in cui la trita formula di “fiore all’occhiello” non appare per nulla abusata.
Siamo a Mestre, terraferma veneziana ed esattamente nella frazione di Zelarino, dove il 18 giugno scorso è stata inaugurata la nuova sede della Fondazione Banca degli Occhi, accanto all’Ospedale dell’Angelo. Stiamo parlando di una realtà sorta nel 1987 da un’idea di Giovanni Rama e dell’imprenditore Piergiorgio Coin, che oggi è diventata una delle più importanti organizzazioni italiane per la promozione della cultura di donazione, per la raccolta, la lavorazione e la distribuzione di tessuti corneali per i trapianti e la cura di patologie del segmento anteriore dell’occhio. Si tratta – va aggiunto – della prima banca in Europa per numero di cornee raccolte e distribuite e anche del primo centro al mondo in grado di distribuire lembi di cellule staminali corneali ricostruiti in vitro per la cura di patologie non curabili con il solo trattamento della cornea. Un vero “fiore all’occhiello”, quindi, senza dubbio alcuno.

L'interno dell'auditoriumEbbene, a progettare la nuova sede della Fondazione – così come per l’Ospedale dell’Angelo – è stato chiamato il celebre architetto argentino Emilio Ambasz – ritenuto uno dei talenti più originali nel suo settore – e la realizzazione è stata curata dallo Studio Altieri. Ne è nato quindi il Padiglione Rama – dedicato al fondatore Giovanni Rama – suggestiva e ardita struttura, che vista dall’alto ha la forma di un occhio e che è stata pensata e costruita secondo la cosiddetta filosofia del Green Over the Grey (letteralmente “Verde sul grigio”), teorizzazione promossa dallo stesso Ambasz, secondo la quale scintillanti spazi verdi emergono da superfici asfaltate di trafficate città metropolitane, sorta di nuova alleanza tra architettura e paesaggio naturale.
La struttura – di cui si può vedere un particolare nella foto a destra – oltre alla sede della Fondazione Banca degli Occhi, ne ospita le parti organizzative e rivolte alla comunicazione, il laboratorio dove vengono conservati i tessuti corneali, il servizio di diagnostica e quello dedicato alla ricerca sulle cellule staminali. Essa comprende inoltre anche un asilo nido aziendale e un auditorium indipendente di 450 posti.
Nessuna possibilità di arrivare al palco per una persona in carrozzina!Ecco il punto, l’auditorium. Ed ecco il grande rammarico per quanto stiamo per documentare, ovvero per quello che purtroppo costituisce un “nuovo grande insulto” alla cosiddetta “progettazione universale”, quell’Universal Design che vorrebbe prodotti e ambienti utilizzabili da tutti, con un’estensione più ampia possibile, senza dover ricorrere ad adeguamenti o soluzioni speciali. Ma perché – ci chiediamo – una struttura affascinante, razionale sia dal punto di vista dei parcheggi che dei vari servizi di accoglienza e destinata a un’organizzazione di cura all’avanguardia, non ha minimamente tenuto conto di alcune semplici e ormai acquisite prescrizioni? Preferiamo a questo punto lasciar parlare soprattutto le leggi affiancate da una serie di immagini.

Il palco proibito
L’auditorium – come dicevamo – è una sala da 450 posti a forma pressoché semicircolare, tutta in discesa, ricavata due piani sotto rispetto al piano stradale, interamente strutturata su gradini e gradonate. L’ingresso alla sala stessa è posto sulla parte alta e I gradini senza corrimano né parapettonessuna soluzione “meccanica” è prevista per superare i due livelli principali. L’unico collegamento verticale, infatti, è rappresentato da quattro rampe di scale in legno (si vedano le foto qui a fianco) che separano i diversi settori della platea. Ne consegue logicamente che una persona in carrozzina non può in alcun modo scendere, se non trasportata di peso.
Leggiamo il Decreto Ministeriale n. 236 del 1989 (Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche) al comma 3.4 b: «Nelle unità immobiliari sedi di riunioni o spettacoli all’aperto o al chiuso, temporanei o permanenti, compresi i circoli privati, e in quelle di ristorazione, il requisito della visitabilità si intende soddisfatto se almeno una zona riservata al pubblico, oltre a un servizio igienico, sono accessibili; deve essere garantita inoltre la fruibilità degli spazi di relazione e dei servizi previsti, quali la biglietteria e il guardaroba».
Ogni commento è superfluo. Si può solo semplicemente rilevare che l’impostazione dell’auditorium non consente l’accesso al palco dei relatori da parte di persone con disabilità non in grado di superare la gradinata antistante il palco, impedendo di fatto la fruibilità dello spazio di relazione intrinseco al luogo e alle attività che vi si svolgono. Un’impostazione, dunque, che oltre a non rispettare – ovviamente – il Nel nostro fotomontaggio abbiamo inserito dei marcagradini di legno scuroDecreto appena citato, appare anche come elemento discriminante (in forma diretta), secondo quanto scritto ad esempio nell’articolo 2, comma 2 della Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni): «Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga».
Alcuni rilevano anche come sia costante l’idea che una persona con disabilità “non possa fare il relatore” ovvero, in altre parole, che anche nella percezione del Legislatore non sia sempre chiaro che per rendere realmente accessibile e visitabile una sede di riunioni, non basti garantire al disabile di essere solo spettatore di un evento. In questo caso, comunque, è assai complicato fare anche il semplice spettatore…

Un capolavoro di scalini!
Torniamo al Decreto 236 del 1989 e ne citiamo l’articolo 4.1.10, dedicato alle Scale, ove si prevede che: «i gradini delle scale devono avere una pedata antisdrucciolevole a pianta preferibilmente rettangolare e con un profilo preferibilmente continuo a spigoli arrotondati»; che «le scale devono essere dotate di parapetto atto a costituire difesa verso il vuoto e di corrimano. I corrimano devono essere di facile prendibilità e realizzati con materiale resistente e non tagliente»; e ancora che «il corrimano deve essere installato su entrambi i lati»; infine che «le rampe di scale devono essere facilmente percepibili, anche per i non vedenti». Anche qui la foto a fianco parla da sé: non esiste alcun corrimano né parapetto!
L’articolo 8.1.10 del Decreto 236/89 recita poi: «I gradini devono essere caratterizzati da un corretto rapporto tra alzata e pedata (pedata minimo di 30 cm): la somma tra il doppio dell’alzata e la pedata deve essere compresa tra 62/64 cm»; e successivamente: Tante «belle fioriere» all'ingresso, per evitare di sbattere la testa...Il parapetto che costituisce la difesa verso il vuoto deve avere un’altezza minima di 1,00 m ed essere inattraversabile da una sfera di diametro di cm 10. In corrispondenza delle interruzioni del corrimano, questo deve essere prolungato di 30 cm oltre il primo e l’ultimo gradino. Il corrimano deve essere posto ad una altezza compresa tra 0,90/1 metro». Tutti requisiti totalmente insoddisfatti e anzi un vero “capolavoro di insicurezza”, che non mette ad alto rischio solo l’incolumità delle persone non vedenti e ipovedenti, ma quella di tutti! Manca infatti il marcagradino, fondamentale in una situazione del genere, perché le venature del legno impediscono la percezione corretta dei dislivelli (nel nostro fotomontaggio a fianco si può vedere come sarebbe semplice realizzare un marcagradino in legno scuro). I gradini, poi, non sono ortogonali rispetto al senso di marcia, hanno un rapporto sbagliato tra alzata e pedata (pedata cortissima e alzata molto bassa), con l’alzata stessa che viene trattata in modo non uniforme, presentando un colore diverso a serie di tre gradini e creando messaggi visivi confusi che causano disagio e incertezza.
Insomma, lo ribadiamo, una discesa del tutto innaturale e rischiosa per chiunque!

Che ne pensa l’architetto Ambasz di quelle fioriere?
Dulcis in fundo – tralasciando almeno per il momento la questione “scale di sicurezza”, che meriterà a sua volta ulteriori approfondimenti – è facilmente rilevabile come l’ingresso esterno dell’edificio sia ricavato da una sorta di “breccia” creata al centro dei terrazzamenti (si veda la foto a fianco). Ebbene, le parti laterali, senza alcuna protezione a terra, costituiscono di fatto dei veri e propri ostacoli sospesi, a livello della testa di chi entra nella struttura. Per evitare incidenti, sono state posizionate delle fioriere del tutto estranee al contesto e alla qualità dell’architettura. Le avrà gradite l’architetto Ambasz?
Anche il «Ponte della Costituzione» di Venezia ha una fioriera...Una soluzione, tra l’altro, che sin troppo da vicino ricorda quella adottata – in una situazione analoga – per i monoliti posti ai piedi del tanto discusso “Ponte della Costituzione” di Venezia, progettato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava. Anche lì, infatti, il pericolo rappresentato dall’ostacolo sospeso (si veda la foto a fianco) è stato risolto con una “bella fioriera”, completamente fuori contesto.
E del resto le fioriere dell’edificio di Mestre erano quanto mai necessarie: rischiare infatti di “perdere un occhio” all’ingresso di una struttura di eccellenza nell’ambito del trattamento delle malattie oculari…

Che altro dire se non chiedersi quali siano stati i controlli degli Uffici Tecnici e perché non abbiano rilevato le pecche da noi registrate? E cosa si potrebbe fare ora? Verificare la possibilità di scavare per ricavare un ascensore che colleghi i due livelli dell’auditorium? “Sfondare” – se possibile – la parete retrostante al palco, per renderlo raggiungibile dalle persone in carrozzina? Forse. Ma cosa c’entra questo con la Progettazione Universale di cui parlavamo? Come si concilia con l’idea di avere ambienti utilizzabili da tutti, senza dover ricorrere ad adeguamenti o soluzioni speciali? Non si concilia affatto e questa è l’ennesima sconfitta dell’Universal Design.
Quel rammarico di cui parlavamo all’inizio cresce ancora: una bella struttura, sede di un progetto molto importante, con un auditorium che è un vero “obbrobrio” dal punto di vista dell’accessibilità. Peccato!