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Sembra passato un secolo da quella Torino olimpica…

Un'immagine della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006A proposito della manifestazione organizzata a Torino dal locale Coordinamento Interassociativo Disabilità, per chiedere la revisione di una Delibera discriminatoria riguardante l’assegnazione dei buoni taxi (se ne legga nel nostro sito cliccando qui), è interessante annotare anche il dato prodotto nei giorni scorsi dall’assessore alla Viabilità e ai Trasporti del capoluogo piemontese, Maria Grazia Sestero, che ha parlato di «sessantanove uffici pubblici ancora vietati in città ai disabili». Sempre nell’ambito della Quarta Commissione Consiliare, Sestero ha garantito anche che entro la fine del 2010 «tutti gli edifici pubblici del Comune saranno privi di barriere» e ha assicurato che il Palazzo Civico «concederà il patrocinio solamente a manifestazioni e ad eventi accessibili». Decisioni, queste, in linea con una serie di interventi attuati già da alcuni anni, con l’abbattimento di ben «1.405 barriere eliminate nei locali pubblici, per una spesa di circa 7 milioni di euro, con altri 208 interventi previsti per l’anno in corso».
Di fronte a tali affermazioni, Marina Cometto presidente dell’
Associazione “Claudia Bottigelli” – Difesa dei Diritti Umani e Aiuto alle Famiglie con Figli Disabili Gravissimi – si è espressa cosi sul portale Disabili.com: «Purtroppo le barriere architettoniche a Torino sono ovunque, sia per le persone disabili che autonomamente usano la carrozzina elettrica, sia per chi non è neppure in grado di fare questo e necessita forzatamente di un accompagnatore. Vi sono spesso scivoli ai passaggi pedonali che hanno uno scalino di almeno 5 centimetri, piccola cosa, si dirà, ma che mette in difficoltà. Vi sono pali posti al centro di questi scivoli per, si dice, evitare che le automobili possano passare sui marciapiedi. Accedere ai giardini pubblici è quasi impossibile e molte scuole ancora non sono adeguate all’accoglienza dei bambini con disabilità. Molti uffici sanitari (tra cui ultimo il Servizio Assistenza Integrativa e Protesica di Via Farinelli, totalmente senza barriere) sono stati chiusi, privilegiando sedi con barriere. Il trasporto pubblico è pressoché inaccessibile, vuoi per le poche linee adeguate, vuoi per la non formazione del personale, per non parlare poi di quando le pedane sono presenti, ma non funzionanti».
«È vero – ha dichiarato ancora Cometto – che la città di Torino è stata tra le prime a offrire in alternativa al trasporto pubblico il servizio taxi, in modo che chi non è in grado di accedere ai pullman e al tram possa comunque circolare, ma, ahimè, per carenza di fondi e un aumento notevole delle richieste, ora stanno tagliando sugli orari e sui costi, insomma ciò che doveva essere una manovra temporanea in attesa di avere tutto il servizio di trasporto pubblico accessibile è diventato, nonostante i trent’anni passati, ormai definitivo, ma non ha portato quei benefìci di accessibilità in rispetto delle leggi che tutti avremmo auspicato».
«È anche vero – ha concluso la presidente dell’Associazione “Claudia Bottigelli” – che è passata la mozione per cui non si concedono più contributi pubblici alle associazioni che organizzano manifestazioni  pubbliche con barriere architettoniche, però spesso nessuno controlla. Così come successo nell’autunno passato per il Torino Film Festival, in cui alcune sale non erano accessibili
[se ne legga nel nostro sito ad esempio cliccando qui, N.d.R.]. Purtroppo dobbiamo ancora constatare che essere cittadini con disabilità ci colloca nella mentalità politica un passo indietro rispetto ai “cittadini abili”; non dovrebbe essere necessario prevedere un percorso particolare, ma imparare a progettare, costruire e ristrutturare prevedendo tutte le possibilità di variegata utenza».
A commentare per noi i dati prodotti dall’assessore Sestero e le dichiarazioni di Cometto è Andrea Pedrana, che ripercorre anche alcuni eventi del recente passato torinese. (S.B.)

Non ho partecipato alla manifestazione davanti al Comune di Torino, non perché non ci creda, non scherziamo. I dati sciorinati da Marina Cometto sono semplicemente terrificanti. Purtroppo, come dire, “ho già dato” e poi non sto bene. Intendiamoci, non ho fatto poi così tanto in questi anni e se l’ho fatto probabilmente ho scelto delle strade sbagliate e soprattutto il mio più grave handicap è l’orgoglio. Quindi al momento resto fermo e decisamente arrabbiato.
Inizio del nuovo millennio, altri tempi, ricordate? Sono passati una decina d’anni, ma sembra un secolo. Il Piemonte, la nostra città erano un unico cantiere. Mia madre diceva: «Ma guarda com’è diventata sicura Torino!». Potevi scivolare per Porta Palazzo sventolando banconote da 500 euro, tanto ti sentivi tranquillo, non ti sarebbe successo nulla. C’erano militari, poliziotti e carabinieri, addirittura le guardie forestali a proteggerci, un vero e proprio assedio. Per le strade sentivi parlare inglese, tutto cresceva, migliorava. Per un periodo, ammetto – ma credo di non essere stato il solo – giravo il viso verso le pianure e facevo il “gesto dell’ombrello” a Milano: «Tè Bauscia, siamo noi la Torino da bere!».
Olimpiadi e quindici giorni dopo le Paralimpiadi! Cavolo, ho ancora l’immagine festante della nostra delegazione all’arrivo a Caselle da Seul nel giugno del 1999. Il Comitato Olimpico Internazionale, a sorpresa, aveva assegnato a noi i Giochi Invernali del 2006. Nasceva lo slogan: Turin Passion lives here. Già, la passione, un sentimento che ha come caratteristica fondamentale il coinvolgimento di tutti. Se ci siamo veramente tutti, allora sì che esiste la passione, diversamente è un’altra cosa. Dalla passione all’interesse, il salto non è difficile, ad esempio. Vogliamo mettere i vantaggi? Gli interessi sono sempre di pochi, così funziona.
Nel 2003 terminavo un articolo per Mobilità.com con queste parole: «…e visto che da buoni piemontesi non ci piace ostentare, prima di farci scendere dalle piste immacolate del Sestriere, aiutateci a scendere dalle scale di casa…». Il sogno che qualcosa sarebbe cambiato grazie a questo evento unico e irripetibile, per me si stava con il tempo ridimensionando.
Un frammento di un’intervista a Luca Pancalli, allora – come oggi – presidente della FISD – Comitato Italiano Paralimpico, comparsa sempre in Mobilità.com nel 2004: «Domanda: Marzo 2006: finite le Olimpiadi, a parte un palazzo del ghiaccio accessibile, cosa resterà di fruibile per i portatori di handicap nella mia Regione? Risposta: Spero molto di più, nel caso contrario il Comitato Organizzatore Torino 2006 (e l’Italia assieme ad esso) avrà fatto autogol».
Ecco, non ho dati  in mano, ma con tutto il rispetto per la capitale della Bosnia, non credo che nemmeno la città di Sarajevo oggi abbia sessantanove uffici pubblici vietati ai disabili, è vergognoso.