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Se vera inclusione è, dev’esserlo anche a scuola!

Giampiero Griffo è componente dell'Esecutivo Mondiale di DPI (Disabled Peoples' International)Di recente si è svolta in Spagna la Conferenza Mondiale sull’Educazione Inclusiva di Salamanca [l’evento ha avuto luogo dal 21 al 23 ottobre 2009; se ne legga in questo sito cliccando qui, N.d.R.], in occasione dei quindici anni dall’approvazione della Dichiarazione di Salamanca del 1994 [“Dichiarazione di Salamanca sui principi, le politiche e le pratiche in materia di educazione e di esigenze educative speciali”, Unesco 1994, N.d.R.]. Quest’ultima ha rappresentato uno stimolo per tutti i Paesi a definire e a sostenere sistemi educativi inclusivi. In tale occasione si è fatto il punto su cosa è avvenuto dal 1994 ad oggi, con dati e analisi che cercherò di riportare, nel tentativo anche di legare questa riflessione internazionale alla nostra situazione italiana.

Per prima cosa, l’Italia – che su questi temi si pone come il più avanzato tra i Paesi – non era presente a quella Conferenza e già questo “sgomenta”, in quanto vuol dire che lo Stato che in Europa e nel mondo promuove una linea totalmente inclusiva, non sa nemmeno valorizzare quello che fa.
A Salamanca è stato evidenziato come siano circa 67 milioni nel mondo i bambini che non vanno a scuola, la gran parte dei quali nei Paesi in Cerca di Sviluppo. 25 milioni sono bambini con disabilità. Se esaminiamo i dati dell’Agenzia Europea per lo Sviluppo dei Bisogni Educativi Speciali, scopriamo che in Europa il 60,9 % di bambini delle scuole primarie – pari a un milione e 384.000 – frequenta classi o scuole speciali. Il che significa che il processo avviato in Italia – che oggi vive delle difficoltà per una serie di “miopie istituzionali” – in altri Paesi è ancora lungi dall’essere raggiunto. Abbiamo in sostanza 400.000 bambini in Germania, 240.000 in Francia, 100.000 nel Regno Unito che sono in classi speciali, anche se negli ultimi anni la tendenza va nella direzione di sistemi educativi inclusivi, sul modello italiano.

A questo punto va ricordato che la scuola speciale in Italia – prima della Legge 517/77 – vedeva circa 40.000 bambini che frequentavano le classi speciali primarie. Oggi siamo arrivati a circa 186.000 studenti con disabilità iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado e la popolazione italiana non è aumentata in proporzione. Il che significa che la scuola speciale esclude, cancella, non permette l’accesso all’educazione.
Se andiamo poi a vedere cosa sta succedendo nel mondo, una ricerca curata da Inclusion International e presentata proprio a Salamanca – dopo avere raccolto questionari dalle associazioni aderenti in settantacinque Paesi – dimostra che il percorso è ancora lungi dall’essere raggiunto. E tuttavia, confrontando i dati di oggi con quelli di quindici anni fa, la strada verso la scuola inclusiva sembra tracciata.
Va detto poi che la questione dell’inclusione non riguarda solo la garanzia del diritto allo studio per gli studenti con disabilità, ma le stesse famiglie. Infatti, quando si esclude un bambino si esclude anche la sua famiglia. E al tempo stesso la segregazione in classi speciali coincide anche con l’esclusione degli altri bambini, che in tal modo non potranno conoscere la condizione di disabilità.

Oggi ci troviamo in una situazione, a livello mondiale, in cui esiste una lunga storia di globalizzazione dei diritti, che parte dal dopoguerra e che si riconosce nelle Convenzioni Internazionali delle Nazioni Unite. Tra le fasce sociali a rischio di violazione dei diritti umani siamo entrati anche noi, persone con disabilità. Dall’altra parte c’è un processo che tende a ridurre la logica di tutti i diritti all’economia. A cancellare e a ridurre il ruolo dello Stato e a dire: «Visto che non ci sono soldi, non ti posso garantire i diritti». Il confronto tra la globalizzzione dell’economia e quella dei diritti è aspro e le associazioni di persone con disabilità devono schierarsi con chiarezza.
Una ricerca di qualche anno fa, curata dall’OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, N.d.R.], ha fatto emergere come l’educazione speciale costi dalle sette alle nove volte più dell’educazione inclusiva. Quindi l’approccio economico non ha molto fondamento. Se poi viene confrontato con il contributo alla società che può dare un cittadino formato, l’approccio si rovescia proprio: la possibilità di conseguire finalmente un titolo di studio ha permesso nel nostro Paese di occupare circa 30.000 persone con disabilità intellettiva sul mercato del lavoro. Vero è, d’altro canto, che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha fatto emergere un dato reale: siamo ancora “ospiti di questa società”, non ne siamo ancora parte. La Convenzione, infatti, sottolinea il fatto che così come per anni è accaduto per le donne, gli immigrati e altri, la società non riconosce i diritti ad alcune fasce di cittadini, anzi pensa che sia legittimo violarli.

Qui non si può non evidenziare lo straordinario passaggio culturale attuato dalla Convenzione: si è passati infatti dal riconoscimento dei bisogni a quello dei diritti delle persone con disabilità. E anche qui, nella terminologia e negli approcci culturali che stanno dietro all’educazione inclusiva, dovremmo forse ripensarne alcuni; forse bisognerebbe superare la stessa definizione di bisogni educativi speciali, perché è fuorviante. Perché il bambino immigrato ha special needs education [“bisogni educativi speciali”, appunto, N.d.R.], il bambino con una famiglia distrutta ha special needs education e anche il bambino “normale” ce li ha (la parola “normale”, del resto, è di per sé senza senso, perché siamo tutti “normali”).
Tutti i bambini, dunque, hanno bisogni educativi speciali e quindi il termine non ci serve. A noi serve che i bambini abbiano i sostegni per andare a scuola e siano riconosciuti i loro diritti umani, indipendentemente dalle loro caratteristiche. Questo è un punto essenziale della Convenzione e l’Italia, che l’ha ratificata [con la Legge 18/09, N.d.R.], dovrebbe cominciare a pensare che non si tratta di un documento tra gli altri, di una carta. Si tratta bensì di una legge internazionale da applicare, una legge il cui articolo 24 (Educazione) è stato scritto grazie anche allo sforzo della Delegazione Italiana di far passare la logica inclusiva in tutto il mondo.
Quell’articolo, infatti, è frutto anche del lavoro del nostro Paese, e dei suoi rappresentanti che erano a New York, quando l’articolo stesso è stato scritto. Erano molti i Paesi che non volevano l’educazione inclusiva e la battaglia – che ha visto il grande impegno anche del CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità) e della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), insieme a quello di tante altre associazioni – si è basata su una logica semplice: se io sono escluso e voglio essere incluso, c’è qualche parte della società in cui posso fare eccezione? No, anche la scuola deve garantire l’inclusione.

30 marzo 2007: Giampiero Griffo a fianco dell'allora ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, in occasione della firma italiana alla Convenzione ONUE tuttavia questo tipo di logica oggi è messo fortemente in discussione. Nella mia Regione, la Campania, ci sono classi di 36 alunni, 6 dei quali con disabilità. Un dato che è emerso perché la Regione ha realizzato un’indagine, non perché l’abbia fatta il Ministero. Eppure vi sono norme precise che riguardano la disciplina del rapporto tra alunni con disabilità e numero di alunni per classe. Pensate al paradosso: il primo a non far rispettare una legge dello Stato è il Ministero dell’Istruzione!
Inoltre, questa situazione va contro la sicurezza nelle scuole, che non dovrebbero avere più di 25 alunni per classe. Esse sono costruite così perché le norme prevedono un rapporto preciso di sicurezza tra numero di alunni e spazi nelle classi, fissato proprio a un massimo di 25 studenti. Quella classe che ho citato, in Campania, verrebbe ad esempio chiusa dai Vigili del Fuoco…
E non è un’invenzione astratta nemmeno quel rapporto tra alunni con disabilità e alunni per classe previsto dalle leggi. Esso non può essere determinato da logiche puramente economiche, ma è esattamente quell’accomodamento ragionevole che – previsto dall’articolo 5 della Convenzione – l’Italia ha identificato per garantire l’uguaglianza di opportunità nell’educazione dell’alunno con disabilità. Non rispettare ciò è una violazione dei diritti umani perché (articolo 2 della Convenzione) il rifiuto di un accomodamento ragionevole è appunto una discriminazione basata sulla disabilità, ovvero una violazione di diritti umani.
In questi ultimi anni il Ministero si sta assumendo questa responsabilità: di violare i diritti umani degli alunni con disabilità, ma anche di quelli degli altri alunni, perché si abbassa il  livello di qualità dell’educazione per tutti, sulla base dell’esigenza di risparmiare: ma non si potrebbe risparmiare, ad esempio, sulle spese militari?
Dai vari viaggi che faccio in Europa, noto come altri Paesi investano sull’educazione. Essi ritengono che la maggiore risorsa di un Paese siano i saperi, le conoscenze, la capacità della popolazione di saper maneggiare il moderno sistema economico, il moderno sistema sociale. Avere le competenze per entrare sul mercato del lavoro e quindi essere competitivi – brutta, ma necessaria parola. L’Italia rischia di non essere competitiva. Rischia seriamente di perdere una parte dei suoi patrimoni, che sono quelli educativi, perché non investe in questo settore.

Attraverso la Convenzione dobbiamo arrivare a costruire un sistema diverso e nuovo di monitoraggio dei diritti e della condizione delle persone con disabilità, anche perché la Convenzione stessa si basa su una definizione della disabilità che non è quella della legislazione italiana. Perché la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazione e barriere comportamentali e ambientali, che impediscono la loro piena ed efficace partecipazione alla società su una base di uguaglianza con gli altri. Io non nasco disabile, è la società che mi fa diventare tale.
Ci sono persone che si muovono in sedia a rotelle, che si orientano col cane guida, che parlano senza udire, che hanno una comunicazione di tipo diverso, ma la società si è dimenticata di loro. Perciò dobbiamo costruire un sistema di monitoraggio che risponda alle domande: «La scuola italiana, quali ostacoli pone agli studenti con disabilità?»; «Quali sono i problemi che devono essere superati per garantire a tutti il diritto costituzionale all’educazione?».
Lo scorso anno Pablo Pineda, uno studente spagnolo, ha acquisito la laurea [Superando se n’è occupato con il testo disponibile cliccando qui, N.d.R.]. Lo scandalo, la sorpresa dov’era? Era una persona con sindrome di Down. Tutti si sono chiesti: «Come ha fatto?». Ma il problema è inverso: Pablo, infatti, ha avuto i sostegni per poter arrivare a diventare, appunto, un laureato. Quanti Pablo Pineda avrebbero potuto giungere allo stesso livello di studio? Il problema è: la nostra scuola garantisce a tutti, e anche a persone come lui, i sostegni adeguati per essere studenti e arrivare all’università? Questo è il cambiamento culturale e la Convenzione introduce la necessità di valutare quali ostacoli e barriere ci impediscono di arrivare a questo risultato.
In questo senso il movimento di persone con disabilità deve promuovere ed essere protagonista nel campo della ricerca, della riflessione culturale e tecnica e allo stesso tempo costruire appropriati strumenti di monitoraggio. L’alleanza che in questa sala è evidente, tra associazioni e operatori del settore della scuola che credono che la scuola di qualità sia una scuola inclusiva, è uno strumento che dobbiamo saper utilizzare.

L’Osservatorio sulla Condizione delle Persone con Disabilità – previsto dalla Legge 18/09, che ha ratificato la Convenzione nel nostro Paese – dovrebbe lavorare su questo. Dovrebbe iniziare a capire, territorio per territorio, quali sono gli ostacoli, le barriere, gli elementi che impediscono a questi bambini, a questi ragazzi di avere gli stessi diritti degli altri. Questo sistema di monitoraggio ci deve aiutare a “fare politica”. A dimostrare che se un bambino Down non può studiare non è perché sia “un poverino che non ce la fa”, ma perché non ha i sostegni adeguati. Questo è l’elemento di cambiamento che dobbiamo introdurre.
La Costituzione Italiana riconosce il diritto di tutti all’educazione ed è stata una conquista importante. Oggi non possiamo tornare indietro, pensando che questo diritto venga rimesso in discussione sulla base di ragionamenti economicistici; sarebbe un suicidio per la società e per il sistema scolastico, che si troverebbe progressivamente a perdere colpi nella competitività internazionale.
Pablo Pineda, studente spagnolo con sindrome di Down, laureatosi nel 2009Dobbiamo pensare che la scuola – che abbiamo costruito in Italia anche con il nostro contributo – è una scuola che si basa sulle diversità. Dobbiamo difenderla, perchè le sfide del mondo del futuro saranno queste: confrontarsi con nuove culture, con nuove etnie, confrontarsi con persone che hanno vissuto in modo diverso la vita, lo sviluppo sociale e culturale, ma che nello stesso tempo sono come noi titolari di diritti umani.
Allora, se la formazione nella scuola è importante, bisogna anche promuoverne l’utilizzo. Il sindacato non dovrebbe più firmare contratti ove non sia riconosciuta la formazione come elemento essenziale all’interno del corpo docente. Formare sui diritti umani tutti gli operatori, prima di tutto, e rimotivare un sistema che oggi viene messo in crisi da tante vere “picconate”.
Quando noi diciamo che la diversità ci appartiene, è perché anche in una sala come questa chi può dire di essere uguale a un altro? Chi può dire di essere il modello di normalità cui bisogna configurarsi? Nessuno. Ed è proprio questo che dobbiamo capire: la scuola non funziona con gli standard astratti, ma funziona su persone concrete. In tal senso adrebbero ripensati anche i sistemi di valutazione standard, i PISA dell’OCSE [Programme for International Student Assessmente, N.d.R.]. I criteri di valutazione e di comparazione tra i vari sistemi educativi sono validi fino a un certo punto. Oggi abbiamo sempre più bisogno di entrare nel merito degli interventi di sostegno all’educazione, e non di standard astratti.

E allora la conclusione è uno slogan, ma anche un stimolo. Quando diciamo Nulla su di Noi Senza di Noi è uno slogan che vale per noi, ma anche per gli insegnanti: dobbiamo recuperare il ruolo di protagonisti all’interno delle singole aree di intervento.
Per noi significa che finalmente parliamo direttamente. Nessuno parla a nostro nome. Ma dall’altro lato significa che bisogna recuperare la dignità, la forza, la capacità, per dimostrare che non è vero che il sistema Italia non funziona. C’è bisogno di uno slancio diverso, in cui il settore pubblico sia riconosciuto come un valore e un bene per tutti e dove ognuno si senta di appartenere a un sistema educativo inclusivo, che garantisca, attraverso regole precise, il diritto di tutti ad essere educati.
In altre parole, non  è vero che rimaniamo indietro perché siamo più deboli, ma perché siamo discriminati e senza uguaglianza di opportunita. La rimozione delle discriminazioni e il sostegno al conseguimento della pari opportunità sono compiti primari dello Stato.

*Membro dell’Esecutivo Mondiale di DPI (Disabled peoples’ International). Componente della Delegazione Italiana che ha contribuito all’elaborazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Il presente intervento è stato pronunciato il 13 febbraio 2009 a Roma, durante il convegno conclusivo del Concorso Le chiavi di Scuola 2009, promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Ringraziamo Giuliano Giovinazzo per la collaborazione.