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Terapie «ufficiali» e alternative: ma le famiglie ne restano fuori

Antico disegno di madre con bimbaQuesta volta non useremo mezze parole o termini politicamente corretti: il paradosso non è nell’esistenza di terapie alternative nella riabilitazione dell’età evolutiva, bensì che di queste terapie – al di là del consueto argomento dei cosiddetti “viaggi della speranza” – se ne parli poco e male.

Un esempio: due società scientifiche (la SIMFER – Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa e la SINPIA – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza)organizzeranno tra un paio di mesi un incontro sul tema Terapie alternative e complementari nella disabilità dello sviluppo (Bologna, 18-19 giugno 2010): c’è posto per tutti (i professionisti del settore) tranne che per i diretti interessati, cioè le famiglie con disabilità. E questa esclusione avviene dopo anni di “bel parlare”, dopo anni di riconoscimento della necessità di coinvolgere – secondo noi con funzioni di regìa o almeno con pari dignità – le famiglie con disabilità nel processo riabilitativo delle loro ragazze e dei loro ragazzi.

Che vale, almeno per le famiglie, se alcuni tra i più bei nomi della riabilitazione discutono delle terapie alternative a quelle “ufficiali” (ma quali sono poi queste ultime e cosa offrono davvero? O meglio, cosa offre il Servizio Sanitario Nazionale a chi è affetto da Paralisi Cerebrale Infantile?), senza l’apporto e la verifica delle conoscenze che le famiglie stesse hanno accumulato “sul campo”? Sarebbe bello e utile avere una risposta a questa domanda.

*Federazione Italiana ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi).