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Un cattivo esempio di integrazione imperfetta

Abbiamo volutamente rovesciato – nel nostro titolo – la didascalia della foto apparsa oggi nel quotidiano «Il Secolo XIX», a corredo di un articolo dedicato a Sapete come mi trattano?, il concorso lanciato qualche settimana fa dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), per dare visibilità alle discriminazioni quotidiane nei confronti delle persone con disabilità (se ne legga in Superando cliccando qui).
Non è la prima volta che ci occupiamo di quella fotografia, che pubblichiamo qui a fianco.
L'immagine e la didascalia pubblicate dal quotidiano «Il Secolo XIX» Qualche tempo fa, infatti, in un articolo significativamente intitolato Quelle «scuole polo» di Genova attuano un’integrazione «a gambero», Giorgio Genta aveva scritto tra l’altro: «Un esempio su come sia difficile concentrare anche in una “scuola polo” adeguate professionalità in tutti i settori ove servirebbero, è dato dalla foto relativa al citato articolo, nella quale si vedono alcuni passeggini “ad ombrello” che ospitano alunni con grave disabilità. Tali passeggini, a causa della mancanza di un’adeguata conformazione contenitiva, sono considerati tra le maggiori cause di deformità vertebrali, soprattutto se usati a lungo e frequentemente…» (il testo integrale dell’articolo è disponibile cliccando qui).
Ebbene, anche quell’articolo – dove appunto le cosiddette “scuole polo” venivano presentate come «esperienza all’avanguardia» – era stato pubblicato dal «Secolo XIX», corredato dalla medesima foto. E vedere ora quell’immagine di quattro studenti con disabilità “che osservano e non partecipano”, in una struttura discussa e discutibile come le “scuole polo”, affiancato a un concorso contro la discriminazione delle persone con disabilità, beh, fa quanto meno dire che “perseverare è diabolico”, oltre naturalmente a vanificare il messaggio del concorso stesso.
Non ci resta dunque che cedere la parola ancora a Giorgio Genta, pensando a quanto ancora ci sia da fare per arrivare a una buona informazione sulla disabilità. (S.B.)

Spiace davvero che un di per sé bell’articolo sia presentato da una terribile foto e ancor più che la si gabelli per quello che assolutamente non è. Accade a pagina 52 del quotidiano «Il Secolo XIX» di oggi, 28 aprile, e l’orribile foto è quella che riprende di schiena quattro studenti con disabilità grave “relegati” su dei normalissimi passeggini “a ombrello” (causa n. 1 di scoliosi in chi non ha una struttura muscolare atta a sostenere correttamente il tronco), intenti a osservare (non a partecipare) a dei giochi di classe in una “scuola polo”.
La medesima foto era già stata fatta oggetto di un articolo “contro” l’idea stessa delle scuole polo – a firma di chi scrive – pubblicato sì dal «Secolo XIX», ma con il riferimento alla foto debitamente censurato (pubblicato invece integralmente da Superando.it).
Ribadendo la nostra assoluta avversione al concetto stesso di scuole polo (e qualche dubbio dovrebbe serpeggiare anche in ambienti ministeriali), ripetiamo con forza che le nostre famiglie con disabilità che vivono per l’integrazione (anche) scolastica dei loro ragazzi credono fermamente che l’integrazione non sia quella della foto e che la foto stessa testimoni un cattivo esempio di integrazione molto imperfetta. (Giorgio Genta – Ufficio Stampa Federazione Italiana ABC – Associazione Bambini Cerebrolesi, aderente alla FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

Nell’articolo più volte citato e da noi pubblicato qualche tempo fa, in riferimento alle scuole polo, Genta si soffermava tra l’altro «sull’insidioso concetto che possa essere vantaggioso anche per l’utenza concentrare gli studenti con disabilità  in poche scuole magari ipertecnologiche (dal punto di vista degli ausili)». E concludeva dicendo: «Crediamo invece che sia sempre vantaggioso inserire lo studente con disabilità anche gravissima – debitamente supportato dall’assistente alla comunicazione e da ausili adeguati, dall’insegnante di sostegno per il necessario e da una presa in carico collettiva da parte di tutti gli insegnanti – in classi normali, attuando così una reale integrazione sociale che possibilmente continui poi per tutta la vita».