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I falsi invalidi, la ragionevolezza e altre storie

Particolare di persona in carrozzina che viene spinta dentro a un edificioIo, invalido civile molto grave, esorto il presidente dell’INPS Antonio Mastrapasqua a non mollare sui “falsi invalidi”. Allo stesso tempo chiedo il massimo rispetto per i veri invalidi civili, anche da parte del Governo e del Parlamento: si promette maggiore attenzione ai veri invalidi grazie ai risparmi dovuti alla lotta sui falsi: ma crederci è ragionevolezza o ingenuità?

Intanto, quale ragionevolezza c’è nella pluridecennale discriminazione di trattamento tra i non vedenti e gli altri veri grandi invalidi? In cifre, perché i primi godono di un’indennità di accompagnamento di 783,60 euro, mentre per i secondi essa è di soli 480,47 euro? Analogamente la pensione d’invalidità per i non vedenti è di 277,57 euro, per gli altri invalidi civili gravi è di 256,67 euro al mese. Forse che, ai fini assistenziali, è più grave l’handicap di un non vedente rispetto a quello di uno che non muove più un dito? Non mi si parli di “guerra tra poveri”, caso mai di “giustizia tra poveri”, tenuto conto, tra l’altro, del fatto che i primi, spesso e volentieri, lavorano, cosa impossibile per uno che dipende da altri anche per urinare, defecare, essere lavato, girato nel letto di notte ecc. ecc.
Non si chiede di togliere nulla a nessuno del dovuto, ma mi pare chiaro che se discriminazione ci dev’essere, essa andrebbe attuata a categorie invertite. Per altro è nota la capacità di una persona non vedente di gestirsi autonomamente tra le mura domestiche e non solo. Si è istituita l’indennità di accompagnamento appunto come contributo ai costi sostenuti dal portatore di handicap per compensare chi lo aiuta. Non a caso la legge afferma esplicitamente che detta indennità spetta a chi non è in grado di «deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore» o a chi non sia in grado «di compiere gli atti quotidiani della vita» (Legge 18/80, articolo 1).
Del resto, per obiettività, non temo di denunciare, ad esempio, che un cieco ventesimista minorenne (non so dei maggiorenni) deve pagare il presidio medico a lui più necessario, cioè gli occhiali. Ma a questo punto dovrei aprire un lungo discorso sul modo di “non concedere” gratuitamente i presìdi necessari alle altre categorie di invalidi…

Di contro, che cosa dire degli abusi e degli sprechi di chi è preposto alla concessione degli ausili? A tal proposito, in tempi meno difficili economicamente, denunciai anche personalmente all’ASL e ai Carabinieri di competenza il modo procedurale truffaldino di certi ortopedici; non vidi nessuno, ma ebbi per risposta che risultava tutto regolare. Non posso qui entrare nei particolari, anche perché richiederebbe troppo spazio, ma, ahimè, quali muri di gomma!
E ancora, in fatto di sperequazione. Sin dagli anni Ottanta, a un’assemblea dell’ANMIC (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi Civili), contestai che si pretendesse di non stabilire un tetto massimo al reddito personale oltre il quale far decadere il diritto all’indennità di accompagnamento: se le finanze sono limitate, infatti, è un affronto per chi non ha null’altro rispetto a chi – buon per lui – gode di cospicue entrate; in altre parole, “far piovere sul bagnato”, mentre c’è chi “muore di sete”.
Di questo si era parlato nelle scorse settimane, incorrendo nell’alzata di scudi delle “associazioni di categoria”, tra cui la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e l’UIC (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Potremo – ed è giusto – definire oculatamente il suddetto tetto, ma non mi si dica che esso è iniquo in se stesso, come, invece, iniquo sarebbe il solito vergognoso “pilatesco” concedere a chi ha più forza contrattuale, con il rischio di “lasciare nudi” coloro ai quali restano solo gli occhi per vedere chi se la spassa con ciò che per essi sarebbe strettamente necessario.

Si avverte per altro di primo acchito la sproporzione del chiasso sui falsi invalidi – ben orchestrato da certi modi di far politica e da una stampa pressappochista e caciarona – con il lieve brusìo sulle cause che assai di più hanno determinato e determinano il dissesto finanziario italiano. Avviene così, tornando all’argomento iniziale, che si parla indifferentemente di indennità di accompagnamento – istituita dalla Legge 18 del 1980 – e del così denominato assegno di accompagnamento di cui all’articolo 5 della Legge 222 del 1984, che tutela invece chi ha ben poco a che vedere con le finalità e i soggetti previsti all’origine della citata Legge 11/80.
Condivido e cito il Franco Bomprezzi di Superando, quando scrive: «…troppi giornalisti preferiscono il titolo facile sul “cieco che guida”, o sul “sordo al centralino”, piuttosto che impegnarsi davvero, in un’inchiesta seria e documentata, sul percorso che si deve fare per ottenere la certificazione di invalidità e la relativa pensione (da fame). Anche questo è cinismo. Alimentato dal silenzio imbarazzato di molte associazioni, che hanno paura di esprimersi su questo argomento scottante, perché sono impegnate – giustamente – in trincea tutti i giorni nella difesa dei diritti essenziali» [se ne legga il testo integrale cliccando qui, N.d.R.]

Ogni persona ha diritto alla giusta assistenza. Ma cosa ci sta a fare tanta gente strapagata se, da un lato, in Italia si denuncia una spesa di gran lunga inferiore per la totalità dei portatori di invalidità in genere rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea, ad esempio Germania e Francia e, dall’altro lato un esborso tanto enorme se il confronto è circoscritto alle sole invalidità civili? E perché si finge di non sapere che l’impennata delle pensioni e delle invalidità civili è dovuta in buona parte al fatto che la gente ha preso coscienza di questi diritti? Vediamo, ad esempio, i malati oncologici che – come ha recentemente dichiarato lo stesso presidente dell’INPS Mastrapasqua – costituiscono il 30% delle indennità di invalidità corrisposte dall’Istituto, per non parlare poi dello stesso aumento dell’età della vita.
Sia chiaro che anche in questo caso non si contesta l’aiuto economico in sé, ma il fare “di ogni erba un fascio”, senza distinguere una volta per tutte i costi degli invalidi civili intesi con la già citata Legge 18/80, istituita per l’appunto in occasione dell’Anno Mondiale (o Europeo) dedicato ai portatori di handicap propriamente detti. Non si può far finta di non sapere le differenti esigenze di ordine medico, assistenziale, sociale, culturale ecc. ecc. che distinguono questi ultimi da tutte le altre categorie di invalidi.
Certo, molti sono i problemi che stanno a monte della “caciara sui falsi invalidi” e, per conseguenza, sulle finanze pubbliche e perciò, se da un lato io, invalido civile molto grave, esorto il presidente dell’INPS a non mollare sui falsi invalidi, dall’altro lato ricordo a lui, al ministro Brunetta e a quanti sono tenuti per dovere al buon funzionamento della cosa pubblica, che non ci sarebbero falsi invalidi se non ci fossero commissioni corrotte, quanto arroganti e bislacche, se sono veri i ripetuti richiami al controllo di invalidi gravi per “patologie ingravescenti” (tanto per stare nel burocratese), quali il sottoscritto che è stato chiamato per ben quattro volte, in barba ai proclami altisonanti sulla dignità e la qualità della vita.
Inoltre, se la questione è di soldi, forse che le commissioni lavorano gratis? In proposito sappiamo del mondo multiforme del malcostume che va dall’interesse privato agli intrecci più impensati su cui si struttura la cosiddetta “casta”. Per questo sono scettico circa la reale volontà di reagire agli sprechi e alle evasioni fiscali che hanno qualcosa di sistemico. Molto più prevedibile è l’impatto a danno dei soliti ultimi. Perciò trovo strana la caciara sui falsi invalidi che da anni imperversa ad ogni Legge Finanziaria, ad ogni crisi più o meno imprevista e via dicendo! Ho l’impressione che si tratti della classica “caccia all’untore”, per stornare l’attenzione dalle responsabilità di quella “casta” che anche sulle false disabilità costruisce e mantiene consenso.

A chi pensa infine che stia esagerando, concludo con una citazione dal libro del sociologo Luca Ricolfi, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale. Ricolfi elabora “quattro numeretti” che costruiscono un set di indici di parassitismo (dato dal rapporto tra spesa pubblica e ricchezza prodotta dalle imprese), di evasione fiscale e contributiva, di sottoproduzione e spreco (è il problema dell’efficienza delle Pubbliche Amministrazioni), di livello dei prezzi (cioè il diverso potere di acquisto in zone diverse del Paese). Ribadisco: possiamo aspettarci una lotta seria a questi “quattro numeretti” da chi vive del “sacco del Nord” cioè la “casta”?