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Donne: pensionamento e lavoro di cura

Due donne assistono due persone con disabilitàL’Unione Europea chiede che anche l’Italia eguagli l’età pensionabile delle donne a quella degli uomini. Per il settore pubblico il provvedimento entrerà in vigore dal 2012, quando anche le donne andranno in pensione a 65 anni, mentre, ad oggi, nessun vincolo in tal senso investe il settore privato.
Il fatto che le donne andassero in pensione prima ha comportato che esse percepissero pensioni più povere: l’intervento in questione mira a promuovere l’uguaglianza tra i generi. In Italia sono ancora le donne a farsi carico – in modo esclusivo o largamente prevalente – dei lavori domestici e di cura di minori, disabili e anziani. La condizione di chi svolge lavori di cura/assistenza (senza percepire per questo alcun compenso economico) non è nota a tutti. Pertanto a qualcuno potrebbe sfuggire che – se non verranno predisposti adeguati strumenti di conciliazione e non verranno potenziati i servizi pubblici per le famiglie – questo cambiamento potrebbe tradursi in un ulteriore inasprimento dei ritmi di vita delle donne interessate dal provvedimento. La cosa rischia di avere effetti particolarmente drammatici per le carer (termine inglese con cui è designata la figura di chi presta assistenza in modo gratuito) che svolgono l’attività di cura in modo consistente e continuativo (e, talvolta, esclusivo). Si pensi, ad esempio, alle madri di figli disabili gravi e gravissimi.

Il rilevante squilibrio tra i generi nella distribuzione del lavoro di cura – che pur non essendo una prerogativa italiana riscuote nel nostro Paese un particolare “successo” – nasce da una complessa combinazione di fattori storici, sociali e psicologici. Per molto tempo, erroneamente, si è attribuita alle donne una “innata” propensione alla cura, mettendo in connessione questa attività con lo svolgimento del ruolo materno. Oggi, correttamente, si pone l’accento sul condizionamento ingenerato dai processi di socializzazione. Sono tante e tali le pressioni/aspettative che le donne subiscono in tal senso nell’arco della loro vita, che molte di esse sono indotte a considerare il prendersi cura come ingrediente essenziale del proprio senso di identità e di autostima. E dove non arriva la pressione, il senso del dovere, la gratificazione personale, l’attenzione alle persone in stato di bisogno fanno il resto, rendendo molte di esse particolarmente remissive nell’accettare questa macroscopica iniquità.

Prendersi cura in modo consistente e continuativo di una persona con disabilità modifica in modo significativo la vita dei/delle carer. L’impatto del lavoro di cura comporta sia elementi di criticità, che aspetti gratificanti. Tra i primi citiamo – solo a titolo esemplificativo – il sovraccarico di lavoro (che espone a rischio di burnout: l’esito patologico ingenerato dai carichi eccessivi di stress che colpisce le persone che esercitano professioni/mansioni d’aiuto), il sovraccarico di responsabilità, limitazioni nelle relazioni sociali, problemi di salute (legati, ad esempio, agli sforzi nella movimentazione della persona disabile o alle continue interruzioni del sonno per l’assistenza notturna), l’abbandono del lavoro retribuito o la riduzione delle ore dello stesso in funzione del lavoro di cura, limitazioni negli avanzamenti di carriera (per coloro che il lavoro riescono a mantenerlo), depauperamento economico (dovuto sia alla riduzione o all’abbandono del lavoro remunerato, sia alle maggiori spese ingenerate dalla presenza di una persona disabile in famiglia), inasprimento dei vincoli organizzativi, sensi di colpa, sentimenti di dolore, perdita, rabbia, frustrazione, stress, stanchezza, solitudine. Tra gli aspetti gratificanti ci sono sicuramente il miglioramento dell’autostima, l’opportunità di instaurare legami forti, gli apprezzamenti per il lavoro svolto.

Qui in Italia ci si continua a nascondere dietro la favola della famiglia come luogo d’amore per eccellenza, sempre capace di dare risposte appropriate a qualsiasi tipo di bisogno.  Ma non sempre la famiglia è quel luogo ospitale che ci viene raccontato. Il maggior numero di casi di violenza contro le donne e di pedofilia avvengono in casa, non per strada. Sono compiuti da italiani, non da extracomunitari clandestini (come invece alcuni politici – assecondati da certi media – continuano a suggerire). Lo stesso lavoro di cura non è esente da fenomeni di abuso: sia nel senso che talvolta il/la carer abusa della persona di cui si occupa, sia nel senso che talvolta è egli stesso/a oggetto d’abuso. Questi abusi possono assumere modalità differenziate: abusi psicologici, fisici, dovuti a negligenza, dovuti a incompetenza, abusi sessuali, ricatti economici. Né va dato per scontato che il rapporto tra “chi cura” e chi “è curato” sia sempre idilliaco: quanti di questi rapporti sono scelti? Quanti sono subìti? A volte, pur volendosi bene, le persone non vanno d’accordo. Altre volte non si vogliono bene affatto.
La pratica sistematica di scaricare gli oneri assistenziali sulla famiglia penalizza principalmente le donne, ma, all’occorrenza, non risparmia neanche i minori che, se chiamati a svolgere qualche compito circoscritto, potrebbero uscirne maturi e responsabilizzati, se gravati di responsabilità e carichi di lavoro eccessivi rispetto all’età rischiano di esserne seriamente danneggiati.
E in ogni caso, anche volendo ammettere che in alcuni momenti la famiglia possa davvero essere la risposta più adeguata ai bisogni, è abbastanza illusorio pensare che sarà così per sempre. Che sarà così anche quando, ad esempio, i genitori invecchieranno e non avranno più forze, o quando i figli disabili, divenuti adulti, reclameranno – giustamente – di lasciare il nido. E perché per intervenire – quando si interviene – si aspetta sempre che qualcuno arrivi al collasso? Perché si continua a parlare di “dopo di noi”?: i disabili non hanno diritto ad avere servizi e sostegno sino a che sono vivi i loro genitori? E i genitori (le donne) non hanno diritto ad avere spazi liberi dal lavoro di cura?

In direzione decisamente opposta alle indicazioni europee si colloca il Disegno di Legge n. 2206, Norme in favore dei lavoratori che assistono familiari gravemente disabili, approvato alla Camera il 19 maggio scorso e in procinto di essere discusso al Senato. Il testo in questione, infatti, prevede per i lavoratori pubblici che assistono familiari con handicap in stato di gravità un «esonero anticipato dal servizio» e per i lavoratori privati «l’erogazione anticipata del trattamento pensionistico» (tali benefìci sono riconosciuti solo a condizione che vengano soddisfatti anche altri requisiti espressamente indicati nel Disegno di Legge).
La norma – se dovesse essere approvata così com’è – non facilita il mantenimento del lavoro remunerato da parte del carer: se continuare a mantenere lavoro retribuito e lavoro di cura è massacrante per il carer, grazie a queste disposizioni egli/ella potrà più agevolmente lasciare in anticipo il primo per il secondo. Nei fatti, questo provvedimento esprime l’intenzione dello Stato di voler continuare a scaricare sulle famiglie (e dunque sulle donne) la quasi totalità degli oneri dell’assistenza, senza affrontare in modo appropriato nessuno dei nodi problematici a cui abbiamo accennato. Ciò nonostante, il provvedimento è stato fortemente voluto da molte famiglie di disabili gravi e gravissimi: se infatti l’unica opzione offerta dallo Stato non è tra “vivere” o “morire”, ma tra “non morire” e “morire”, allora, in queste circostanze, “non morire” diventa una meta desiderabile quasi per tutti. Di chi sceglie per l’altra soluzione ne leggiamo sui giornali, per altro senza che il sistema ne risulti minimamente scalfito. Sicuramente non va colpevolizzato il genitore/familiare che saluta con sollievo queste disposizioni – quale sarebbe oggi l’alternativa? -, ma che dire di uno Stato che non sa offrire altro?

Già si discute su come verranno utilizzati i soldi  risparmiati dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne. Sarebbe bello che quei soldi venissero utilizzati per le donne, anche se è evidente che sino a quando lo Stato continuerà a trattare la disabilità (e più in generale la non autosufficienza) come “faccenda privata” della persona e la cura come questione privata della famiglia (della donna), sarà ben difficile andare oltre il “non morire”.

*Componente del Coordinamento del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare).

Documentazione consultata:
– G. Costa, Prendersi cura e vulnerabilità sociale, un nesso da non sottovalutare, in «Studi Zancan. Politiche e Servizi alle Persone», n. 2, marzo/aprile 2007.
Disegno di Legge n. 2206, Norme in favore dei lavoratori che assistono familiari gravemente disabili, Senato della Repubblica (sito ufficiale), 21.05.2010 (URL: cliccare qui).
– C. Giacobini, Prepensionamento dei familiari dei disabili: la Camera approva, «Corriere della Sera.it», 21.05.2010 (ultima modifica 25.05.2010) (URL: cliccare qui).
– C. Heron, Aiutare i carer, Spini di Gardolo (Trento), Erickson, 2002.
– Istat, Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31 dicembre 2008, Istat.it, periodo di riferimento: anno 2008, diffuso l’11.06.2010 (URL: cliccare qui).
– Istat, La violenza contro le donne. Indagine multiscopo sulle famiglie “Sicurezza delle donne”, Istat.it,  periodo di riferimento: anno 2006, diffuso il 12.10.2009 (URL: cliccare qui).
– Italia. Consiglio dei Ministri, Consiglio dei Ministri n. 96 del 10/06/2010, Governo italiano (sito ufficiale), 10.06.2010 (URL: cliccare qui).
– L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 2007.
Prepensionamento, il Coordinamento famiglie disabili: “Il ddl per noi è l’ultima spiaggia”, «SuperAbile», 03.06.2010 (URL: cliccare qui).
Prepensionamento per i familiari, “legge vecchia, ingiusta e inefficace”, «SuperAbile», 30.05.2010 (URL: cliccare qui).
– E. Ruspini, Le identità di genere, Roma, Carocci, 2003.