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Bene ripensare quelle strutture, ma solo quelle che non funzionano

Un'immagine della comunità agricola di Cascina Rossago (a San Ponzo Semola di Ponte Nizza, in provincia di Pavia), che è stata la prima in Italia per adulti affetti da autismoHo letto con interesse, nei giorni scorsi, quanto pubblicato in Superando – a seguito di un dibattito lanciato dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – riguardo alle RSD (Residenze Sanitarie Assistenziali per Persone con Disabilità), strutture avviate in Lombardia sette anni fa [si veda l’articolo intitolato: In Lombardia c’è un servizio da ripensare, pena discriminazioni continue, disponibile cliccando qui, N.d.R.].
Mio figlio Cristiano, 31 anni, è affetto da autismo e vive ormai da otto anni a Cascina Rossago, prima farm community per adulti affetti da autismo in Italia, che è anche una delle “famigerate” RSD descritte nel servizio citato [alla comunità agricola di Cascina Rossago, non lontana da Pavia, il nostro sito ha dedicato qualche tempo fa un ampio approfondimento, con l’articolo intitolato Un’isola nell’Oltrepo Pavese, disponibile cliccando qui, N.d.R.].

Cristiano è interdetto, come la maggior parte di coloro che vivono a Cascina Rossago. Quest’ultima è strutturata con tre unità abitative da otto persone ciascuna (quindi in totale ci sono ventiquattro tra ragazzi e ragazze), ognuno con la propria stanza e il proprio bagno. Posso dichiarare con tranquillità che Cristiano non deve fare attività che a lui non piacciono; ad esempio, non gli piace il laboratorio di ceramica, mentre quello di tessitura sì, e allora la “famigerata struttura” cerca di accontentarlo.
Ogni giornata, poi, è strutturata in maniera diversa dall’altra. Cristiano, infatti, partecipa sia al basket, suona nell’Orchestra Invisibile – che ha suonato in trasferta molte volte anche fuori Regione – e magari qualche volta, se vuole, guarda anche la TV o un film che gli piace. Certo deve anche lavorare (e chi di noi non lo fa?) e quindi ogni mattina è uno degli “stallieri anziani”. Mi dicono anzi che sia diventato bravissimo e indipendente in questo lavoro (a Cascina vi è un bell’allevamento di alpaca). Vi sono infine anche altri laboratori (pittura, falegnameria ecc.).
Insomma, non è certamente la realtà descritta dall’operatrice sanitaria Anna [nell’articolo da noi pubblicato sulle RSD, avevamo riportato anche la testimonianza dell’operatrice sanitaria Anna, che aveva dipinto, nella sua struttura, una «situazione terribile», N.d.R.].

E tuttavia Cascina non è solo questo. Voglio raccontare in tal senso un episodio molto significativo dell’estate scorsa. A una ragazza, nel corso della doccia mattutina, è stato trovato un nodulo alla mammella. L’operatrice ha immediatamente interessato l’infermeria e il medico ed entrambi hanno deciso di sottoporla immediatamente a visita presso l’Ospedale lì vicino. Si trattava di un tumore e così, resosi necessario l’intervento chirurgico, quando ciò è avvenuto – visto che la famiglia non aveva la possibilità di “fare le notti” – gli operatori hanno fatto i turni per stare vicino a quella ragazza anche di notte. Pochi sono stati quelli “pagati”, mentre i più lo hanno fatto volontariamente, per stare vicini a un'”amica” e non ad un’ospite. L’operazione poi è andata bene e la ragazza si è recata anche al matrimonio di un’educatrice.

Insomma, va certamente bene fare le lotte contro le cose che non funzionano, ma il clima che si è creato a Cascina Rossago in questi anni – grazie alla costante presenza della direttrice della Fondazione Stefania Ucelli, e alle “dritte” di Francesco Barale, presidente della stessa – dovrebbe essere di esempio a tutti. In altre parole: mai fare di tutta l’erba un fascio!

P.S.: dei nostri amici di famiglia – che conoscono Cristiano da tempo – ci hanno detto che il nostro ragazzo è visibilmente migliorato sotto l’aspetto relazionale. Un esempio su tutti: qualche volta ride a tono, mentre prima non lo aveva mai fatto (altro miracolo di Cascina?).