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Un atleta plurimedagliato al Campionato Mondiale di Wheelchair Hockey

Ha partecipato a cinque Olimpiadi, ha ritirato tredici medaglie di cui sette sono d’oro. La prima è stata di nuoto, a Seul nel 1988, ottenuta a soli due anni dall’inizio delle sue attività sportive, poi si è concentrato sull’atletica leggera, specializzandosi nel mezzo fondo e nella maratona. L’ultima conquista importante è quella della maratona di Atene del 2004. Oggi si dedica al tennis da tavolo.

Il campione Alvise De Vidi (foto di Mirco Albrigo)Come mai hai scelto di differenziare nel tempo la tua attività sportiva?

«Il nuoto mi piaceva ma è uno sport pesante. Avevo a che fare con spostamenti a lunga distanza, con il freddo, con la resistenza fisica. Alla lunga non era più tanto divertente. L’atletica nel frattempo aveva avuto un incremento di attività notevole, era uscita dalle piste e aveva iniziato a proporre attività podistiche. Questo per me è divertente: fare una maratona in mezzo a migliaia di persone, dando la possibilità a chi pratica sport a livello amatoriale di correre insieme al campione olimpico».

E come mai ora hai smesso anche con l’atletica?

«Un po’ per l’età e un po’ perché gli sport, non solo l’atletica, puntano sempre più alla spettacolarizzazione, per cui mettono a competere nella mia categoria persone disabili con molte più risorse fisiche delle mie, che sono tetraplegico. Lo capisco, solo che così per me non c’è più una vera competizione».

E il tennis da tavolo?

«Lo pratico da quattro anni, con scarsi risultati. Ma il punto è che lo sport mi piace, qualunque esso sia, e non ho voglia di smettere. Inoltre, dal 2009 faccio parte del consiglio della giunta nazionale del CIP (Comitato Italiano Paralimpico): un ruolo a cui tengo molto perché sono stato eletto in quota atleti ed è importante che anche gli atleti abbiano la loro parte nella sfera decisionale».

In che veste sei venuto oggi ad assistere alle partite del Mondiale di Hockey?

«Lo sento come un dovere, in quanto esponente del CIP, quello di seguire le varie discipline sportive. Almeno per quello che posso, certo non con tutta la precisione che vorrei. Questa poi è una competizione mondiale, e per di più vivo a non molte ore di distanza da Lignano. Ho visto dei giochi di squadra molto belli, la nostra nazionale mostra buona capacità strategica e gli atleti hanno grande padronanza della palla e della carrozzina».

Che cosa pensi del wheelchair hockey?

«Penso che sia una disciplina importantissima perché permette di fare sport a chi si trova in condizioni fisiche per le quali praticamente ogni altro sport è impossibile da praticare. Io sono tetraplegico e quindi mi trovo in una situazione simile. Anche per me gli sport a disposizione non sono moltissimi e quelli che lo sono diventano ovviamente molto importanti».

Perché fare sport è importante?

«Per me è fondamentale. Certo, non lo deve essere per tutti, anche se a dire il vero io lo renderei materia obbligatoria per i giovani a scuola perché credo sia profondamente educativo. Nel mio caso lo sport è sempre stato una parte fondamentale della mia vita. Ho cominciato da piccolissimo e fino a quando ho avuto l’utilizzo delle gambe ho praticato ciclismo a livello agonistico. Anche dopo, pur cambiando sport ho continuato ad allenarmi tutti i giorni anche tre, cinque ore al giorno».

Cosa ti piace dello sport?

«Mi piace l’aspetto agonistico, mi piacciono le emozioni che mi regala, la paura, le ansie, le soddisfazioni, ma mi piace anche il fatto che mi ha sempre permesso di muovermi, viaggiare, visitare luoghi diversi, entrare in contatto con realtà lontane dalla mie oppure vicinissime. Mi ricordo di quando ho visto l’alba durante la maratona di Honolulu (Hawaii) ma anche di quando ho marciato nella mia città, tra tanta gente che conosco».

Perché sarebbe importante che il wheelchair hockey ottenesse un riconoscimento paralimpico?

«Le Olimpiadi sono l’evento sportivo più importante al mondo, l’unico capace di ottenere uno spazio considerevole nei mass media e di avere un risalto che gli altri eventi, anche mondiali, non riescono a ottenere. Credo che sia soprattutto una questione di visibilità, e dalla visibilità raggiunta seguono a cascata tutta una serie di benefici importantissimi».(Barbara Pianca)