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Ho voluto unire due diritti negati

Gabriele VitiHa fatto scalpore, nelle scorse settimane, una notizia che ha scosso le coscienze e che rimbalzando da una testata giornalistica all’altra, ha acceso gli animi e provocato non poche polemiche.
Gabriele Viti, aretino di Cortona, già assessore del proprio Comune di residenza e anche scrittore per hobby, è una persona disabile, spastico dalla nascita a seguito di anossia cerebrale, che recentemente ha deciso di donare il suo seme, tramite un annuncio cui hanno risposto due donne lesbiche.
Gabriele non è nuovo a provocazioni o dichiarazioni forti. Basta ritornare con la mente a qualche anno fa, quando scrisse (e disegnò) il Kama Sutra dei disabili, un testo corredato da immagini, che illustrava come persone con disabilità affette da patologie congenite o acquisite potessero rapportarsi con l’altro sesso, in maniera del tutto naturale, considerando le limitazioni fisiche degli ostacoli superabili.
Ora questa notizia shock di voler donare il proprio seme ha fatto il giro della penisola. Abbiamo quindi voluto sentire proprio Gabriele Viti, per farci chiarire la natura delle motivazioni che l’hanno spinto a questa iniziativa. (Dorotea Maria Guida)

Lei, Gabriele, si è detto disposto ad offrire il proprio seme a tutte le coppie lesbiche che non possono andare all’estero per avere figli. Come è nata la sua idea?
«Aprire il sito Vogliamoavereunfiglio.org [da dove è partito l’annuncio, N.d.R.] è l’ultima delle mie provocazioni in un Paese, l’Italia, dove chi ha soldi può permettersi anche dieci figli, andando all’estero e ricorrendo all’inseminazione artificiale, mentre chi non li ha è discriminato e mi riferisco soprattutto alle coppie omosessuali.
Per i disabili, invece, la sessualità è negata a priori. Il mio è stato un modo simpatico e provocatorio di unire due diritti negati nella stessa causa».

Abbiamo letto che lei ha già offerto il suo seme a due donne. Ci racconta come è avvenuto questo incontro?
«C’è stato un incontro preliminare in cui ci siamo conosciuti e che è servito a confermare la reciproca volontà di intraprendere questo percorso. Una volta appurato questa e concordata la modalità di donazione del seme, ci siamo incontrati alcune volte in un clima molto amichevole e collaborativo».

Lei crede che un figlio possa crescere senza una figura paterna e una materna?
«Sinceramente ho visto tante famiglie composte da madri e padri che non hanno cresciuto bene i propri figli, che li hanno abbandonati o poco seguiti e che magari partecipano poi pure a iniziative come il Family Day.
Ho la fortuna di conoscere tante coppie gay e non ho nessuna remora o pregiudizio. Credo che possano tranquillamente fare i genitori e lo dimostra l’Associazione Famiglie Arcobaleno, con le sue centinaia di famiglie omogenitoriali iscritte. Preferisco – e forse non condividerete – avere un figlio da due lesbiche che mettere un figlio in istituto».

Visitando il suo sito internet, colpisce la sua pubblicazione Kama Sutra dei disabili, in cui lei afferma di volere sfatare il tabù della sessualità dei disabili. Quanti tabù ruotano ancora attorno ai disabili e si riuscirà un giorno a superarli?
«I tabù da sfatare, ahimè, sono ancora molti. La sessualità e l’affettività per le persone disabili sono forse quelli più dogmatici, mentre ci sono altre questioni, quali il lavoro, la realizzazione sociale, l’autonomia e l’indipendenza, che si configurano come dei diritti di fatto negati, nonostante la legislazione, almeno in teoria, miri a superarli.
Come dico sempre, il ruolo più importante è delle stesse persone con disabilità che devono iniziare a prendere la loro vita in mano e a rivendicare in massa tutto ciò che è loro negato, uscendo dalle proprie abitazioni e rendendosi visibili, non invisibili. Il problema è che la disabilità è spesso racchiusa in “recinti dorati” da parenti e associazioni (laiche e religiose) che non vanno in questa direzione, ma anzi tendono e fanno di tutto per mantenere la condizione di potere. Io credo invece che ci sia bisogno di una vera inclusione sociale».

Personalmente che idea si è fatto dello Stato e della considerazione dello stesso verso la realtà dei disabili?
«Onestamente credo che lo Stato italiano abbia un’ottima legislazione per quanto riguarda i diritti delle persone disabili; purtroppo le difficoltà si manifestano quando si tenta di tramutare la norma in realtà. L’applicazione, infatti, è talmente farraginosa che sembra quasi fatta apposta per far rinunciare.
In altre parole, credo sia più facile per lo Stato fornire servizi e prestazioni assistenziali piuttosto che favorire realmente l’autonomia e lo sviluppo di ogni singola persona».

Mi colpisce anche la sua pubblicazione del ’97 Storia di un normalissimo disabile (Edizioni del Cerro). Ci può spiegare cosa sostiene in questo testo? E pensa sia così difficile, per un disabile, essere considerato una “persona normale” in Italia, oggi?
«In quel libro racconto la mia vita attraverso degli episodi che fanno capire perché sono considerato ancora “un diverso”. Per rispondere alla domanda, riporto un aneddoto: qualche giorno fa mi trovavo seduto a un bar presso l’Aeroporto di Fiumicino, ero solo, in viaggio per visitare un amico e stavo facendo colazione. Due signore di mezza età non hanno distolto il loro sguardo da me per tutto il tempo, come se avessero visto un alieno. Che fossero incredule per la mia presenza lì? O per il fatto che stessi viaggiando senza accompagnatore? Figuriamoci se quelle due signore possono ammettere che io abbia anche una vita affettiva e una sessualità…».

Lei ha molti appuntamenti in calendario e a molti ha già partecipato. Cosa cerca di trasmettere al pubblico in questi incontri, qual è la sua ferma volontà?
«Desidero affermare un principio e cambiare l’accezione che tutti danno al termine “diverso”. Ogni volta che mi trovo davanti a una platea mi diverto e, oltre a nutrire il mio sano egocentrismo, cerco di mostrarmi per quello sono, convinto di abbattere i più comuni pregiudizi sul mondo della disabilità e, più in generale, su tutto ciò che non è la maggioranza…».

Da chi ha trovato sostegno nelle sue “battaglie” e chi invece le ha remato contro?
«Ho avuto sempre l’appoggio di chi mi conosce bene e, in particolare con riferimento all’ultima provocazione, devo sinceramente ringraziare la redazione del format radiofonico Oltre le differenze [dell’emittente toscana Antenna Radio Esse, N.d.R.], che per prima mi ha aiutato a chiarire degli aspetti e a dare diffusione alla notizia.
Invece, non riesco a individuare i miei detrattori, anche se immagino che ce ne siano molti, perché questi non hanno il coraggio di esternare pubblicamente il loro dissenso e le loro motivazioni, cosa che invece mi auspicavo, proprio per favorire il confronto su questo tema».

Ha mai pensato anche di farsi una famiglia tutta sua?
«Sì, certo, è un mio grande desiderio, ogni relazione che ho avuto ho sperato che fosse quella con cui poter “metter su famiglia”, ma sono anche tristemente consapevole delle difficoltà che ci possono essere per vedere realizzato questo sogno».

*Intervista realizzata per conto dell’Associazione Prodigio di Trento e qui ripresa, con lievi riadattamenti, per gentile concessione.