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La società delle illusioni ottiche

Tiresia, indovino cieco della mitologiaIl 13 dicembre, Santa Lucia, viene definito come “il giorno più corto dell’anno”, anche se non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima. È un momento in cui fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra il nero e il rosso.
Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta. Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato – in tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità – molte persone cieche.

Mi permetto di fare qualche riflessione, del tutto soggettiva e parziale, proprio in occasione del giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi. Penso di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: «Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?». Forse qualcosa possiamo capire.
Ad esempio penso che oggi i non vedenti stiano subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando “video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di YouTube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a sfioro”.
Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”. I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.
E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta il “genio di turno” gli parava dinnanzi.
Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia. Perché anche per i ciechi vale la regola che “solo i belli vanno in televisione”, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta. Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.

Ci fermiamo ad “ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”.
Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”, le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciremo presto, e potremo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce. Ma i nostri “amici” ciechi no.
Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste esperienze li aiutino ad accrescere la propria autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.
Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco, tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa. E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco.
Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro consiglio, o aiuto, o intervento pratico.

Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero. E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi, gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.
Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.
Buon 13 dicembre, amici. Con gratitudine.

*Testo apparso anche in «FrancaMente», il blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Santa Lucia, auguri a chi non vede e qui ripreso con alcuni adattamenti.