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Il valore del monologo di Paolini e la metafora della disabilità

Marco PaoliniGiusto, bravo, bello, ammazza che forte! Erano questi i commenti che ci scambiavamo con gli occhi a qualche metro di distanza Franco Bomprezzi e io nella platea del piccolo teatro milanese che ospitava le prove generali dello spettacolo di Marco Paolini sullo sterminio delle persone con disabilità, la sera prima della sua diretta televisiva. In effetti, l’interpretazione e le argomentazioni sono straordinarie, quanto la ricerca e l’accuratezza su cui si basa il copione.
Va riconosciuta, inoltre, l’onestà di un Autore che si pone una serie di questioni e di problemi (certamente sicuro del fatto suo, l’essere bravo e apprezzato), che va a scandagliare eventi sconosciuti ai più, e attorno ci costruisce uno spettacolo teatrale fatto di ricerca, temi e argomentazioni, non un prodotto commerciale, non qualcosa di studiato a tavolino per fare soldi, suscitare facili emozioni e strappare applausi (che, per altro, faticano ad arrivare terminato lo spettacolo, tanto il pubblico è ancora scosso nella riflessione). In più, se l’onestà intellettuale unita a una competenza sono già merce pregiata e rara in sé, ciò vale a maggior ragione per le questioni della disabilità, che vengono spesso trattate in modo superficiale o strumentale dai “non addetti ai lavori” o da chi non vive più o meno direttamente l’esperienza.

Quello, però, era uno spettacolo teatrale e non televisivo e alla fine l’Autore ha voluto discutere con il centinaio di persone del pubblico. «Non volevo parlare solo di quegli eventi», dice Paolini e in effetti lo spettacolo non parla solo della Germania nazista. Molti temi ci portano oltre, su questioni, cioè, che riguardano anche noi e non per costruire facili e veloci parallelismi tra ieri e oggi, ma come spunti di riflessione. Chi vedrà lo spettacolo se ne accorgerà facilmente.
Mi restano impressi, nella loro capacità di evocare altro: la nascita dell’eugenetica all’interno di un certo clima culturale; le questioni economiche come motore di diffusi sentimenti di rancore verso gli assistiti, quelli che sono considerati come chi “mangia a sbaffo”; la forza di chi si oppone, rispetto al silenzio di chi sa ma non dice, non s’indigna, minimizza, fa finta di nulla; la costruzione di una macchina di funzionari medici, paramedici, per sterminare migliaia di persone. Tutti temi che aprono scenari anche sul presente, non solo immediato e non solo sulla disabilità, ma capaci di evocare alcuni nodi della nostra società.
Non sono invece riuscito a non legare a un presente tutto italiano una frase riferita ai giovani funzionari della cancelleria di Hitler: «Trentenni che non sanno fare un cazzo e hanno solo la fortuna di trovarsi al momento giusto nel partito giusto».

Paolini chiede di commentare questo andare oltre dello spettacolo e, secondo me, non rimane granché soddisfatto dagli interventi. Mi sembra di intuire che lui, rispetto a quanto dice la platea, abbia in mente dell’altro ancora, che forse il pubblico non coglie (o non ha ancora colto sotto la forza emotiva dello spettacolo, specie per chi non conosce il tema), o non riesce ad esprimere sulla sua stessa lunghezza d’onda.
Ho una sensazione di incomprensione anche tra il suo sentire e le cose dette da Bomprezzi e da me sulla disabilità. Bomprezzi rompe il ghiaccio sostenendo l’importanza di questo lavoro teatrale che “sdogana” al grande pubblico la questione dello sterminio dei disabili di cui le associazioni e alcune pubblicazioni parlano già da tempo (e la diretta televisiva raggiungerà in una sola serata più gente di quanto non abbiano fatto quelle iniziative in anni) e in questo senso diventa un ottimo strumento per fare informazione e costruire consapevolezza.
In animo, Franco e io, abbiamo un sentimento ambivalente: per fortuna qualcuno oltre a noi ne parla, però sono anni che diciamo queste cose! Continuo io, dicendo che il tema dei disabili come “costo per la società”, “gente che mangia a sbaffo”, “soggetti improduttivi”, non sono argomentazioni poi così lontane nel senso comune e sono state recentemente usate e rinvigorite anche dal ministro dell’Economia Tremonti.
Paolini annuisce. Che ai suoi occhi sembriamo forse come “i soliti disabili” che parlano solo di se stessi, delle proprie miserie, fatiche, degli sforzi che fanno per superare limiti e pregiudizi? Con la sua perplessità sul nostro dire – che sembra non cogliere il suo voler andare oltre lo sterminio nazista – lui sembra, almeno a me, voler fare della disabilità una metafora, un pretesto, che non riescono a tenere in considerazione il vissuto dei soggetti che ne sono coinvolti.
Restano completamente l’importanza, la forza dello spettacolo e la capacità dell’aAutore di trasmettere l’essenza di quel tragico passato, ma questo nostro dialogo finale mi rimanda all’uso metaforico della disabilità, alla difficoltà di capirsi fino in fondo, anche quando si affronta uno stesso tema al quale si arriva da punti di vista ed esperienze diverse.
Un conto è raccontare o ascoltare cose, anche con passione, partecipazione, viscerale indignazione e sgomento, ma con quella distanza analitica, emotiva e dell’esperienza che si ha inevitabilmente su cose che sono capitate ad altri (e capiterebbero ad altri se accadessero oggi). Un altro conto è raccontare o ascoltare quelle stesse cose, con tutti quegli stessi sentimenti e analisi e, con in più, l’inevitabile consapevolezza di esserci dentro fino al collo. Chi ha una disabilità oggi sente che la sua condizione, nella Germania nazista, lo avrebbe facilmente portato in una camera a gas. Oggi non è più così. E ci mancherebbe. Le persone con disabilità e i loro familiari, tuttavia, sentono troppo spesso, nella quotidianità, nel senso comune, in dispositivi di legge male o poco applicati, nel bonario pietismo, nelle discriminazioni, nelle stigmatizzazioni, nell’incompetenza, non – forse – che la propria vita è apertamente giudicata come “non degna di essere vissuta”, ma che essa è tangibilmente considerata valere meno di quella dei cosiddetti “normali”.

Nello scarto tra modi di sentire diversi, che vengono da esperienze umane ed esistenziali completamente differenti, anche quando si affronta uno stesso tema, si riesce a non essere profondamente in sintonia. Dobbiamo dunque continuare a cercare di colmare questo vuoto con modalità e linguaggi capaci di trovare un terreno in cui i punti di vista si incontrino realmente affinché quando si parla di altri e di altro, si parli anche di noi e quando si parla di noi, si parli anche di altri e di altro.

*Storico. Autore del libro La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà (Milano, Feltrinelli, 2009).

Per quanto riguarda la nostra presentazione della serata-evento di La7, Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute, con Gad Lerner e Marco Paolini, cliccare qui.

Sullo sterminio delle persone con disabilità in epoca nazista, oltre alla consultazione del sito www.olokaustos.org, suggeriamo poi la lettura – sempre nel nostro sito – dei seguenti testi:
– Crimini dimenticati (a cura di Stefano Borgato) (cliccare qui)
– Non c’è storia senza etica (di Luisella Bosisio Fazzi) (cliccare qui)
– Il passato che non deve tornare (cliccare qui)
– Non dimentichiamo quello sterminio di «connazionali improduttivi» (cliccare qui)
– L’olocausto rimosso delle persone con disabilità (cliccare qui)
– Lo sterminio delle persone con disabilità come preludio dell’Olocausto (di Giovanni De Martis) (cliccare qui)
– Tragedie di ieri e di oggi: la lunga storia dei pregiudizi (cliccare qui)
– Testimonianze silenziose (cliccare qui)
– Iniziative per non dimenticare (cliccare qui)