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Sembra non piacere troppo la spettacolarizzazione della disabilità

Il logo della trasmissione di Canale 5 «Stasera che sera!», soppressa dopo le prime puntateA tre settimane dalla messa in onda del programma di Canale 5 Stasera che sera! del 17 gennaio scorso, che ha visto la presenza tra gli ospiti dell’attore Francesco Nuti, invitato e intervistato dalla conduttrice Barbara D’Urso, l’Osservatorio Nazionale sulla Comunicazione e la Disabilità, promosso dalla Fondazione dell’Università IULM di Milano, ha diffuso i dati di un instant poll [mini-sondaggio, N.d.R.] svolto nei giorni seguenti la trasmissione.
La decisione di realizzare questa ricerca è nata dalle polemiche e dai numerosi dibattiti che la presenza di Nuti ha innescato rispetto alle modalità di rappresentazione della disabilità nei media [Francesco Nuti, in seguito a un grave incidente del 2006, ha riportato danni neurologici, N.d.R.]. Scopo della ricerca è stato infatti quello di comprendere quali siano stati i livelli di conoscenza e percezione del tema da parte dell’opinione pubblica, le principali sensazioni provocate dalla presenza di Nuti in trasmissione e i risultati in termini di consapevolezza rispetto alla disabilità e al modo con cui questa condizione è stata rappresentata nelle trasmissione.
Questo perché – come rivelato da diverse altre analisi e ricerche condotte dall’Osservatorio – i media – cinema e televisione in particolare – concorrono a formare nell’opinione pubblica, e soprattutto in quella parte di essa che si trova lontana da queste tematiche, una visione complessiva della disabilità che non sempre risponde a una realtà il più possibile fedele a quella dell’universo rappresentato dalle persone disabili, dalle loro famiglie e dai loro contesti.
Gli stereotipi che si vengono così a creare, ulteriormente amplificati dai media, sono quelli sui quali vengono poi costruite ulteriori rappresentazioni mediatiche (per esempio dalla pubblicità), politiche e interventi pubblici e ad essi si associano processi di giudizio collettivo che riguardano la sfera più personale di chi appartiene a quelle categorie con cui viene sovente “porzionata” la società civile.

La ricerca è stata svolta attraverso la somministrazione di un questionario online anonimo di sette domande a risposta singola e multipla, compilabile direttamente tramite web. La piattaforma utilizzata consente la catalogazione delle risposte e la loro analisi. Il questionario è rimasto online dal 24 al 30 gennaio ed è stato compilato da 284 persone. Il coordinamento operativo del progetto è stato affidato a Vincenzo Russo, responsabile dell’Area Società e Salute della Fondazione Università IULM, a Maurizio Trezzi, coordinatore dell’Osservatorio Comunicazione e Disabilità e ad Anna Missaglia, esperta di psicologia dei consumi.
I risultati hanno evidenziato come il 39% dei partecipanti all’instant poll abbia visto l’intervista durante la sua emissione. Di questi, la maggioranza (44,4%) l’ha seguita integralmente, mentre il 30,6% ha cambiato canale dopo meno di cinque minuti.
Chi invece non ha avuto modo di vedere in diretta l’intervento di Francesco Nuti, ne ha sentito parlare e si è informato nei giorni seguenti principalmente tramite il web (30,8%). Più del 57% di chi non ha visto l’intervista in TV ne ha comunque sentito parlare o si è informato a riguardo.

Entrando maggiormente nei contenuti e nelle reazioni provocate, il 61,5% non ritiene corretto avere invitato Nuti alla trasmissione. Un dato che dev’essere analizzato sia rispetto alla cattiva gestione della sua presenza (testimoniata dalla risposta sulla qualità della conduzione, che è stata considerata negativa dal 79% delle persone), sia per l’opportunità di far intervenire in quel contesto e con quelle modalità un personaggio nella condizione di Nuti.
Quello che infatti appare dalle risposte più legate al sentiment [l’analisi del sentiment, detta anche opinion mining, serve a determinare l’atteggiamento di chi scrive o parla di un certo argomento, N.d.R.] e all’esito a livello emotivo della trasmissione è che le principali emozioni provocate nei telespettatori e in chi ha seguito la vicenda sono (in queste domande era consentita la risposta multipla, con un massimo di due risposte) la compassione e la malinconia (entrambe al 28,6%), il fastidio (26,7%) e la partecipazione al dolore (25,7%).
Raggruppando le risposte si può concludere che la rappresentazione fondata su una comunicazione fortemente emotiva e compassionevole –  cliché ancora troppo spesso utilizzato nella comunicazione delle disabilità in Italia – ha coinvolto la maggior parte delle risposte (60,5%). Il giudizio finale sulla partecipazione dell’attore alla trasmissione è legato alla sua condizione di difficoltà, al fine di aumentare l’audience del programma – come segnalato dalle risposte all’istant poll –  e alla spettacolarizzazione della sua condizione stessa. Sommando i risultati delle due risposte presenti si raggiunge quasi l’80% (spettacolarizzazione del dolore + sfruttare la presenza di un personaggio disabile per aumentare l’audience).
Pochi, invece, coloro i quali hanno ritenuto la trasmissione portatrice di positivi messaggi sulla disabilità o di corretti spunti di informazione e analisi sul tema.

Pertanto, chi ha seguito direttamente o indirettamente la vicenda ha avuto come risultato a livello percettivo quello di un modo ormai abbastanza superato dall’evoluzione del messaggio televisivo, di rappresentare la disabilità, ancora troppo spesso associata a una condizione di dolore, da raccontare utilizzando toni pietistici e che toccano le corde più emotive dei telespettatori.
«Ancora una volta – sostiene Maurizio Trezzi – si è persa un’occasione per portare in un prime time televisivo [programma di prima serata, N.d.R.] una nuova rappresentazione delle persone disabili che da un lato non le utilizzi come “espedienti” per alzare l’audience e dall’altro racconti e spieghi in maniera giornalistica, cronicistica e oggettiva la loro condizione perché questa diventi argomento di approfondimento e riflessione sulla tematica non basata esclusivamente sulla drammaticità e la pietà». Elementi che non sono più quelli che andrebbero utilizzati in questo tipo di trasmissioni e di programmi.
«Quello che è mancato, come si rileva anche dalle riposte fornite al questionario – commenta Vincenzo Russo – è una gestione dell’intervento maggiormente orientata all’esplorazione della realtà della disabilità secondo quanto previsto, ad esempio, dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Credo che oggi  occorra – e i telespettatori evidentemente lo chiedono con più frequenza – centrare maggiormente l’attenzione sul racconto, sull’esperienza vissuta dalla singola persona con disabilità, per arrivare a fornire una rappresentazione che avvenga attraverso il riferimento a casi di vita vissuta, a vicende personali legate alla quotidianità e ai mille piccoli e grandi problemi che hanno le persone con disabilità, come tutti, senza che esse siano coinvolte da un lato su racconti eccessivamente spettacolarizzati – e qui faccio riferimento al mito del “super disabile”, capace di raggiungere obiettivi inavvicinabili per la maggior parte (come ad esempio  l’atleta Oscar Pistorius) – oppure snaturate rispetto al loro contesto e inserite in “gabbie mediatiche” che tendono solo ad isolare e ghettizzare gli argomenti e le persone».

*L’Osservatorio Permanente Nazionale sulla Comunicazione e la Disabilità, attivato dalla Fondazione dell’Università IULM di Milano, lavora dal 2007 all’analisi e allo studio del rapporto fra il mondo della disabilità e il sistema della comunicazione e dei media. Questo per monitorare l’andamento e l’evoluzione delle modalità attraverso cui la disabilità viene rappresentata, per analizzare e valutare i sistemi con i quali la Pubblica Amministrazione comunica con l’universo delle persone disabili e anche per tratteggiare le dinamiche comunicative all’interno di tale realtà. Il lavoro dell’Osservatorio prevede il coinvolgimento di significativi partner legati alla tematica, come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), in tutte le sue articolazioni associative e territoriali. In considerazione delle specifiche competenze, l’Osservatorio promuove inoltre attività di ricerca dedicate alle valutazioni delle azioni di comunicazione di Enti Pubblici, delle campagne di comunicazione sociale promosse da Amministrazioni Pubbliche e soggetti privati e di programmi televisivi e radiofonici nei quali sia trattato al tema della disabilità, attraverso la presenza, o meno di persone con disabilità.

I dati completi della ricerca sul programma di Canale 5 Stasera che sera! sono disponibili, su richiesta, inviando un messaggio a: osservatorio.disabilita@fondazione.iulm.it. Per ulteriori informazioni: Maurizio Trezzi, coordinatore dell’Osservatorio, stesso indirizzo.