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Ieri il passato, domani il mistero, oggi il dono

Giusy Versace durante un allenamentoGiuseppina Versace, meglio conosciuta come Giusy, porta un cognome che nel mondo della moda pesa e conta. Ed è proprio nel mondo della moda che comincia a lavorare, giovanissima, preferendo un’altra azienda a quella familiare, per mantenere il terreno libero da ogni implicazione. Oggi, Giusy Versace è nota alla cronaca per essere la prima donna atleta con amputazione bilaterale alle gambe a gareggiare a livello agonistico nella corsa dei 100 metri piani, promessa in prospettiva paralimpica.
A cambiarle la vita è stato un incidente, che dalla moda l’ha portata ai podi dell’atletica leggera, passando per l’accettazione del proprio corpo e per il reinserimento sociale e lavorativo. È la stessa Giusy a raccontarci i retroscena e i passaggi più critici di questo suo intenso percorso… ancora tutto da vivere! (Anallisa Benedetti)

Ciao Giusy, conosciamoci un po’…
«Sono nata a Reggio Calabria il 20 maggio 1977. Terminato il Liceo Linguistico, vado a vivere a Londra per un anno, dove, per mantenermi da sola, lavoro come baby sitter, commessa in un negozio di giocattoli, cassiera in un take-away e hostess congressuale. A ventidue anni mi trasferisco a Milano, per mettermi alla prova e trovare nuovi stimoli lavorativi».

La tua carriera ha una rapida ascesa. A soli ventisei anni sei retail supervisor, viaggiando per il mondo. In che cosa consiste esattamente il tuo lavoro?
«Nell’ambito commerciale seguo le catene di negozi in franchising, corner e spazi dedicati, dando supporto ai partner, dall’apertura del punto vendita all’ordine della merce per i negozi, sino alla formazione del personale ecc. Sono uno dei riferimenti aziendali per il cliente, oltre che mediatore tra partner e azienda».

Sei proprio nel pieno della tua carriera, quando, nell’estate del 2005, hai un grave incidente in auto, a causa del quale ti amputano entrambi gli arti inferiori dal ginocchio in giù.
«Era il 22 agosto del 2005 quando, subito dopo le ferie, noleggiai un’auto per riprendere servizio. Mi trovavo sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria e all’altezza di Castrovillari un terribile acquazzone mi fece perdere il controllo dell’auto che andò ad urtare contro il guard-rail. Questo, nell’impatto, si aprì e sfondò l’abitacolo della macchina, tranciandomi di netto entrambe le gambe».

Il trauma è gravissimo. La riabilitazione lunga e dolorosa. Ma tu non ti arrendi. Vuoi riprenderti la tua vita, il tuo lavoro, la tua femminilità.
«Sicuramente è stato un percorso lungo e doloroso, nel quale però sono stata sempre affiancata dalle persone a me più care che hanno riso e pianto con me. Trovarmi su una sedia a rotelle e avere bisogno di mia madre anche solo per prendere un bicchiere d’acqua o lavarmi… è stato un po’ come tornare indietro. Re-imparare a camminare è stata forse la fase più difficile e Il fatto di non essere stata sola è stato davvero importante.
Quando sono tornata a casa, cercare di ricominciare da dove avevo lasciato non è stato facile! Aprire l’armadio e trovare cose che non puoi più mettere fa male come un pugno nello stomaco. Trovare per casa scarpe col tacco o minigonne o fotografie di com’ero “prima”, erano continue lacrime che mia madre con grande forza divideva con me!
Dopo un anno di addestramento e di duro lavoro fisico e mentale, ecco che arriva la prova del mare. Pur vivendo ormai da più di dieci anni a Milano, l’idea di non potere andare in spiaggia o al mare era per me inaccettabile. Ho avuto con me delle amiche e dei cugini davvero unici. Le mie amiche sono state per me le sorelle che non ho mai avuto. Mi hanno supportata e accompagnata a Scilla, una delle spiagge più affollate di Reggio Calabria, spiaggia, per altro, dove sono cresciuta.
Dovevo vincere e affrontare lo sguardo della gente e garantisco che anche questa è stata una dura prova. Purtroppo c’è ancora tanta ignoranza in giro e molti tendono a nascondersi.
Dopo un altro anno ecco che torno a lavorare. Purtroppo, però, non trovo più la mia scrivania e l’atteggiamento dei dirigenti era cambiato: era come se insieme alle gambe io avessi perso la testa. Un anno dietro la scrivania a fare i solitari ha rischiato di distruggere quell’equilibrio che con grande fatica avevo ricostruito. Spesso si pensa che io, essendo una Versace, possa avere avuto la strada facile. Beh, non è così. Ho dovuto tirare tante gomitate per riprendermi ciò che avevo lasciato e che duramente avevo conquistato. Oggi mi sono riappropriata della mia scrivania e del mio ruolo, ma certamente il valore che gli do non è più lo stesso».

Si può affermare che da questo tuo percorso ne esci vincente, ma sicuramente cambiata. Che cosa senti di avere perso e guadagnato?
«Sicuramente ho perso tante cose, ma ne ho guadagnate delle altre. Prima avevo una vita al centro della quale c’era principalmente il lavoro, ma questo non mi pesava perché io amavo quello che facevo. Ci mettevo tanta passione e questo mi riempiva. Gli affetti, però, dandoli per scontati, erano messi da parte. Oggi, la mia vita è altrettanto frenetica, ma ricca di molte altre cose: il mio impegno di volontariato con l’Unitalsi a Lourdes, l’Associazione di cui sono presidente, lo sport, la famiglia… e poi anche il lavoro».

In generale, come donna, sei stata o ti senti vittima di pregiudizi?
«Sul lavoro certamente sì! Come ho detto prima, sono stata messa da parte pur avendo subito un infortunio mentre ero in giro per lavoro e non ho potuto più riprendere a pieno la mia attività poiché non mi è stato permesso. Questo un po’ mi manca, ma sono felice di poter fare altre cose. Certamente ho capito che alla fine “la medaglia non te la dà nessuno” e che se si fa una cosa la si deve fare perché ci si mette la passione e non per aspettarsi qualcosa dagli altri.
Forse tornando indietro rifarei comunque tutto da capo, ma certamente oggi non posso che riflettere e trarre insegnamento da questo».

Secondo te, ad alimentare i pregiudizi nei confronti delle persone con disabilità, possono essere certi stessi atteggiamenti di alcune di queste?
1«Non saprei dirlo, ma certamente c’è ancora tanta ignoranza in questo senso. Ignoranza non nel senso offensivo, sia chiaro, ma nel senso vero della parola. La gente non conosce i problemi dell’handicap e neanche se ne vuole interessare perché si guarda ancora all’handicap come a una cosa triste e la gente ha paura; è più facile voltarsi dall’altra parte e far finta di non vedere.
Purtroppo, però, disabili non si nasce solamente, ma ci si può anche diventare, proprio com’è successo a me».

Torniamo a te, Giusy. Oggi sei anche un’atleta e dirigi la ONLUS Disabili No Limits. Cominciamo dallo sport. Ti stai allenando per partecipare alle Paralimpiadi di Londra 2012, dopo avere gareggiato in diversi Campionati Italiani di atletica leggera. La tua specialità è la corsa sui 100 metri piani. Anche qui hai bruciato le tappe. Intanto, come ti sei avvicinata allo sport?
«Si è trattato di una scommessa. Volevo provare l’emozione di correre ancora senza pensare assolutamente a gareggiare. Molti “addetti ai lavori”, anziché incoraggiarmi, mi hanno scoraggiata, cercando di distruggere il mio sogno. Dicevano che non ero in grado, che sarei caduta. Ho fortemente voluto provare ed è stato grazie anche al grande supporto di mio fratello e del mio ragazzo che sono andata avanti.
Dopo un anno e mezzo, quindi, di liti burocratiche, ho fatto le mie prime protesi sportive e quando mi è stato proposto di gareggiare, ho fortemente voluto rappresentare la mia terra, tesserandomi con una società calabrese, la “CON NOI” di Reggio Calabria. Non credevo di essere in grado e invece nel giro di pochi mesi mi sono trovata con delle medaglie al collo! Alla faccia di tutti quelli che dicevano che sarei caduta!
Nel giugno del 2010, al Campionato Italiano di Imola, ho vinto sui 100 metri con un tempo di 19″93. Lo scorso 30 marzo, poi, ho segnato un nuovo record italiano per la mia categoria, correndo sempre sui 100, ma questa volta in 17″60.
Ora mi sto impegnando per poter gareggiare alle prossime Paralimpiadi. Se dovessi riuscire ad arrivarci sarà una grande soddisfazione, ma anche se non arrivasse la qualificazione per Londra, sarei comunque felice perché il percorso che sto facendo mi sta arricchendo moltissimo e soprattutto mi aiuta a stimolare altra gente a venire fuori e ad avvicinarsi allo sport».

Che sensazione hai provato quando hai potuto di nuovo correre?
«Il mio cervello aveva dimenticato cosa volesse dire correre. Sentire il mio corpo muoversi nell’aria, muovere le braccia, avere il vento tra i capelli… sensazioni davvero uniche. Quel giorno mio fratello era accanto a me, come in tante altre situazioni, e la prima cosa che abbiamo commentato insieme è stata che la prima volta che ho camminato ho pianto dal dolore, mentre invece la prima volta che ho corso ho pianto dalla gioia!».

Che cosa provi quando ti paragonano ad Oscar Pistorius?
«In verità sorrido. Principalmente per tre motivi. Uno è che lui porta le protesi da quando aveva un anno, è cresciuto così, questa è la sua normalità. Lui non conosce la differenza, probabilmente neanche il dolore fisico. Per me, invece, che ho avuto l’incidente da adulta, forse è stato un po’ più difficile e poi sono una donna. Credo che per le donne sia sempre più difficile mettersi in mostra in situazioni come queste. Due, lui fa l’atleta di professione. Lo pagano per questo e lo fa da tanti anni. Io ho scoperto l’atletica da un anno. Prima ero una sportiva, ma non ero un’atleta. Lo sto diventando adesso, o meglio, ci provo. Infine, io ho quasi dieci anni di più… eh eh eh. A lui comunque va il merito di aver fatto conoscere a tanti il mondo paralimpico».

Sostieni che dovrebbe essere maggiormente incentivata, in Italia, la pratica dello sport per le persone che hanno subito un trauma invalidante. Perché?
«Lo sport lo intendo come terapia. Credo che soprattutto per chi vive delle disabilità sia un mezzo importante di confronto, aggregazione e certamente anche un mezzo per aumentare la propria autostima. Purtroppo lo sport per disabili in Italia è poco diffuso, primo per poca conoscenza e poi perché gli ausili per fare sport sono molto costosi e purtroppo il Sistema Sanitario Nazionale non li prevede».

Dal maggio del 2010 – come abbiamo detto – sei presidente di Disabili No Limits? Qual è la mission di questa Associazione?
«Composta da volontari, l’Associazione si occupa di raccogliere fondi per donare ausili altamente tecnologici a persone con disabilità che non possono permetterseli».

Una medaglia d’oro alle prossime Paralimpiadi è un bel sogno e tiferemo sicuramente per te affinché si realizzi! Ma quali altri sogni e desideri serba Giusy per la sua vita?
«Ho capito l’importanza di ringraziare quotidianamente per quello che si ha. I miei sogni e/o desideri non sono mai a lungo termine perché poi, alla fine, forse qualcuno Lassù ha già deciso. Certamente oggi c’è questo importante obiettivo delle Paralimpiadi, ma forse il mio sogno più grande è che il mondo si pulisca un po’. C’è ancora tanta cattiveria e ignoranza nella gente e questo mi fa molto male.
Un giorno di tanti anni fa, a bordo di un taxi, ho letto una frase che per me vuol dire tutto e da allora non l’ho mai dimenticata: “Ieri è il passato, Domani è il mistero, Oggi è il dono”».

*Intervista già apparsa, con il titolo Il dono di Giusy, nel sito  del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), a cura di Annalisa Benedetti. Viene qui ripresa, con minimi riadattamenti, per gentile concessione del Coordinamento Gruppo Donne UILDM.