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«Los indignados» siamo noi!

Uomo con la mano sul volto, in espressione tra l'indignato e lo sconfortatoLa traduzione italiana dei termini spagnoli “los indignados” – le persone che con la loro protesta stanno riempiendo in questi giorni le piazze di Spagna e le pagine dei giornali di tutto il mondo –  è in realtà molto semplice: “los indignados” sono le persone con disabilità!
Schiacciate infatti dall’incuria dei politici, dalle prassi persecutorie degli enti, dalla crisi economica che ogni giorno sottrae valore reale alle loro modestissime pensioni, le persone con disabilità guardano con sgomento l’evolversi della situazione generale del Paese e della loro in particolare.

Ma dopo lo sgomento viene la rabbia: perché a un parlamentare bastano ormai cinque anni di mandato*, per guadagnarsi una ricca pensione, mentre ad altri è indispensabile una disabilità che duri tutta una vita  per avere pochissime centinaia di euro al mese?
Assieme alla rabbia sale poi l’indignazione, perché si è dipinti come i “nuovi untori”, che seminano miseria e sottraggono risorse “alla parte sana del Paese”. Ma la parte sana del Paese non sono quelli che stornano o rubano immense risorse, annodando complicità criminali con banche e politici, lasciando dietro di sé voragini finanziarie a danno dei poveri cristi che pagano le tasse anche per i loro disastri; la parte sana siamo noi, “los indignados italiani”, le persone con disabilità che dovranno occupare le piazze il 23 giugno per farsi sentire, vedere, contare.

*Il termine “mandato” è in questo caso particolarmente esatto, perché i parlamentari italiani vengono appunto “mandati” dai partiti e non scelti dagli elettori…

Della manifestazione promossa per il 23 giugno prossimo, il nostro sito ha dato preannuncio nel testo intitolato Tagliare i fondi sociali significa violare i diritti umani (a cura di Barbara Pianca, disponibile cliccando qui).

A proposito poi di quanto scritto da Giorgio Genta sulla pensione ai parlamentari italiani, dopo soli cinque anni di legislatura, si tratta in realtà di un vitalizio, del quale vale certamente la pena ricordare che il 21 settembre 2010 il deputato dell’Italia dei Valori Antonio Borghesi aveva proposto l’abolizione, tramite un Ordine del Giorno, pronunciando un discorso alla Camera nel quale sosteneva tra l’altro (grassetti nostri nel virgolettato):
«Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata.
Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno – ce ne sono tre – e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessesi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.
Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
La Corte costituzionale ha permesso di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti acquisiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno».

Ebbene, l’Ordine del Giorno venne votato e bocciato, con 498 voti contrari, 22 favorevoli e 5 astenuti. Una notizia, questa, che ha avuto assai poco spazio da parte dei vari organi d’informazione. Ne ringraziamo per la segnalazione il Lettore Luciano Rottigni.