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La grande qualità del «fare le cose con lentezza»

Un incontro nell'ambito del «Progetto Calamaio» di BolognaSpesso gli organi d’informazione propongono storie di alunni con disabilità, raccontando i loro successi o le loro difficoltà. Meno frequente è trovare nei media generalisti storie di docenti ed educatori disabili, quasi ci fosse una resistenza a pensare che gli alunni crescono, che la scuola finisce e che gli adulti con disabilità, al pari delle altre persone, devono guadagnarsi da vivere.
Per questo motivo è particolarmente gradita la presente testimonianza di Monica Bruni che a 25 anni non ha ancora smesso di “andare a scuola”. (Simona Lancioni)

Sono Monica Bruni, ho 25 anni, e sono affetta dalla nascita da una tetraparesi spastica. Mi sono diplomata presso il Liceo Magistrale “Laura Bassi”, indirizzo socio-pedagogico, a Bologna. Dal novembre del 2009 lavoro presso la Cooperativa Sociale di Bologna Accaparlante, all’interno del Progetto Calamaio, tramite una borsa lavoro [nato nel 1986 all’interno del Centro Documentazione Handicap di Bologna, il Progetto Calamaio è stato ideato e progettato da animatori con disabilità e punta alla presa di coscienza da parte di bambini e adulti – insegnanti e genitori – attraverso il confronto con l’alterità, N.d.R.].
La nostra attività consiste soprattutto nella preparazione di animazioni che proponiamo nelle scuole, nei musei ecc., ma anche nella stesura di articoli di attualità che trattano i temi della disabilità e dell’integrazione. Facciamo un lavoro d’équipe sui temi che ci sembrano più importanti, ma i miei articoli li redigo personalmente.

Incontrare le persone significa mettersi in ascolto delle tante piccole grandi storie vissute in ogni attimo della nostra esistenza e farle proprie. Significa anche ricavare da questi racconti multicolori suggerimenti pratici per affrontare le situazioni al meglio delle nostre possibilità. Sono argomenti che riguardano tutti noi. Infatti, tutti, prima o poi, ci troveremo a prendere in considerazione la grande qualità del “fare le cose con lentezza”, non valutando tale situazione in modo negativo, ma investendo gran parte del nostro tempo a considerare che ogni parola e ogni azione che noi compiamo ha ricadute notevoli sulle nuove generazioni di giovani, i quali chiedono semplicità nei discorsi e nei gesti.

Attraverso il mio esempio – che a mia volta ho ereditato da genitori che non considerano la disabilità come un ostacolo, ma come un’occasione di crescita -, cerco di modificare almeno un po’ l’immagine distorta dei ragazzi e degli adulti che si adagiano, e non usano gli strumenti utili al loro spostamento e alla loro vita privata e pubblica.
Cerco sempre di riflettere su ciò che i giovani vogliono comprendere del mio cammino personale. Infatti, questo cammino mi ha portato a considerare la voglia di vivere come fondamento della mia serenità d’Animo, nel narrare con tranquillità le vicende accadute e che accadono.
Mi concentro su certi particolari a me cari, come l’esercizio costante dell’autocritica, per capire se qualcosa in un determinato giorno ha prodotto frutti positivi. Se qualcosa che leggo o che scrivo può essere utile alla mia crescita e può essere tradotto in pratica quando incontro i giovani.
Oppure, altro esempio, rifletto sulla voglia di decidere come impiegare il mio tempo libero (scelgo io la ripartizione del tempo e il luogo dove svolgere attività ludiche significative: che questo possa essere di sprono ad altre situazioni di difficoltà?) o, ancora, rifletto sul sentirmi parte di un mondo che, attraverso la mia opera non pretenziosa ma bella, può cambiare.
Solo se impiego un po’ di tempo stando in silenzio e concentrandomi di più sui valori che il mio corpo e la mia sensibilità hanno acquisito, questo mio curarmi profondamente, e questo mio considerarmi persona fisica con dei diritti e dei doveri da salvaguardare (non solo attraverso le leggi scritte), può provocare qualche reazione nella quotidianità dei ragazzi con i quali lavoro, e che diventeranno uomini consapevoli di se stessi e di vivere in relazione con altri.

Vado in un centro di aggregazione e mi domando cosa vi trovo di nuovo, cosa possa essere utile ai ragazzi che frequentano questi luoghi di riunione organizzati, per far circolare idee che dovrebbero trasformarsi in azioni concrete di cambiamento – proprio e sociale – in una determinata direzione.
Faccio tutto questo per scoprire la loro risposta agli stimoli positivi dati anche dalla fondamentale drammatizzazione di fiabe create dalla nostra équipe.
Noi abbiamo fatto del lavoro di gruppo un cavallo di battaglia e cerchiamo di esprimere la massima spontaneità possibile nel movimento e nelle parole. Questa esperienza comune sfocia in un contatto che può creare sintonia o distonia, ma che in ogni caso lascia una traccia indelebile nelle vite dei ragazzi e nelle nostre, rendendole più ricche di colori.
Chi parla e chi ascolta si confronta su un terreno fertile, capace di far crescere le “piante” che si chiamano col nome dei ragazzi che incontriamo lungo la strada, spesso impauriti da una persona che in realtà è simile a loro.

*Testo già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo Il ruolo di educatrice disabile a scuola e qui ripreso, con minimi riadattamenti, per gentile concessione del Coordinamento del Gruppo stesso.

Il Gruppo Donne UILDM
13 eventi e altrettante pubblicazioni della collana Donna e disabilità, un centinaio tra articoli, interviste, recensioni, adesioni a campagne ecc., organizzati per temi, circa 80 segnalazioni di film attinenti alle donne disabili, più di 450 segnalazioni bibliografiche e circa 600 risorse internet schedate: parlano da sole le cifre del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che costituisce certamente una delle esperienze più vive e interessanti – nel campo della documentazione riguardante la disabilità – avviata nel 1998 in modo informale.
Gli obiettivi originari erano da una parte quello di raggiungere le pari opportunità per le donne con disabilità, attraverso una maggiore consapevolezza di sé e dei propri diritti, dall’altra cogliere la “diversità nella diversità”, riconoscendo la specificità della situazione delle donne disabili.
Poi, nel corso degli anni, il Gruppo ha cambiato in parte il proprio ambito d’interesse, oltre a non essere più composto da sole donne e a non occuparsi esclusivamente di questioni femminili. La stessa disabilità è diventata uno dei tanti elementi in un percorso di integrazione e di apertura su più fronti.
Nel 2008, per festeggiare il suo decimo “compleanno”, il Coordinamento del Gruppo Donne (composto attualmente da Francesca ArcaduAnnalisa Benedetti, Valentina Boscolo, Oriana Fioccone, Simona Lancioni, Francesca Penno, Anna Petrone, Fulvia Reggiani, Gaia Valmarin e Marina Voudouri) ha deciso di investire di più in informazione e in documentazione, recuperando i suoi obiettivi originari, senza rinunciare all’apertura quale tratto distintivo. E così – come in un laboratorio – è iniziato un lavoro finalizzato a organizzare e rendere fruibili, attraverso il proprio spazio internet, le informazioni che circolano all’interno del Coordinamento stesso.
Un importante, ulteriore salto di qualità, infine, si è avuto con la creazione di un repertorio (VRD – Virtual Reference Desk), che raggruppa le varie risorse fruibili in internet (in lingua italiana) di e su donne con disabilità (il nostro sito se n’è occupato con l’articolo disponibile cliccando qui).

L’indirizzo del Gruppo Donne UILDM è www.uildm.org/gruppodonne. Al repertorio di cui si è detto, si accede cliccando qui. Il Gruppo Donne UILDM è anche su Facebook (cliccare qui).