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Questa «commedia dell’assurdo» che ogni anno si ripete

Disegno su sfondo verde con testa di bimbo che spunta dal bassoReplichiamo – in quanto associazione di genitori con figli disabili – alle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, in merito al sostegno scolastico: il Ministro ha affermato infatti che, quest’anno, gli insegnanti deputati a seguire gli alunni disabili italiani sono «talmente tanti da rappresentare un picco storico». E ha calato nel vuoto una cifra, «94.000», senza aggiungere però che, rispetto allo scorso anno, anche gli studenti disabili sono aumentati a oltre 200.000 presenze e che forse anche loro costituiscono un “picco storico”.
Cosa dice la legge in merito al rapporto numerico tra insegnanti di sostegno e studenti? Dice che possono esserci due studenti per ogni insegnante: facendo una semplice divisione, ne abbiamo 2,14 e cioè siamo già fuori della legge.
La legge dice anche che nei casi in cui vi sia la gravità (naturalmente certificata), il rapporto dev’essere di 1 a 1, senza se e senza ma. Quindi, calcolando anche i casi di gravità, il rapporto aumenta, la legge viene ulteriormente trasgredita e gli insegnanti sono insufficienti.
Le associazioni dedicate, i sindacati, gli esponenti politici che si occupano di scuola parlano di 65.000 insegnanti di sostegno che mancano. 65.000, non 1.000 o 2.000, ma un numero enorme! In alcune Regioni ne mancano di più, come la Calabria (rapporto 4!) o il Veneto (rapporto 3,8). In Lombardia siamo quasi al pari del Veneto, per cui le associazioni – compresa la nostra – si sono mobilitate per richiedere subito il confronto per arrivare a una soluzione. In Sicilia, addirittura, le scuole sono iniziate il 15 settembre, ma gli insegnanti di sostegno inizieranno il loro servizio solo il 30 del mese. E nel frattempo gli alunni disabili? Siamo alla discriminazione pura.
Emblematico anche il caso di Torino, dove, per questioni di “razionalizzazione”, si volevano assegnare quattrocento posti di sostegno a docenti che non erano abilitati, come dire “spedisco un elefante in una cristalleria”…
La mobilitazione è generale in tutta Italia, si fanno manifestazioni, si scrivono lettere addirittura a Napolitano (per esempio da Parma), si decide di non portare a scuola i figli (Venezia), eppure il nostro Ministro dell’Istruzione dice che quella del taglio degli insegnanti di sostegno è una «leggenda nera» («La Stampa» del 14 settembre scorso, servizio a firma di Michele Brambilla, visionabile cliccando qui).

Ma chi sono questi insegnanti di sostegno? Sono docenti per cui non esiste una classe di concorso, per cui si stanzia una cifra ridicola per i corsi di formazione, per tacer del fatto che – dopo cinque anni che uno fa il sostegno – poi può diventare un insegnante “normale” e buonanotte alla professionalità, in un campo così delicato come quello della didattica speciale.
Ricordiamoci che l’insegnante di sostegno non è il “babysitter dell’alunno disabile”, ma è assegnato a tutta la classe, con  il compito, cioè, di integrare i compagni con l’alunno che segue e viceversa. È un docente a tutti gli effetti, ma nella realtà viene spesso trattato come una “cenerentola” pure dai colleghi curricolari. Anche questa è un’altra forma di discriminazione.

Il sostegno, però, è solo la punta dell’iceberg dei problemi che affliggono gli alunni disabili, ogni anno, tutti gli anni: ci sono le barriere architettoniche, il personale vario che per legge dev’essere assegnato: assistente alla comunicazione per chi ha disabilità sensoriali (cecità e sordità), assistente igienico, assistente sanitario (nei casi in cui l’alunno sia sotto terapia farmacologica) e l’educatore fornito dai Comuni.
Ragazzo con disabilità a scuolaCi sono gli ausili che deve procurare la scuola (esistono i banchi, le sedie, le lavagne tradizionali o interattive, i libri di testo ecc.? Bene, per chi è disabile tutto questo si chiama ausilio).
Le famiglie degli alunni disabili devono lottare ogni anno, da sempre, anche per avere tutte queste cose, previste per legge. L’Italia è un Paese che si dimostra ancora arretrato nella cultura dell’inclusione, ignorando tutte le leggi che abbiamo in materia e che sono un modello di eccellenza per tutti gli altri Paesi europei.

E veniamo a un altro nodo cruciale: sempre per legge esiste qualcosa che si chiama GLH (Gruppo Lavoro Handicap), che dev’essere istituito, pena omissione d’atti d’ufficio per il Dirigente Scolastico. Si tratta di gruppi di lavoro specifici per la disabiltà nella scuola, cui partecipano anche i genitori, tramite i loro rappresentanti.
Ebbene, la maggioranza dei Dirigenti Scolastici italiani non indice il GLH, non c’è alcuna programmazione didattica intorno all’alunno disabile e i genitori neanche hanno colloqui con l’insegnante di sostegno. Spesso non vedono nemmeno il PEI, che è il Piano Educativo Individualizzato e che non dovrebbe aver valore se non firmato dai genitori. Un documento, questo, che dovrebbe essere il frutto del lavoro corale degli insegnanti curricolari, degli specialisti che seguono l’alunno e dei genitori stessi. Per capire: nel PEI si decide cosa fare, quali obiettivi raggiungere, se sia il caso di optare per il programma a requisiti minimi oppure per quello differenziato.

Non sappiamo se abbiamo reso l’idea, se cioè chi è estraneo a questo mondo si renda conto di come sono trattati gli alunni disabili e le relative famiglie, in Italia.
Per sovrammercato, da qualche mese in qua, sentiamo alzate d’ingegno sotto forma di Disegni di Legge che propongono di trovare degli sponsor privati per assicurare il sostegno agli alunni disabili [se ne legga nel nostro sito ad esempio cliccando qui, N.d.R.], in barba a ciò che sancisce non solo la Costituzione, ma anche tutte le leggi che tutelano le persone disabili. Il messaggio lanciato dai politici che li hanno proposti è indubbiamente inequivocabile.

C’è quindi qualcosa che non va, non trovate? E c’è molto di non detto, ad esempio le migliaia di condanne che ogni anno il Ministero dell’Istruzione subisce perché le famiglie ricorrono ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR), per vedersi ripristinati i diritti costantemente negati: non solo, quindi, il Ministero deve pagare le spese processuali, ma anche i danni esistenziali arrecati.
Vorremmo leggere in tal senso il bilancio di questo Ministero, per appurare a quanto ammonti tutto questo spreco di pubblico denaro: invece di dare il giusto all’inizio, cioè di assegnare il numero dei docenti di sostegno adeguato, ogni anno si ripete questa “commedia dell’assurdo”, come se gli alunni disabili fossero “dettagli trascurabili”, non persone cui dev’essere garantito il diritto all’istruzione. Anche in questo caso si palesa una volontà indubbiamente inequivocabile.

Ragazzo con disabilità in calsse, insieme a un'insegnanteCi chiediamo infine perché l’attuale Ministro dell’Istruzione abbia svuotato di ogni significato e lasciato di fatto morire un organismo importante e imprescindibile come l’Osservatorio Permanente per l’Integrazione Scolastica degli Alunni in Situazione di Handicap le cui finalità – come stabilito dal Decreto Ministeriale del 14 luglio 2000 – sono le seguenti: «Monitoraggio del processo di integrazione scolastica degli alunni in situazione di handicap, allo scopo di facilitare e sostenere la piena attuazione degli obiettivi previsti dalla Legge 5.2.1992 n. 104, anche in attuazione del D.P.R. n. 275/99; accordi interistituzionali per la presa in carico del progetto globale di vita e di integrazione degli alunni in situazione di handicap, attraverso misure che sostengano la continuità educativa, l’orientamento scolastico e professionale, il collegamento con il mondo del lavoro; piena attuazione del diritto alla formazione delle persone in situazione di handicap; sperimentazione e innovazione metodologico-didattica e disciplinare; iniziative legislative e regolamentari».
Chi più dei rappresentanti delle associazioni delle famiglie delle persone disabili e di quelle figure professionali che studiano la disabilità di cui, in Italia, per fortuna, disponiamo in abbondanza, avrebbe potuto meglio aiutare il Ministro dell’Istruzione a garantire ogni diritto agli studenti e magari a razionalizzare davvero questi “benedetti” bilanci?

L’istruzione pubblica è la base della cultura di ogni Paese civile, che non significa solo usare la calcolatrice, non sbagliare i congiuntivi e sapere quando è stata la Battaglia di Canne!
Sappiamo che il Ministro non risponderà, farà come sempre, da quando ha assunto questa importante e cruciale carica istituzionale, ma noi nella cultura e nella buona educazione crediamo moltissimo e riteniamo doveroso informare l’opinione pubblica sullo stato delle cose.

*Associazione di Promozione Sociale di genitori con figli disabili dal Monte Rosa al Gennargentu.