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La lucidità di Mimmo, la risposta del Papa

Un'immagine della visita pastorale in Calabria di papa Benedetto XVIIl disabile e la lettera che ha commosso il Papa è il titolo dell’articolo che avevamo letto il 12 ottobre sul «Corriere della Sera», a firma di Gian Guido Vecchi (lo si veda cliccando qui). Quasi contemporaneamente dalla FISH Calabria (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ci sono arrivati in redazione alcuni testi che hanno rapidamente chiarito “l’origine” della vicenda raccontata dal «Corriere», che nel frattempo altre testate avevano ripreso in internet.
Durante infatti la sua visita pastorale in Calabria del 9 ottobre a Lamezia Terme (Catanzaro), all’interno dell’Angelus domenicale, papa Benedetto XVI si era tra l’altro riferito ai «problemi sociali più gravi di questo territorio e dell’intera Calabria, specialmente quelli del lavoro, della gioventù e della tutela delle persone disabili, che richiedono crescente attenzione da parte di tutti, in particolare delle Istituzioni».
Un richiamo – quello alla «tutela delle persone disabili» e alla «crescente attenzione in particolare delle Istituzioni» – motivato fondamentalmente da un bel messaggio inviato qualche giorno prima al Pontefice da Domenico “Mimmo” Rocca, persona adulta con grave disabilità, uno dei protagonisti, ormai da dieci anni, del Progetto Abitare in autonomia, gestito dalla Comunità Progetto Sud di Lamezia, di cui anche il nostro sito aveva più volte dovuto occuparsi, in particolare tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, quando sembrava proprio che per quell’importante iniziativa si dovesse scrivere la parola fine, giacché il suo permanente “carattere sperimentale” deve scontrarsi, di anno in anno, con le lungaggini e i silenzi delle Istituzioni Regionali.
Sia la FISH Calabria che Giampiero Griffo, componente dell’Esecutivo Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International), avevano sostenuto quella battaglia, ciò di cui avevamo riferito, passo dopo passo, fino al mese di febbraio di quest’anno, quando la morte di Franco Rocca, fratello di Mimmo, un altro dei protagonisti di Abitare in autonomia, «sovrastato e debilitato ben oltre l’evoluzione della sua malattia», aveva fatto scrivere a don Giacomo Panizza, presidente della Comunità Progetto Sud, «che sanità è quella che porta alla depressione e non cura? E che sociale è quello che abbandona chi non può nemmeno lavarsi, cucinare, vestirsi, muoversi autonomamente? Lo chiediamo alla Regione Calabria! In particolare a quei politici, dirigenti e burocrati che non si sono nemmeno accorti che Franco è morto prima della sua ora» (il testo integrale di quell’intervento si può leggere cliccando qui).

Ebbene, il 7 ottobre scorso, a visita del Papa ormai imminente, Mimmo Rocca ha deciso di inviargli direttamente una lettera – dall’apertura sì «un po’ intimidita», come ben rileva il «Corriere della Sera» e come testimonia la stessa intestazione usata («Egregio signor Papa») – ma dai contenuti quanto mai lucidi e chiari nel denunciare una serie di situazioni del tutto inaccettabili. Quel testo merita senz’altro di essere ripreso integralmente qui di seguito.

Sono Mimmo Rocca, disabile grave e adulto, superstite, insieme a Rita, di un gruppo di disabili che da 10 anni sperimenta una forma di vita indipendente grazie al progetto
Abitare in autonomia pensato e gestito dalla Comunità Progetto Sud di Don Giacomo Panizza, il prete che ha dedicato la sua vita  a contrastare la cultura dell’emarginazione e a dare risposte alla sofferenza degli ultimi, siano disabili, profughi o tossicodipendenti, in modo civile e nel pieno rispetto della dignità umana.
Viviamo in Calabria una terra meravigliosa piena di bellezze naturali e di gente generosa, nonostante la storia non le abbia destinato una buona sorte. Qui tutto è più difficile e per le persone con disabilità gravi la vita normalmente è un vero e proprio inferno. Ma proprio qui si è voluto sperimentare una soluzione ai problemi delle persone disabili che vuole incrociare il calore dell’umanità mediterranea con l’efficienza che l’Europa richiede ai servizi sociali. Purtroppo però ci siamo dovuti scontrare sempre con una classe politica che non pare capace di servire degnamente le nostre popolazioni, soprattutto i soggetti resi deboli, più inermi.
Da più di un anno sto chiedendo al Presidente della Regione Calabria di essere ricevuto per parlare della necessità di consolidare il nostro progetto assistenziale e di farsi carico di una normativa, che è stata pure articolata, che venga incontro alle necessità delle persone disabili gravi che non vogliono finire la loro vita in un ospizio e che non possono vivere perché rimasti senza famiglia e senza nessun altro che si prenda cura di loro. Inutilmente.
Nella sua prossima visita in Calabria, questa classe politica si genufletterà davanti a lei, alta autorità morale, e più o meno ipocritamente chiederà la sua benedizione.
Io pure vorrei chiederle un grande favore: le chiedo di spendere una parola per le migliaia di persone che come me dovrebbero essere aiutate a vivere la propria vita con dignità, nel rispetto della Costituzione Italiana e delle risoluzioni dell’Onu, ultima quella dei diritti delle persone disabili
[è la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, N.d.R.], ma che in Calabria, invece, non riescono ad avere soddisfatti nemmeno i più elementari bisogni. Le chiedo, con estrema franchezza, di richiamare ai doveri della propria missione questi politici “distratti” da altre cose, sperando che vorranno tenere conto della sua parola e dei valori di cui è portatore.
Rita, io e gli altri, siamo persone senza famiglia o con genitori vecchi che non sono più in grado di assisterci. Mio fratello Franco e io, abitavamo da soli e non avevamo altre soluzioni se non l’aiuto che ci offriva il progetto
Abitare in autonomia; un’assistenza ridotta al minimo, con costi inferiori ai ricoveri in istituto, e soprattutto che rispettava la nostra voglia di vita permettendo a noi di continuare a impegnarci nel volontariato, nell’associazionismo, nella difesa dei diritti dei disabili, nella cooperazione e in altre attività socialmente qualificanti. Ma ogni anno ci è toccato sopportare l’angoscia del rinnovo del finanziamento del progetto. Un’angoscia terribile perché si prospetta ogni volta la possibilità di non essere più alzati dal letto, di non essere aiutati a nutrirci, in sintesi: di morire d’inedia. Mio fratello Franco, fisicamente inane, l’anno scorso, non ce l’ha fatta più a reggere il macigno di quest’angoscia tanto pesante che ha aggravato il suo stato di salute, si è sentito inutile, un peso… ed è morto.  Lo avevamo scritto al Presidente della Regione che ciò poteva succedere. Franco, Rita e io lo avevamo gridato disperatamente che volevamo – e lo vogliamo ancora! –  vivere e lottare per migliorare le condizioni di vita nostra e di quelli che come noi soffrono per cause fisiche e sociali.
«Avvenire», grazie alla sensibilità umana del caporedattore Mira, è stato l’unico giornale che a livello nazionale ha dato ascolto al nostro grido (cfr. «Avvenire» del 15.12.2010) ma non siamo riusciti in tempo a smuovere le sensibilità della politica calabrese per cui lo stesso giornale ha dovuto dare la notizia della morte di Franco.
Siamo rimasti adesso Rita e io e altri come noi a continuare a lottare per avere in Calabria servizi che possano rendere effettivo il diritto alla vita di noi disabili gravi adulti. C’è servizio e servizio: quelli di ricovero ci separano dal consorzio umano e ci azzerano le possibilità di partecipare alla vita attiva delle comunità civili e religiose, mentre quelli di inclusione sociale ci fanno vivere in maggiore pienezza. Perché, lo grido con forza: voglio vivere, amo la vita, l’unico vero bene che ho, nonostante la sofferenza, nonostante tutto. E ritengo giusto che chi gestisce le sorti della mia Regione, considerato anche le crisi finanziarie, i tagli, l’edonismo sconsiderato del nostro tempo, il malaffare, gli sprechi e gli egoismi individuali e di gruppo, debba garantire almeno il minimo per poter vivere in autonomia e con dignità la mia sofferta esistenza.
Le chiedo scusa per averla disturbata – e per l’opportunismo che esprimo approfittando del suo viaggio in Calabria per sollevare una problematica per niente festosa – ma voglio pensare che un suo interessamento aiuterà senz’altro la speranza di tanti fra i più deboli e inermi a non venire confinati nei ricoveri ma a stare il più possibile nella vita sociale ordinaria.

Come si è visto, la risposta del Papa è arrivata pubblicamente e questo – insieme alla buona diffusione data alla notizia da vari organi d’informazione, anche nazionali – ci sembra certamente un ottimo risultato, per chi di visibilità ha una necessità assoluta, poiché si tratta forse dell’unico modo per far sì che l’opinione pubblica non scordi mai quanto possa diventare difficile avere «il minimo per vivere in autonomia e con dignita» e che le Istituzioni preposte non siano più «distratte» e agiscano concretamente. (Stefano Borgato)