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La favola di Salvatore e di un «ponte costruito» in Nuova Zelanda

Un uomo solo nuota nelle gelide acque dello Stretto di Cook in Nuova Zelanda: è Salvatore Cimmino, nuotatore con disabilità«Condizioni marine permettendo – avevamo scritto nel mese di settembre – tra il 5 e l’11 ottobre sarà lo Stretto di Cook il teatro della nuova grande “sfida” di Salvatore Cimmino, il quarantasettenne nuotatore napoletano della Canottieri Aniene amputato della gamba destra, amico del nostro sito e da tempo impegnato – con il patrocinio del CIP (Comitato Italiano Paralimpico) – nel suo giro del mondo a  nuoto, denominato A nuoto nei mari del globo, con il quale intende dare visibilità al suo progetto Un mondo senza barriere e senza frontiere» (se ne legga nel nostro sito cliccando qui).
Successivamente Salvatore aveva anche inviato un saluto ai nostri Lettori (cliccare
qui), poco prima di partire per la Nuova Zelanda, e ora – dopo averne seguito le incredibili avventure in Argentina e in Canada (cliccare qui e qui) – siamo più che lieti di dargi il meritato spazio per raccontare quella che lui stesso definisce «una favola» o anche una storia degna della celebre serie televisiva Ai confini della realtà. (S.B.)

Ciò che state per leggere vi immergerà in una favola, o meglio, ricordate la serie televisiva Ai confini della realtà? Dove i protagonisti erano catapultati loro malgrado, come in un sogno?
Al mio arrivo in Nuova Zelanda, all’aeroporto di Wellington, mi attendeva una donna che in seguito si è rivelata un vero e proprio “angelo”. Da quel momento, infatti, come un angelo si è presa cura di me, come una mamma si prende cura del suo bambino, come una donna si prende cura del suo uomo e come un angelo mi ha sostenuto con gioia in ogni momento.
Il suo nome è Miriam, Miriam Vender, che fa parte del movimento dei Focolari, nato nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, dalla fede di Chiara Lubich, che dopo l’incontro con una donna che aveva appena perso quattro figli a causa di un violentissimo bombardamento sulla città di Trento, la portò a desiderare di condividere il dolore dell’umanità.
Oggi i seguaci di Chiara Lubich sono presenti in tutti i Paesi del mondo, dove predicano i valori della solidarietà e dell’accoglienza, dell’amore e della fratellanza, della tolleranza e dell’uguaglianza.

Miriam mi ha catapultato in un mondo fatato, fatto di persone che mi hanno adottato e trasmesso sicurezza, messo a mio agio affinché mi potessi concentrare per costruire una tappa davvero difficile della mia avventura. E da quel momento in poi è stato un crescendo di emozioni e commozione, attraverso incontri carichi di affetto, solidarietà e condivisione, disponibilità e vicinanza, succedutisi a un ritmo incessante.
La prima persona a venirmi incontro è stato Antonio Cacace, cavaliere del Lavoro e proprietario della “Bella Italia”, dove è impiegata Miriam, un bar-ristorante-shop, divenuto la base operativa dell’organizzazione dell’intera mia tappa, insieme alla sua famiglia, composta da Luisa, la moglie, e dai tre adorabili figli, Luigi, Anna e Liberato, che mi hanno dimostrato subito un affetto incommensurabile, aprendomi la porta della loro casa e i loro cuori, come si fa con un fratello, oltreché sostenendo e credendo nel mio progetto.
Sofferenza e gioia per Salvatore Cimmino, alla fine della sua avventura, nella foto pubblicata in Nuova Zelanda dall'importante giornale «Dominion Post»: l'impresa del nuotatore italiano ha avuto grande risonanza presso gli organi d'informazione neozelandesiStraordinario anche l’incontro con Toni Mollo, un pescatore come mio nonno, con il quale condivido un passato comune, povero materialmente, ma ricco di gioia e serenità. Toni mi ha voluto regalare – e io l’ho accettata con affetto – la maglia degli All Blacks [la celebre Nazionale neozelandese di rugby, N.d.R.], firmata da tutti i giocatori e dal loro allenatore.

Sostegno e interesse li ho ricevuti, pieni, anche da persone appartenenti al mondo della sanità e della riabilitazione, come il direttore del New Zealand Artificial Limb Board di Wellington, Ray Binet, che si è dimostrato favorevole e disponibile a sostenere e a contribuire al buon esito del mio progetto sin da subito, ovvero dalla prossima tappa in Africa, e con il quale ho condiviso la necessità e l’urgenza di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità.
E anche da esponenti del mondo accademico, come l’economista e scrittore Harry Mills, con il quale ho condiviso il discorso sull’importanza fondamentale rappresentata dall’integrazione delle persone con disabilità nella società, condizione che contribuisce ad arricchirla e ad accrescerla sia in termini umani che economici.
E ancora, da persone del mondo istituzionale, come Celia Wade-Brown, sindaco di Wellington, grazie alla quale ho ricevuto sostegno e consenso, oltre che dall’intera città, anche dall’intero Paese: il mio progetto A nuoto nei mari del globo, per un mondo senza barriere e senza frontiere ha avuto infatti un riscontro mediatico non solo nazionale, visto che al mio ritorno, sull’aereo che mi portava ad Auckland, sono stato ricevuto dalle assistenti di volo quasi come fossi una star, in quanto il successo della traversata dello Stretto di Cook è stato riportato in prima pagina dal «Dominion Post», prima testata di Wellington, e illustrato con alcuni servizi dalla televisione.
Non posso certo nascondere che tanta attenzione, pur facendomi un grande piacere, mi ha al tempo stesso imbarazzato enormemente!
Con il Sindaco abbiamo convenuto che una città, una nazione, una società che non investano equamente sull’intera popolazione risulterà tutt’altro che accogliente e tollerante, accessibile e giusta.

All’inizio del mio racconto facevo riferimento a una favola, a un sogno e anche alla serie televisiva Ai confini della realtà.
Ebbene, quando oramai eravamo rassegnati alle condizioni meteo marine, pessime al punto tale che avevo già inviato una mail all’Agenzia di Viaggi di Roma New Zealand, per  posticipare il volo di ritorno di almeno una settimana, ecco che arriva, la sera del 9 ottobre, una telefonata di Philip Rush a Miriam, comunicandole che «la mattina seguente si partiva»: se dico che ero al tempo stesso felice e terrorizzato, prego tutti di credermi.
Il 10 ottobre, dunque, di mattina, con Miriam, ci siamo recati allo Yacht Club di Mona, e dopo esserci imbarcati sulla barca di Philip, siamo partiti per quest’avventura. Eravamo in sei: Philip Rush con la sua compagna, una deliziosa Maori, Hanna Wolzha, Bryon Anderson e Chris Mc Callun, rispettivamente pilota e copilota della barca, e naturalmente Miriam ed io.
Alle 7 e 30 circa ci siamo mossi per raggiungere il luogo della partenza, Makara Coast, ma a questo punto, prima di andare avanti con il racconto, anche per far capire ancor di più le difficoltà estreme che stavo per fronteggiare, voglio svelare le preoccupazioni di Philip riportate a Miriam, «è sicuro?», «se la sente?», «è consapevole delle difficoltà?», «della temperatura dell’acqua molto bassa?», «del fatto che rischia l’ipotermia?». Non c’è dubbio che nutrisse, e anche giustamente, forti dubbi sul successo della traversata.
Cimmino prima della traversata a nuoto dello Stretto di CookDa parte sua Miriam gli rispose con quelle che sono le mie motivazioni: la determinazione nel volere, a tutti i costi, contribuire a costruire un nuovo ponte per dare la speranza, alle tante persone con disabilità, di raggiungere una vita indipendente: istruzione, lavoro, famiglia, in una parola un mondo a misura di tutti. E per questo non mi avrebbe fermato nessuno, neanche l’ipotermia!

Dopo circa un’ora, quindi, siamo arrivati a Makara Coast, luogo della partenza di quella che sarà ricordata da tutti i neozelandesi come “l’impresa storica di un nuotatore disabile”, il primo ad averla tentata e conclusa nel periodo invernale australe, la prima persona disabile che ha tentato e portato a termine la traversata a nuoto dello Stretto di Cook.
Alle 9 circa mi sono calato in acqua e il primo impatto è stato tremendo: mi sono praticamente bruciato il viso al contatto con l’acqua gelata! In quel momento è come se in me si fosse accesa una fiamma: quel bruciore al viso mi ha incattivito e anziché impaurirmi, mi ha dato forza e determinazione nell’inseguire con veemenza il mio obiettivo. Il successo di questa tappa, infatti, avrebbe contribuito in maniera determinante a realizzare uno dei miei sogni: un centro protesi che si rispetti nella città di Goma [nella Repubblica Democratica del Congo, in Africa, N.d.R.], per rispondere alle esigenze e soprattutto alle preghiere di tanti bambini, ragazzi, uomini e donne amputate. Una vita con meno sofferenze, con meno lacrime, con qualche sorriso, con uno sprazzo di gioia.
La prossima tappa, infatti, sarà proprio in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Lago di Kivu, al confine con il Burundi e il Ruanda, dove tenterò di unire con un ponte virtuale di quaranta chilometri l’Isola di Idjwi a Goma City.

Ogni tanto il freddo mi “svegliava” dalla mia determinazione, le correnti gelate invadevano il mio corpo e accendevano qualcosa nella mia testa, come se il cuore si fosse trasferito nella mia testa, facendo tremare le pareti del mio cranio, ma poi passava, poi si ripresentava.
Ogni venti minuti mi fermavo per bere integratori sciolti in acqua calda ed era un sollievo. Miriam diceva delle cose, ma io non la sentivo. Solo una volta l’ho sentita chiedermi «senti freddo?». Gli ho risposto quasi con cattiveria: «Non me lo chiedere più, porta male!». Ma io il freddo lo sentivo, mi pervadeva tutto il corpo. Ammetterlo, però, avrebbe significato la resa.
Un'immagine di Salvatore Cimmino insieme all'amico John Kirwan, già celebre giocatore di rugby neozelandeseOgni tanto alzavo la testa, l’Isola del Sud si avvicinava, ma era ancora lontana. Allora cercavo nuove energie mentali che mi dessero più forza. Poi ho iniziato ad avere dei flash: davanti ai miei occhi comparivano i visi – con sguardi che emanavano fiducia e coraggio – di Antonio, Luisa, dei loro figli, di Miriam, Vanessa, Roberto, Sharon, di suo marito che non ho mai incontrato, di John Kirwan [noto campione di rugby neozalendese, amico di Salvatore Cimmino, N.d.R.], mi sembrava di sentire le loro voci, le loro preghiere che mi sostenevano. Non potevo deluderli. Sentivo la voce di Alessandro, mio figlio, di Stefania, mia moglie e allora spingevo ancora di più: l’Isola del Sud iniziava a colorarsi.

A un certo punto ho incominciato a sentire dei fischi: stavo forse sognando? Il freddo stava avendo la meglio? E invece li sentivo per davvero, era Philip che mi incoraggiava in prossimità della meta, mentre Miriam mi faceva segno che mancavano cinque chilometri all’arrivo.
Mi sono sentito un leone, sembrava che fossi entrato in acqua solo da pochi minuti: volavo! Sentivo davvero la sensazione di volare! L’Isola del Sud non era più un miraggio: esisteva!
Potevano mancare due chilometri, un’ultima sosta, la ventiquattresima, riparto con tutte le mie forze, dicendomi «dai, sei arrivato», quando sento il mare che mi si rivolta contro, si agita, mi spinge indietro, soffro come mai avevo sofferto fino a quel momento. Non arrivavo mai, eppure la parete era a portata di mano, riuscivo a scorgere le onde infrangersi contro, ma non arrivavo, il mare mi spingeva indietro. E poi, finalmente, dopo tanto penare, dopo tanta sofferenza, dopo 8 ore e 18 minuti, riesco a toccare la parete di Perano Head, vicino Tory Channel.
In un istante i miei sogni si materializzano, sono felice e piango di gioia, Iddio ha ascoltato le mie preghiere, ce l’ho fatta!!! Sento che questo miracolo contribuirà a regalare sorrisi, speranza e fiducia a tanti bambini e ragazzi africani.

Grazie Miriam, grazie Antonio e grazie a tutta la tua famiglia, all’intera comunità italiana in Nuova Zelanda, grazie al Movimento dei Focolari e all’Ambasciata Italiana, grazie a Donato Scioscioli, a John Kirwan, a Sharon, ai media che hanno voluto promulgare il mio messaggio, grazie a Wellington e al suo Sindaco e grazie a tutta la Nuova Zelanda per avermi accolto come un figlio.
Grazie poi alla Provincia di Roma, all’assessore Patrizia Prestipino, a Intermatica, a Claudio Castellani, a Simona, a Stefano Testini, a Filippo Tassara, alla famiglia del Circolo Canottieri Aniene, a mia moglie e a mio figlio, per il vostro sostegno, la vostra vicinanza, il vostro ascolto: se un giorno le persone con disabilità raggiungeranno la tanto agognata vita indipendente, sarà anche grazie a voi.

*Salvatore Cimmino (Torre Annunziata, Napoli, 1964), nuotatore della Canottieri Aniene amputato della gamba destra, è impegnato nel suo giro del mondo a  nuoto, denominato A nuoto nei mari del globo, per dare visibilità al suo progetto Un mondo senza barriere e senza frontiere. Ne segnaliamo nel nostro sito in particolare i testi: Girerò l’Europa a nuoto per un mondo senza barriere (cliccare qui), Quella maratona acquatica, metafora della vita di ogni disabile (cliccare qui), Ho nuotato nell’acqua gelida in nome della mobilità e della vita indipendente (cliccare qui), Ho nuotato per Gianca (cliccare qui), La Nuova Zelanda sta aspettando Salvatore Cimmino (cliccare qui) e Io «rilancio» con le mie sfide, gli Stati rilancino con la spesa sociale (cliccare qui). Il suo sito è raggiungibile cliccando qui. Il suo giro del mondo a nuoto è patrocinato dal CIP (Comitato Italiano Paralimpico).