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Quando «non si ha l’aria» del disabile

Uomo con la mano su un occhio, con espressione tra lo sconcertato e l'irritatoTorna subito alla mente quella “sciagurata” puntata del 1° aprile della trasmissione di Raiuno Domenica in… L’Arena, leggendo in questi giorni una notizia sul quotidiano friulano «Messaggero Veneto».
Nel caso infatti di quel programma – anche per l’impreparazione sull’argomento dimostrata da Massimo Giletti, che lo aveva condotto -, il rischio era stato quello di far passare come “casi lampanti di falsa invalidità” quelli di persone con una grave malattia oculare come la  retinite pigmentosa, magari per il fatto che qualcuno di loro potesse “andare in bicicletta”. «Io stessa – aveva dichiarato subito dopo un’indignata Mirella Bighi, presidente dell’Associazione Retinite Pigmentosa Emilia-Romagna e persona ipovedente  vado in bicicletta, ma solo nel breve percorso tra casa e la fermata dell’autobus: lo conosco a memoria, so che è sicuro e senza ostacoli, e vado piano» (di quella vicenda si legga nel nostro sito cliccando qui e qui).
Nel caso invece che ha visto per protagonista, suo malgrado, Laura Sandruvi, si è andati ben oltre gli effimeri scenari di uno studio televisivo, arrivando a una lunga vicenda giudiziaria, sempre però all’insegna di una formula mirabilmente sintetizzata dalla stessa Laura – “quando ‘non si ha l’aria’ del disabile”, appunto – e che abbiamo voluto scegliere come titolo di questa nota.

Trentasettenne originaria di Gemona del Friuli (Udine), ad appena un anno di età Laura era rimasta intrappolata sotto le macerie della sua casa, nel disastroso terremoto del 6 maggio 1976 che aveva colpito la Carnia, riportando alle gambe quelle lesioni che l’avrebbero resa persona con una ridotta capacità di deambulazione. Nello specifico, la certificazione medica parla di «autonomia deambulatoria molto limitata, palesata da zoppia evidente e visibile, con difficoltà a effettuare una marcia prolungata», ciò che le aveva consentito a suo tempo di ottenere il contrassegno disabili per la circolazione e la sosta di veicoli.
Nel 2009, però, Laura era stata vista praticare la danza del ventre, ed essere inserita “addirittura” nell’elenco delle ballerine iscritte al Campionato Regionale di Paderno. A quel punto crebbero i sospetti e da uno dei medici che l’avevano visitata, passarono dapprima alla Squadra Mobile e successivamente alla Procura della Repubblica che dopo quasi due anni di indagini e di battaglie legali, chiuse il proprio lavoro con la formulazione di due gravi ipotesi di reato a carico della donna con disabilità: falsità ideologica in atti pubblici e truffa aggravata ai danni della Polizia Municipale.
Eppure, per evitare di arrivare a questo, bastava forse considerare più approfonditamente il fatto che una «ridotta capacità di deambulazione» – come ad esempio testimoniano quotidianamente migliaia di atleti con disabilità – non è necessariamente incompatibile con la possibilità di praticare un’attività sportiva – danza del ventre compresa – come infatti ha concluso lo stesso Pubblico Ministero, che un paio di mesi fa – fortunatamente – ha chiesto l’archiviazione del caso, accolta nei giorni scorsi dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Udine. «Lo stesso Giudice – riferisce in tal senso il «Messaggero Veneto» del 28 aprile – non ha esitato a definire “decisamente singolare” la vicenda, oltre che particolarmente complessa e, sul piano delle ipotesi penali, difficilmente sostenibile in giudizio».
Certo, un peso sostanziale lo ha avuto anche l’ampia memoria difensiva presentata dall’avvocato di Laura Sandruvi, secondo il quale, per altro, all’origine del grande interesse suscitato dal caso, ci sarebbe stata la «pura suggestione data dall’immaginare una donna invalida praticare la danza del ventre».
Ma lasciamo ai Lettori valutare (e commentare) sia le dichiarazioni del Giudice – specie quando definisce la vicenda come «decisamente singolare» – sia quelle dell’Avvocato Difensore.
Ciò che invece certamente resta e difficilmente potrà essere dimenticato è l’umiliazione vissuta da Laura, che la racconta così al giornale friulano: «La denuncia a mio carico mi aveva profondamente umiliata, perché offendeva l’infermità che mi porto dietro da quando avevo un anno e, con il terremoto del ’76 che rase al suolo la casa della mia famiglia, a Gemona, rimasi intrappolata con entrambe le gambe sotto le macerie. Chi ha voluto dipingermi come una falsa invalida non ha tenuto conto delle gravi sofferenze fisiche che quotidianamente subisco e nonostante le quali ho cercato di svolgere un’attività fisica compatibile con la mia patologia e che mi restituisse il senso della normalità».
Insomma, è proprio il caso di dire: “Tempi duri, questi, per chi ‘non ha l’aria’ del disabile”! (Stefano Borgato)