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Mi hanno tolto quel lavoro perché sono disabile in carrozzina!

Uomo di profilo con espressione pensierosa«Questa è sì una mia battaglia – scrive Marco Maggioli, nel raccontare la sua vicenda di persona con disabilità discriminata sul lavoro – ma è anche una battaglia per dare voce a chi troppo spesso non ce l’ha. Per questo, se c’è giustizia, chi ha sbagliato deve pagare».
Al momento la questione è ancora sul tavolo del Giudice delle Indagini Preliminari (GIP) di Pesaro, che sta esaminando il ricorso di Maggioli opposto alla richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero. I fatti, quindi, non conoscono ancora una “verità giuridica”. Al momento, però, riteniamo ugualmente opportuno dare spazio a questo racconto, con l’auspicio che gli sviluppi della vicenda possano essere positivi.

Qualche mese fa ho presentato una denuncia alla Procura della Repubblica di Pesaro, in merito a una grave discriminazione che ritengo di avere subìto da parte di Pubblici Ifficiali i quali – secondo quanto riferitomi da testimoni – avrebbero espressamente invitato il committente di un consistente lavoro da svolgere presso un gruppo industriale di Fano (Pesaro-Urbino), a togliermi l’incarico perché, a loro dire, «impossibilitato a svolgerlo per la mia disabilità, trovandomi in una sedia a rotelle». Tale incarico consisteva nell’affidamento di coordinatore della sicurezza nelle costruzioni, avendone il sottoscritto i requisiti previsti dalla legge.
Gli Ispettori dell’ASL, dunque, avrebbero – sempre secondo quanto riferitomi – espresso in più di un’occasione la loro contrarietà all’affidamento dell’incarico in quanto, appunto, «disabile in sedia a rotelle» ed è quasi superfluo dire come questa sia una discriminazione gravissima, perché riguardante il mio stato di salute, ovvero di persona con disabilità.
Sembra inoltre che gli Ispettori abbiano anche voluto impedire l’affidamento dell’incarico a un secondo committente, subentrato successivamente a colui che me l’aveva conferito inizialmente.

A questo punto va detto che dopo avere ricevuto l’incarico, avevo svolto tutte le incombenze di legge e quindi prevalentemente la parte intellettuale, costituita dalla redazione del piano di sicurezza e coordinamento, dall’elaborazione del fascicolo delle manutenzioni tecniche, dalla visione e dall’approvazione dei primi piani operativi di sicurezza presentati dalle imprese esecutrici, dalla predisposizione della riunione di coordinamento iniziale che si sarebbe dovuta svolgere al momento dell’inizio dei lavori e dalla predisposizione, infine, del programma dei controlli in cantiere.
Vieppiù, avevo eseguito anche parte del lavoro spettante al committente, quale la redazione della notifica preliminare e l’invio della stessa agli organi di controllo (ASL, Direzione Provinciale del Lavoro e Cassa Edile), oltre a una sommaria verifica dei requisiti tecnico-professionali delle imprese esecutrici.
Purtroppo, la mia permanenza presso il Centro Clinico NEMO di Milano, protrattasi per venti giorni, tra il mese di giugno e quello di luglio, mi isolò dal contesto lavorativo, anche se sembra che appena tre-quattro giorni dopo il mio ricovero, gli ispettori avessero già espresso le loro contrarietà al committente nel nominare un disabile in sedia a rotelle, come più sopra ho già riferito.

Nei mesi scorsi, dunque, il  Pubblico Ministero, dopo avere ricevuto la denuncia, molto circostanziata, con tutti i dati identificativi dei testimoni (che non sono stati ascoltati), ha deciso, in quindici giorni, di chiedere l’archiviazione, motivandola con il fatto che il sottoscritto «sarebbe caduto in un banale equivoco». Ho ritenuto quindi, di fronte a tale richiesta, di proporre opposizione al Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), entro dieci giorni dalla stessa.
Ad oggi il GIP non si è ancora espresso, ma nel frattempo io ho subìto un grave danno di tipo morale, oltre a un consistente danno economico, per la perdita di un incarico che mi era stato affidato anche grazie alla mia preparazione tecnica e capacità professionale. Danno economico che verrà quantificato in sede civile, dato che è imminente anche il mio ricorso al Giudice Civile per la richiesta di risarcimento.

Ritengo che questa sia certamente una vicenda tanto singolare, quanto assurda e inconcepibile. Ma sono intenzionato a utilizzare tutti gli strumenti giuridici e legislativi a mia disposizione per fare chiarezza e poter avere giustizia. In tal senso è intervenuto anche il Direttorato Generale di Giustizia della Commissione Europea, rammentandomi che se la giustizia italiana non farà il suo corso, mi potrò rivolgere alla Corte di Giustizia Europea.
Ho anche naturalmente tentato di dare visibilità alla questione, coinvolgendo sia gli organi di informazione locali che nazionali.
Questa è sì una mia battaglia, ma è anche una battaglia per dare voce a chi troppo spesso non ce l’ha. Per questo, se c’è giustizia, chi ha sbagliato deve pagare.

Le nostre pagine, naturalmente, sono aperte a ogni eventuale – e motivata – replica o precisazione, a quanto riferito da Marco Maggioli, il cui recapito è maggioli-marco@alice.it.