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Quando Mazzoni diventa Jonha

Stefano Mazzoni e il regista Enrico CasaleTutti possono ascoltare (cliccando qui) la versione audio del nuovo monologo teatrale Jonha del poeta Stefano Mazzoni. Caricata su YouTube, è la registrazione della messa in onda della stessa, durante la trasmissione radiofonica L’Eternauta di Radio Popolare Network di Carrara. Dura circa quarantacinque minuti e Il video è assente. Si può ammirare soltanto una foto, che però vale la pena di guardare: essa mostra infatti Mazzoni in scena con una parrucca riccia arancione e boa di piume in tinta.
Stefano Mazzoni è un poeta toscano nato nel maggio del 1967 a Carrara. Ha ricevuto un riconoscimento al Concorso Pablo Neruda del 1998 e nel 2001 è stato insignito della tessera onoraria dell’Unesco. Affetto da distrofia muscolare, vive aiutato da un respiratore e scrive tramite un sistema informatico oculare. Tra le raccolte da lui pubblicate, ricordiamo La cometa, In viaggio, L’Iceberg…, Dell’imperfettoamore e Ribelleamore.

Il monologo Jonha è stato scritto per il teatro e infatti è già andato in scena due volte, il 6 agosto a Carrara, al Liceo Artistico, per il debutto, e successivamente al Centro Giovanile Dialma Ruggero della Spezia. Prossima uscit, venerdì 27 gennaio, al Teatro Garibaldi di Carrara, in occasione della Giornata della Memoria.
Sul palco il poeta, ora anche attore, Stefano Mazzoni. Oltre a lui ci sono pianista e pianoforte e la cantante Valentina Pira. Alle parti recitate da Mazzoni si alternano momenti musicali. Dal canto suo, Pira si esibisce nell’esuberante canzone La vie en rose. La regia è di Enrico Casale, che ha diretto e prodotto l’opera con la sua compagnia teatrale degli Scarti.

Jonha è una figura quasi mitica, leggendaria, e allo stesso tempo molto umana. In un unico personaggio sono racchiuse infatti le principali caratteristiche che sono di solito motivo di emarginazione: Jonha è ebreo per parte di madre, cristiano per parte di padre, nero, omosessuale, disabile e comunista. L’intento di Mazzoni è quello di mostrare allo spettatore una figura di fronte a cui abitualmente lo stesso si sentirebbe a disagio, perché incarna alcune tra le condizioni più difficilmente incluse nella nostra società.
Siccome Jonha è uno spirito libero e invece che lasciarsi intimorire dalle proprie qualità le utilizza come punto di forza, attraverso di lui Mazzoni parla allo spettatore, smontando luoghi comuni, preconcetti, superficialità.
L’aspetto più interessante del monologo è che Mazzoni – pur essendo persona con disabilità e volendo far riflettere sul pregiudizio sociale di cui è vittima chi si trova in una condizione simile alla sua – non punta solo sulla condizione di disabilità. La eguaglia invece ad altre condizioni di discriminazione. In questo modo, le sue parole spingono verso un mondo che includa tutti, indipendentemente dal tipo di diversità specifiche. Come dire che non ha senso desiderare un mondo in cui possano sentirsi a loro agio le persone con disabilità, ma che bandisce, ad esempio, gli omosessuali, perché l’atteggiamento di fondo che condanna gli uni è lo stesso che condanna gli altri. O si è aperti o si è chiusi e se si è aperti, lo si è a prescindere dall’oggetto specifico. Chi chiede apertura non può che farlo a nome di tutti.

Jonha, dunque, porta sulle sue spalle tutte le qualità ghettizzanti e lo fa con orgoglio ed entusiasmo. L’importante è che nessuno gli dica mai che è un idiota.
La locandina dello spettacoloJonha-Mazzoni se la prende con i nazisti come simbolo «dei nostri pregiudizi, integralismi, degradazione culturale, incapacità di amare a tutti i livelli e vaccate varie». («Certo, quando mi guardo allo specchio non so con chi incazzarmi. Immagino, se mi avesse visto un nazista, mi avrebbe ucciso. Almeno quelli come me sono commestibili. Provatevi a mangiare un nazista! A parte che sono contrario ai cibi OGM e a tutto quello che è innaturale, ma poi comincereste a sentirvi cinici, vi viene voglia di bruciare i libri, eccetera…»). Certe volte la sua ricerca della satira non cela moti di rabbia («È chiara la frustrazione che i nazisti ce l’avessero piccolo»).
Nello spettacolo emergono anche la figura della madre che piange le disgrazie del figlio: «Mio figlio è un po’ nero, nonostante studi Scienze Politiche, ma poi a cosa gli servirà, non sarà mai presidente degli Stati Uniti!». Puntuale, Jonha replica: «Puntualmente è stato eletto Obama… eh sì, ho una madre veggente!».
Johna non ha peli sulla lingua e il suo linguaggio è decisamente anti-poetico. Alla madre che tra le altre cose si lamenta del suo non essere un ebreo ortodosso, risponde: «Per me essere ebreo significa appartenere al genere umano. A volte le tradizioni sono vuotezza senza uomo né dio e poi, diciamocelo, è roba da sfigati».
Quanto al “padre macho”, a lui come alla madre non riesce a dichiarare la propria omosessualità nonostante ci abbia provato in tutti i modi. Ha provato a dire che gli piacevano gli uomini e gli è stato risposto: «Sarai mica cannibale?». Ha provato a sculettare e gli è costato visite dagli ortopedici più disparati. Ha cominciato a parlare in falsetto e lo hanno portato dall’otorino. A loro, prendendo dentro anche il cantante Povia e il Papa, Ratzinger, dice: «Essere omosessuale è un dato umano. Essere omofobici è disumano».

La disabilità, infine, viene affrontata come uno dei temi della vita di Jonha. Qui Mazzoni diventa più esplicitamente autobiografico: «Ricordo quante Madonne ci hanno regalato a me e mio fratello, volevano miracolarci. Abbiamo bevuto tanta di quell’acqua santa che ancora nel quartiere ci chiamano “Fratelli Acquasantiera”. A mia madre dicevano: “Suo figlio è disabile?”. Io rispondevo: “No, il mio è un coma vigile!”. “Mangia, beve?”. “No, io campo di stronzate e prevedo che diventerò ultracentenario!”. “Lo sa che per fare sesso ci vogliono le gambe?”. “Io ho sempre fatto sesso in molti modi con le gambe mai, sarebbe stato un problema di diametro e lunghezza!”».
In un certo senso si potrebbe dire che Mazzoni attua un’operazione contraria a quella che si fa di solito: include la disabilità tra le altre condizioni di discriminazione, ma, così facendo- rendendola cioè a pieno titolo parte di un gruppo più grande in cui l’unione fa la forza – avanza “a sfondamento” per chiedere con più energia un mondo in cui ci sia posto per tutti.