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Un autore teatrale con la parrucca arancione

Stefano Mazzoni con la parrucca arancioneVenerdì 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, tornerà in scena Jonha, monologo teatrale del poeta Stefano Mazzoni, che abbiamo già ampiamente presentato nei giorni scorsi (se ne legga cliccando qui). Lo spettacolo è in programma al Teatro Garibaldi di Carrara e per chi si trova nei paraggi, il suggerimento è senz’altro quello di andare a vederlo.
Nel frattempo chiacchieriamo con l’Autore, che mostra grande entusiasmo per questa esperienza così nuova nella sua vita, visto che finora era stato poeta e non si era mai confrontato con un pubblico né, ancor prima, con una compagnia teatrale. «Pensavo che la mia vita si stesse limitando – ci racconta – ma la via di arcobaleno dell’arte ha vinto su ogni limite». «Non ho trovato la vita che volevo, ma adesso sono sulla la strada che sognavo», continua. «In fondo la vita è tragicomica per tutti, come racconto in Jonha».

Ma che cos’è esattamente Jonha?
«Un monologo teatrale».

Qual è lo scopo di esso?
«Educare la gente a vincere il pregiudizio per creare una società basata sul rispetto e la solidarietà fra le persone, al di la di ogni “diversità”».

Che distribuzione ha?
«La distribuzione è ancora da decidere».

Quando nasce il progetto e quale ne è l’idea iniziale?
«Il progetto nasce nell’estate del 2010, con l’idea iniziale di mettere in scena la vita di una persona con disabilità in modo ironico, creando un personaggio “caricato” di tutte le diversità. All’inizio avevo scritto tre diversi fogli: Jonha, la madre e il padre».

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
«Circa un anno, tra l’inizio e il finale, è stata dura essere originali. Oggi, però, mi godo le critiche positive».

Hai subito capito che quello a cui stavi lavorando sarebbe diventato un monologo teatrale?
«L’ho subito intuito e mentalmente già lo vedevo in scena mentre ci lavoravo. Diciamo però che non pensavo che l’avrei recitato io, questa è stata una vera “sorpresa del destino”».

Avevi mai scritto in prosa prima?
«Cose piccole e marginali. Questo monologo è la prima cosa in prosa veramente importante. Ci tenevo a esprimere tematiche forti alla George Bernard Shaw [celebre scrittore e drammaturgo irlandese, N.d.R.], cioè con ironia, ecco tutto».

A chi l’hai fatto leggere per primo?
«A mio zio Mario, professore di lettere, e a mio cognato Andrea. Lo trovarono divertente. Poi lo lesse la compagnia teatrale degli Scarti e lo giudicò ottimo. Da lì partì il progetto».

Quali sono le parti che ti piacciono di più?
«Mah… un po’ tutte. Qua e là ci sono battute di un’ironia ficcante e acuta di vita tragicomica».

Pensi che sia un testo scomodo?
«Non saprei, penso faccia discutere e muovere le coscienze perché attacca tabù radicati negli animi e le destre totalitarie (il fascismo, il nazismo, Pinochet). Questo però non significa che non condanni Stalin e Breznev. Viene infatti citato il cosiddetto “socialismo dal volto umano” di Dubcek, che fu soffocato dai carri armati sovietici nel ’68. Come dice Oscar Wilde: “Parlatene bene, parlatene pure male, purché ne parliate”».

Finora hai sempre scritto poesie. Questa volta ti sei coinvolto in un progetto ben diverso.
«Sì, è stato il mio primo lavoro “collaborativo”. Io ne sono l’autore recitante. Il look è stato scelto dal regista, Enrico Casale, della compagnia teatrale degli Scarti, mentre le luci e il resto sono stati decise insieme ad Ale Cecchinelli, tra l’altro ottimo anche come attore».

Come hai conosciuto il regista e come avete deciso di lavorare insieme?
«Lo conobbi grazie a mia sorella Daniela. Lui andava a fare ginnastica, pilates, da lei che è personal trainer. La sua compagnia teatrale degli Scarti recitò le mie poesie alla presentazione di un mio libro e lì scatto l’idilio che ci portò in seguito a collaborare nella messa in scena di Jonha. Quella volta il regista mi disse: “Se scriverai qualcosa d’interessante per il teatro, noi lo metteremo in scena”. Il resto è storia».

Come avete strutturato la messa in scena?La cantante Valentina Pira
«Le scene sono molto parche, sul palco ci sono il pianoforte con pianista, la cantante e io, con camuffamenti leggeri per interpretare i vari personaggi. C’è stato un lavoro di luci, con un faro che punta su di me quando recito e mi lascia al buio quando si esibisce la cantante Valentina Pira».

Come si è attivata la collaborazione con la cantante?
«Valentina è stata scelta dalla Compagnia degli Scarti. Le canzoni le abbiamo scelte tutti assieme, di comune accordo. Mi colpì molto La vie en rose, ottimista come il mio spirito».

Che indicazioni ti ha dato il regista?
«Indicazioni sulla mimica facciale, cioè sulle varie espressioni da fare, poi anche sull’estensione delle parole, da accordare con i tempi del respiratore automatico. Per le voci, sapevo fare le imitazioni fin da bambino. Le cose nella vita si rimanifestano nel momento in cui le rievochi».

Come avete lavorato alle prove?
«Con intensità, come una compagnia di amici. Mi sentivo felice, nel mio mondo, finalmente… In tutto, per ora, abbiamo fatto quattro giorni di prove e due di spettacolo».

Che tipo è il regista?
«Casale è un tipo geniale, simpatico, fantasioso e pieno di idee che mette in pratica con semplicità straordinaria».

Nel video caricato su YouTube – dove si può ascoltare tutto il tuo monologo senza immagini, così com’è andato in onda durante una trasmissione di Radio Popolare Network – si sente anche una canzone finale cantata da una voce maschile, Guarda la vita dal suo lato più good. Chi la canta?
«La canzone finale non fa parte dello spettacolo, è stata aggiunta dal deejay, Maurizio Castagna. Il cantante è Dino Fumaretto. Mi ha molto emozionato, mi sembrava dedicata a quelli come me, ottima!».

Sempre nel video di YouTube non ci sono immagini, ma una tua foto in cui appari con parrucca e boa arancioni. Com’è che in scena sei finito a recitare con la parrucca?
«L’ho indossata la sera del debutto, il 6 agosto. Bella eh?! Non sembro Elton John?! Aahahah! L’idea è stata del regista, un vero genio!».

Com’è stata quest’esperienza per te?
«Un’esperienza fantastica, alla Gagarin… che felicità! Volavo. Mi è piaciuto camuffarmi e fare varie voci. Che ridere! Ma stavo serio. Il difficile è stato far ridere, cioè creare un effetto ironico, e adeguare il respiro con il respiratore, cioè creando una sincronia».

Che cos’hai provato a recitare davanti a un pubblico?
«Entrambe le volte c’era un pubblico numeroso. Ho provato un’emozione profonda, sospesa tra anima e corpo, “subblimementeabile”…».

È stato faticoso esibirti?
«Non molto, diciamo che nel finale ero assetato, e mi è venuto un po’ di mal di testa a causa del microfono aderente, ma tutto superabile. Anche perché la felicità è stata immensa».

Che riscontri hai avuto finora?
«Ottimi, sia di pubblico che di critica. Hanno giudicato lo spettacolo profondo e molto intelligente in quanto a idee e contenuti. Una persona ha detto: “Erano anni che non stavo così bene”. Certo, c’erano condensate tutta la mia vita e la mia esperienza. Ho saputo con questo monologo trasformare le mie sfortune e quelle della società in arte vera di vita, una scintilla immortale…».

Che altri progetti hai in cantiere?
«Una storia della mia vita in chiave molto particolare. Poi… beh… la laurea. Sto anche lavorando su nuovi personaggi di Johna, la riccona, il padano e altri». (Barbara Pianca)