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Roma: quella riforma dell’assistenza tra rigidità e regressioni

Particolare di volto di uomo calvo, con espressione tra il preoccupato e lo scoraggiatoIl Comune di Roma ha recentemente presentato una proposta di riforma del servizio per l’autonomia e l’integrazione sociale della persona disabile (SAISH), cioè dell’assistenza domiciliare.
Il progetto è piuttosto complesso e prevede innanzitutto la  creazione di “gruppi di presa in carico”: gli utenti vengono cioè raggruppati in “lotti” preconfezionati con budget predefinito; per esempio, il cosiddetto “gruppo standard”  è composto da 32 utenti: 20 con assistenza individuale di cui 4 ad elevata, 8 a media e 8 a bassa intensità assistenziale, 5 con attività di gruppo, 7 con attività flessibile. La composizione della singole classi d’intensità e il numero di utenti può variare, ma a parità di budget. Le cooperative accreditate, quindi, si “aggiudicano” il servizio per questi lotti di utenti già predefiniti, non per  il singolo utente.
Questo meccanismo, nonostante i complessi tentativi di compensazione, crea delle problematicità, rendendo in particolare rigido un sistema che invece dovrebbe fare della flessibilità una caratteristica primaria. Esso  è inoltre la negazione della centralità dell’utente, che pur viene enunciata tra i princìpi guida del provvedimento, insieme alla possibilità di scelta dell’ente erogatore da parte dell’utente stesso.
In realtà quest’ultima sembra essere più teorica che pratica,  dal momento che deve combinarsi con la possibilità dell’ente di accogliere la persona con disabilità in un gruppo già precostituito, nella giusta fascia d’intensità assistenziale, senza poter aumentare il budget del gruppo.

Ma il punto più insidioso delle riforma è la sottostante visione della disabilità che costituisce una  regressione culturale di diversi decenni. Infatti – pur essendo vero che l’assistenza socio sanitaria non è un diritto soggettivo esigibile, e che la Legge 328/00 da questo punto di vista presenta delle lacune -, è sempre stato fatto un grande sforzo da parte di tutto il mondo della disabilità per andare in quella direzione. In particolare, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dal Parlamento Italiano [Legge 18/09, N.d.R.], ha dato nuovo impulso e nuove speranze  a questa prospettiva.
La proposta di riforma romana, invece, va esattamente nella direzione opposta. Senza entrare in tutti i dettagli, è sufficiente esaminare la scheda di rilevazione dei bisogni per rendersene conto. Quest’ultima, infatti, attribuisce un unico punteggio, utilizzato sia per stilare la graduatoria per l’assistenza, sia per determinare la fascia di intensità assistenziale e quindi il tipo di intervento.
In questa scheda vi sono  almeno due elementi esemplificativi  della cultura che soggiace alla riforma:
– Viene richiesto l’ISEE familiare [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.] per l’attribuzione  del punteggio, mentre per l’eventuale compartecipazione (la questione è ancora aperta), viene richiesto l’ISEE personale del disabile. L’Amministrazione – molto opinabilmente –  sostiene che per i servizi socio-sanitari e non socio-assistenziali è richiesta l’ISEE del disabile. In ogni caso, il Comune di Roma, per i servizi socio-sanitari, continua a chiedere l’ISEE familiare, sostenendo di essere in grado di ricavare da quest’ultimo l’ISEE personale del disabile.
– Nella prima versione della scheda, la condizione di  disabilità (autonomia + autosufficienza) contribuiva con  un punteggio di 42/100 (maggiore è il punteggio, più grave è la situazione, sia essa espressa come disabilità che come fattori socio-economici), mentre le condizioni familiari e sociali (composizione del nucleo familiare, ISEE familiare, condizioni socio-ambientali) davano un punteggio di 59/100. Dopo le rimostranze delle rappresentanze delle Consulte al tavolo di confronto, attualmente il punteggio è stato ridotto a 51/100 per le condizioni familiari e sociali. Così strutturata, dunque, sembra che la disabilità sia l’aggravante di una condizione di disagio sociale/economico e non il contrario. Basti pensare che con un punteggio di 42 sulla condizione di disabilità, occorrono altri 24 punti per ottenere la fascia di intensità assistenziale più elevata. E per arrivare a ciò una persona di fatto non dovrebbe frequentare centri riabilitativi, scuola, centri diurni o altro, vivere con un solo familiare, o con la badante. Il punteggio complessivo, infatti, determina il tipo e l’intensità dell’assistenza. Inutile dire, poi, che l’autonomia e l’autosufficienza non vengono rilevati mediante i criteri dell’ICF [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.].

Il problema non è quindi quanto debba essere alto l’ISEE familiare, quante ore di assistenza si guadagnino o si perdano con il nuovo sistema. Il problema è che si ritorna a una dimensione di puro assistenzialismo della disabilità, di disconoscimento di un diritto intrinseco alla persona. In questo modo, infatti, la disabilità viene ridotta nell’ambito di un “disagio socio-economico” e questa riforma – facendo dipendere l’accesso ai servizi soprattutto dalle condizioni socio-economiche piuttosto che dalla disabilità in sé, senza un giusto equilibrio –  va proprio nella prospettiva che qualche  tempo fa, sulle pagine di Superando, Cristiano Gori paventava a proposito dell’indennità di accompagnamento: l’inversione “ad U” del welfare italiano, con il ritorno a una concezione del welfare come mera assistenza, con interventi pubblici «basati sui redditi e non sul rafforzamento del diritto di cittadinanza» [se ne legga nel nostro sito cliccando qui, a Cristiano Gori, Limiti reddituali per ricevere l’indennità di accompagnamento?, N.d.R.]. Questo provvedimento è proprio un passo in questa direzione.

Il Comune di Roma ha scelto come principio chiave della riforma quello dell’equità. Quest’ultimo, però, è applicato “all’interno” delle persone con disabilità, non tra le persone con disabilità e i cosiddetti “normododati”. Utilizzata in questo modo, infatti, l’equità serve solo a dividere le persone con disabilità in una inutile “guerra tra poveri” e soprattutto va contro un altro principio, quello di giustizia.
L’azione della società nei confronti della persona con disabilità è dettata da un principio di giustizia, non da carità o peggio ancora da convenienza. Si deve far sì che il singolo individuo sia messo nelle condizioni di poter godere a pieno titolo di quei diritti che la condizione di disabilità in cui versa gli nega. La società si impegna a eliminare questi ostacoli e questo dovere di giustizia la società stessa lo deve riconoscere ad ogni singola persona con disabilità, per garantirle il diritto di cittadinanza.
Quando si parla spesso di diritti non esigibili, si dimentica che la già citata Legge 328/00 prevede che il progetto individuale (sconosciuto ai più e di fatto quasi mai richiesto) – il quale definisce oltre alla prestazioni di cura e riabilitazione a carico del Servizio Sanitario Nazionale, anche «i servizi alla persona a carico del Comune» – sia un diritto esigibile perché la Legge non pone alcuna condizione, economica o di altra natura, all’obbligo di rispondere alla richiesta dell’interessato o di chi lo rappresenta.
Trovo straordinariamente discriminante che siano diritti soggettivi esigibili (sanità, educazione, per esempio) quelli di cui possono godere sia le persone normodotate che le persone con disabilità, mentre non lo siano quelli di cui dovrebbero usufruire le persone con disabilità, per superare gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento o all’incremento della loro autonomia e al pieno riconoscimento del diritto di cittdadinanza.

Ora il Comune di Roma si è reso disponibile a un confronto con le rappresentanze delle Consulte Municipali e delle Cooperative Sociali eroganti il servizio, promuovendo diverse iniziative a livello dei singoli Municipi e istituendo l’Osservatorio sulla Sperimentazione della Riforma.
C’è dunque da augurarsi che questo confronto riesca a correggere l’impostazione del provvedimento, che altrimenti rischia di far regredire le politiche sociali a una concezione della disabilità che speravamo ormai superata. E questo l’intero “mondo della disabilità” (persone con disabilità, familiari, caregiver, associazioni, operatori sociali) non potrà accettarlo passivamente.