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Parlare di disabilità non significa trattare numeri

Particolae di volto di donna con espressione severaLeggendo alcune notizie, non posso non chiedermi cosa sia rimasto di una politica che dovrebbe tutelare i diritti dei Cittadini. Ma che politica è quella che offende e umilia i deboli, anziché proteggerli e sostenerli?
E invece, mi trovo di fronte a una politica che vuole addirittura “privatizzare la disabilità”: com’è noto, lo ha  dichiarato il 25 maggio scorso a Milano, durante un convegno, il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero: «Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi».
Queste parole ciniche non solo mi sconcertano, ma mi colpiscono in quanto persona con disabilità. Si tratta infatti di affermazioni che non fanno che togliere la speranza di una garanzia dei diritti e dei servizi per le persone disabili, di un intervento che ha offeso anni di lavoro e di fatica per la conquista dei diritti.
Credo che la Signora Fornero farebbe bene a leggere l’articolo 38 della Costituzione Italiana, per non citare la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità o la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che tutte sanciscono il dovere dello Stato a interventi necessari per garantire i diritti umani delle persone con disabilità.
Non credo per altro che il Ministro non sappia che non tutti possono permettersi di pagare una polizza assicurativa. Ma dovrebbe anche sapere che parlare di disabilità non significa trattare numeri, ma vite reali di sofferenza, di speranze, di paure, di diritti ancora negati.

Quello che non ho è una politica concepita secondo Aristotele, cioè l’amministrazione della polis per il bene di tutti; quello che ho, invece, è una politica che si riconosce nella nota definizione di Max Weber («Non è che aspirazione al potere»).
Quella che ho è una politica che non si assume la responsabilità dei problemi economici e sociali, ma che utilizza il finanziamento pubblico per uso personale; che non rinuncia ai propri privilegi, ma che chiede dei sacrifici ai Cittadini, colpendo solamente la fascia più debole e condannandola alla disperazione.
Vorrei una classe politica che si preoccupasse del bene dei Cittadini, mentre sembra che l’unica ragione di essa stia “nell’apparire senza produrre”.
Che politica è quella che dà risalto alle lacrime della Fornero, tanto da farne una “bandiera di sensibilità”, mentre forse in cuor suo lei pensava «per fortuna sono una privilegiata e la parola sacrificio non mi appartiene»? Si dovrebbe invece tener conto delle lacrime di chi perde il lavoro o di quelle dei genitori di figli disabili preoccupati per il “dopo di noi”.

Molti sono i documenti dove si ribadisce che il Cittadino con disabilità ha gli stessi diritti di chiunque altro. Ma non si può dimenticare che per beneficiare di tali diritti, dev’essere la politica in primis a riconoscerli, riservando ad essi la giusta attenzione, senza delegare ad altri le responsabilità.
Per questo mi rattrista pensare che non ho una politica che sostenga l’integrazione, che elimini le barriere mentali e architettoniche, che agevoli, con servizi di sostegno, i Cittadini con disabilità e le loro famiglie.
Quello che non ho, insomma, è una politica che rispetti il mio diritto alle pari opportunità, mentre quello che ho è una politica che toglie risorse al sociale, che non fa rispettare le Leggi e non finanzia né la 104/92, né la 162/98, né la 328/00, né la 13/89;  che non garantisce il diritto allo studio degli alunni con disabilità, diminuendo gli insegnanti di sostegno.
Quello che ho è di “dare un elevato stipendio” a chi, come la Fornero, dichiara che lo Stato non è in grado di fornirmi i servizi necessari, mentre tutti noi – in compenso – dobbiamo garantir loro una condizione agiata.
No, non voglio una politica che tolga il futuro ai Cittadini, non è questa la politica che voglio.

Presidente dell’Associazione Palermo per Tutti (a.alfisi@virgilio.it).