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Prima di tutto un (bel) romanzo

Copertina del libro «Se ti abbraccio non aver paura» di Fulvio ErvasNon se l’aspettavano un successo del genere, anche se erano sicuri dell’ottima qualità della proposta. Se ti abbraccio non aver paura è il libro che la Marcos y Marcos ha fatto uscire il 12 aprile scorso, dopo un anno di lavorazione da parte dell’autore al fianco di un editor. Ma cominciamo dall’inizio.
Nell’estate del 2010 Franco Antonello decide di trascorre un’estate diversa da tutte le altre. Suo figlio Andrea ha 18 anni e si merita una vacanza indimenticabile. Questo lo decide dopo avere attraversato una prima fase, e cioè: dove può andare Andrea quest’estate? Chi lo può tenere? Quale centro? Per quanto tempo? Un tran tran organizzativo che Franco e sua moglie affrontano ogni anno sulla soglia dell’estate, se vogliono ricavarsi del tempo per sé e se vogliono dare al figlio la possibilità di trascorrere del tempo “fuori dalle loro grinfie”.
In tenera età ad Andrea è stata diagnosticata una forma lieve di autismo. Ha delle manie, solo compiendo determinati gesti ripetitivi riesce a trovare la calma. Fatica a comunicare, esprimersi, e soffre di questa condizione. Ha bisogno di tenere gli oggetti – suoi e degli altri – rigorosamente ordinati e tende a spezzettare ogni foglio di carta che gli si para sotto il naso. Tocca le pance altrui, se la persona gli piace, e abbraccia anche gli sconosciuti. Da qui il titolo del libro, un’idea dei genitori di vestirlo con delle t-shirt con stampata questa frase, «Se ti abbraccio non aver paura», per avvertire i mal (o ben) capitati che l’abbraccio con Andrea non avrebbe comportato nessun pericolo.
Torniamo ad Andrea. Parla pochissimo, quasi solo a monosillabi, si esprime di più con la scrittura facilitata, ed è attraverso quella che viene fuori il suo disagio nel sentirsi incapace di comunicare il proprio mondo interiore. È spesso assorto, assente, oppure la sua attenzione viene a lungo catturata da un fenomeno ripetitivo, come la centrifuga di una lavatrice o lo sciacquone del water. Quando il padre ha deciso di portarlo con sé negli Stati Uniti, per tre mesi, all’avventura, i pareri negativi sono stati molti. Soprattutto dei medici, ma anche di qualche amico e conoscente. D’altronde di solito per una persona con autismo l’abitudinarietà è fondamentale, dà un po’ di pace al trambusto interiore.

Franco e Andrea partono, volano oltreoceano e poi saltano in groppa a una Harley Davidson e da Miami galoppano fino all’Oceano Pacifico, con poche brevi soste. Ogni giorno paesaggi diversi, molti desertici, poco civilizzati, monotoni. Forse questo primo approccio al cambiamento ha aiutato Andrea ad ambientarsi rispetto a tante novità. Poi i due hanno restituito la moto e hanno attraversato il confine, sono scesi in Messico e giù fino in Brasile. Quindi sono tornati a casa.
Al ritorno Franco era così soddisfatto, e il desiderio di condividere con gli amici quell’esperienza grandiosa era così forte, che non si è più potuto trattenere. Tutti dovevano conoscere quell’Andrea che di solito non si vede, quello che affronta un viaggio lungo e imprevedibile e ne esce arricchito, diverso, vincitore. Ma Franco non è uno scrittore e ha bisogno di qualcuno che sistemi i suoi appunti per lui.
Un suo amico fa il dentista e tra i suoi clienti c’è uno scrittore. Pubblica gialli, ma insomma pare sappia scrivere bene. Ed è così che Franco incontra Fulvio Ervas. All’inizio Ervas non era neppure convinto di accettare, ma poi incontra Andrea e si rende conto di quanto sia stata straordinaria l’impresa di quella coppia. Così, per un anno, ogni venerdì mattina e qualche mercoledì pomeriggio, Franco da Castelfranco Veneto si reca a Istrana, tutti e due paesi del Trevigiano, a casa di Ervas.
Più che sistematizzare gli appunti, Ervas preferisce ricominciare daccapo e ascoltare l’altro, stimolarne la memoria con domande, e prendere appunti.

Trascorre un anno e il diario è tutto ordinato e pronto per essere regalato agli amici. Solo che Ervas si rende conto che quello che hanno in mano ha un potenziale enorme. È una storia che in molti ascolterebbero volentieri. E così va alla sua casa editrice, la Marcos y Marcos, e presenta il caso. La risposta che ottiene è aperta, ma non rassicurante. Gli viene detto: proviamoci, provaci, trasforma il diario in un romanzo, ti diamo un editor, ma alla fine bisogna vedere come viene, non è sicuro che ti pubblichiamo.
Trascorre un altro anno e il libro viene fuori benissimo. Semplice, ricco, con una scrittura sintetica e sensibile, velocissimo da leggere. Animato dalle personalità di Andrea e Franco, trasformate in personaggi dagli occhi del narratore esperto. La casa editrice è entusiasta. Questo romanzo non è come tutti gli altri. Mandano la bozza definitiva a critici, trasmissioni televisive, eccetera.
Un giornalista di «Panorama» se ne appassiona e convince il direttore a metterci addirittura la copertina. Poi, a pochi giorni dall’uscita del libro, Daria Bignardi ospita gli autori al programma Le invasioni barbariche e quindi è la volta delle Iene, e a seguire un tam tam velocissimo. Che spiega le undici ristampe in due mesi.

La scommessa vinta è quella di una storia positiva raccontata con un linguaggio positivo. La voglia di stare bene anche quando le premesse non sono vantaggiose, è questo che rimane addosso una volta girata l’ultima pagina. Oltre al piacere di aver condiviso con i protagonisti un’avventura umana fatta di due persone, per molti versi stravaganti, che in tre mesi incontrano tutta una schiera di altre persone, per molti versi anche loro stravaganti. Uniche, come ognuno di noi.
L’Autore – del quale presenteremo presto una nostra ampia intervista esclusiva – racconta che parte del suo compito è stato anche quello di rendere Andrea più comunicativo, nel senso di riuscire a comunicare al Lettore “chi fosse Andrea attraverso Andrea”. Da qui la scelta di mescolare la narrazione diaristica, in prima persona da parte del padre, con stralci di vecchi dialoghi ottenuti con la scrittura facilitata (dialoghi davvero copiati da quelli che il ragazzo ha intrattenuto con la madre). E la scelta di usare le poche frasi pronunciate da Andrea durante le giornate, posizionandole al posto giusto. Perché rimanessero impresse nella mente e nel cuore del lettore.
«Uno può leggere tante pagine – racconta Ervas – chiudere il libro e non essergli rimasto niente. Invece io ho cercato di fare un lavoro meticoloso, ogni parola è pesata, spostata finché non ha trovato il suo posto giusto. Ho cercato di rendere tridimensionali incontri e avvenimenti che negli appunti di Franco erano due parole in croce. Ho cercato di raccontare ogni fatto in modo che funzionasse ed entrasse nel lettore. Anche nel costruire il personaggio di Andrea ho lavorato in questo modo, calibrando i suoi comportamenti e le sue parole».

Bisogna quindi tenere conto, nel leggere il romanzo, che quello che ci troviamo di fronte è prima di tutto un romanzo, prima ancora di essere una storia vera. E questo è un fattore non da poco, specie quando si entra nella descrizione “tecnica” della disabilità e nascono discrepanze, disagi da parte di genitori di figli autistici più gravi che non si riconoscono nella descrizione di Ervas e si sentono esclusi.
Qui c’è più che altro la voglia di “sdoganare” l’autismo, di parlarne a chi non vi ha a che fare direttamente, per renderglielo più familiare, perché nasca in più persone il desiderio che anche chi ha comportamenti anomali possa fare davvero parte – e non resti ai margini – di questa società.

Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, Milano, Marcos y Marcos, 2012, 319 pagine, 17 euro.