Se il doping annulla le differenze

Prendendo spunto dalla notizia dell’esclusione del ciclista Fabrizio Macchi dalle Paralimpiadi, non per doping accertato, ma per avere frequentato lo stesso medico che ha inguiato Alex Schwazer, Claudio Arrigoni scrive: «Il doping è entrato da tempo nel mondo paralimpico. Perché stupirsene? Anche questo, seppure in negativo, è un segnale di annullamento delle differenze»

Luca Pancalli

«Nel bene e nel male, tremendamente uguali»: questo il commento di Luca Pancalli, presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), alle notizie di doping alle Paralimpiadi

«Nel bene e nel male, tremendamente uguali»: Luca Pancalli, presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico) commenta così le notizie di doping alle Paralimpiadi e oggi l’esclusione dai Giochi di Fabrizio Macchi, amputato a una gamba e campione mondiale, atleta di punta della Nazionale Italiana di ciclismo, a causa delle frequentazioni con lo stesso medico che ha inguaiato Alex Schwazer, è di quelle che fanno pensare.
Per lui sono stati chiesti otto mesi di squalifica dalla Procura Antidoping. Per chiarire: non per doping, ma per aver frequentato quel medico, il dottor Ferrari. «È crollato tutto quello che avevo costruito nella mia vita», ci ha detto al telefono da Mendrisio, dove vive con la moglie e i due figli piccoli. Si dice estraneo: «La mia colpa è solo quella di aver conosciuto questo medico». L’augurio, naturalmente, è che ne esca pulito. Ma non ci sono i tempi perché possa partecipare alle Paralimpiadi prima del dibattimento. Una stortura della giustizia sportiva, ma per ora non ci sono soluzioni diverse.

Detto questo e partendo da questa notizia – che comunque, almeno sino a prova contraria, non riguarda l’utilizzo di doping – una riflessione va fatta. Il doping è entrato da tempo nel mondo paralimpico, anche se in misura minore rispetto a quello olimpico. Perché stupirsene? Anche questo è un segnale di annullamento delle differenze, seppure in negativo.
Lo sport paralimpico è dentro la realtà, non fuori. E deve accettare giustamente tutte le regole di una competizione corretta. Senza pietismi e favoritismi. Non è il “paese delle fate”, ma quello della fatica e del sudore. Ora, anche se in minima parte, pure del guadagno. E la frontiera non è solo quella farmacologica: ci sono atleti para e tetraplegici che per potenziarsi si producono apposta del dolore, anche con piccole fratture, per sviluppare sostanze nel sangue che ne aumentino le prestazioni. Una pratica naturalmente vietata dal Comitato Paralimpico Internazionale, ma che è difficilmente verificabile e che era già presente ai Giochi Paralimpici Invernali di Torino 2006.

I controlli antidoping alla Paralimpiade di Pechino del 2008 furono 1.100, ad Atene 680 (10 positivi), a Sydney 643 (14 positivi, 10 pesisti). Come per il Comitato Olimpico Internazionale, la lotta al doping è uno dei punti cardine della politica del Comitato Paralimpico Internazionale, in accordo con gli standard della World Anti-Doping Agency. I primi controlli sono stati effettuati nel 1983 ai Disabled Games di Oslo. A Seul si cominciò con i Giochi Paralimpici, a Barcellona i primi riscontri: 5 esclusi. I controlli antidoping a Vancouver sono stati quasi 400.
Glenn Ikonen, svedese, 55 anni, nazionale di curling in carrozzina, ha assunto betabloccanti. Il medico, disse, gli diede un farmaco per controllare la pressione sanguigna. La lista delle sostanze proibite è nota, basta un clic su Google. Il curling è sport di precisione. Semplificando, un betabloccante può aiutare a essere tranquilli.
I numeri contano poco. Lo sport paralimpico vuole essere da sempre espressione di purezza. Fra gli atleti squalificati, ci sono anche italiani: Daila Dameno, paraplegica, oro e argento a Torino 2006 nello sci alpino, fu trovata poi positiva al Furosemide, un diuretico: «Non mi sono mai dopata. Altri lo fanno. Per soldi. Per mettersi in mostra. Per vincere. Non io. Ho solo assunto un farmaco, che mi serviva»; o Roberto Labarbera, sprinter e saltatore in lungo amputato a una gamba, che ha scontato la sua pena e ha cercato di essere convocato per Londra (e non ci sarebbe stato nulla di scandaloso): «Fu a causa di una pomata per cani».

Sponsor e premi ci sono anche nel mondo paralimpico. Vincere per un atleta povero di paesi poveri può voler dire girare il mondo. E poi il grande problema. Molti atleti disabili hanno bisogno di farmaci. A volte non vengono dichiarati, sbagliando. Come è successo forse a Daila Dameno e a Glenn Ikonen.
La misura è diversa, il significato no. Paralimpiadi e Olimpiadi hanno sempre meno differenze.

Il presente testo è già apparso (con il titolo “‘Tremendamente uguali’: anche il doping annulla le differenze”) in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con una serie di adattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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