Arrivano le Paralimpiadi e anche il linguaggio ha il suo peso

Ore di vigilia per le Paralimpiadi di Londra 2012 (29 agosto-9 settembre), evento dai “grandi numeri”, che vedrà impegnati anche un centinaio di Azzurri a caccia di medaglie. L’interesse è notevole e molti organi d’informazione se ne stanno ampiamente occupando da giorni. Dal nostro angolo visuale, più che i risultati – dei quali daremo pure conto – cercheremo di approfondire alcuni aspetti specifici, legati alla grande manifestazione

Sir Philip Craven

Sir Philip Craven, presidente del Comitato Paralimpico Internazionale

Riguardo alle categorie deboli il linguaggio diventa sostanza. Sempre. In questo senso è da leggere l’intervento di sir Philip Craven, presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, prima della Cerimonia di Apertura dei Giochi Paralimpici di Londra: «Non usate la parola disabile», ha dichiarato. E lo ritiene anche Luca Pancalli, presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), a Londra per il primo incontro ufficiale al Villaggio con gli atleti, avvertendo però che «il linguaggio che diventa sostanza non deve nascondere la realtà».

«Abbiamo sempre parlato di atleti paralimpici – ha aggiunto Pancalli – anche quando abbiamo modificato, poco dopo il 2000, il nome del Comitato Paralimpico: prima era Federazione Italiana Sport Disabili [FISD, N.d.R.]. A me piace naturalmente dire persone con disabilità o persona disabile e non utilizzare l’aggettivo al posto del sostantivo: usare disabile, infatti, significa confondere una parte con il tutto. Sono convinto che la terminologia sia importante e che riesca a rompere delle barriere culturali che diventano anche sociali. Detto questo, è chiaro che la sostanza debba prevalere sempre. La disabilità fa parte della realtà e non è nascondendola che si risolvono i problemi. Non mi vergogno della mia disabilità. Persone che usano il termine disabili hanno atteggiamenti rispettosi: questo trovo sia fondamentale».

Insomma, non farsi fagocitare dal linguaggio, anche se attraverso questo si abbattono barriere che da culturali diventano sociali. Lo sport è stato antesignano in questo, come dimostrano proprio le varie edizioni della Paralimpiade: fin dal 1992, Giochi di Barcellona, veniva consigliato e richiesto agli operatori della comunicazione l’utilizzo di termini rispettosi, in particolare «persona o atleta con disabilità».
Pancalli, in carrozzina dopo l’incidente per una caduta da cavallo quando era Nazionale Juniores di pentathlon moderno, ha vissuto da atleta prima e da dirigente poi, tutte le edizioni da quella di Seul ’88. «Ripeto – conclude -: meglio persona con disabilità. Ma sullo sport il termine paralimpico è quello giusto: fa capire anche meglio le prestazioni. Come posso spiegare che Oscar Pistorius sia un fenomeno correndo i 100 metri in poco meno di 11”, cosa che fanno in molti, se non racconto che ha le gambe amputate? Non bisogna aver paura delle differenze: arricchiscono l’umanità».

Il presente testo è già apparso (con il titolo “Non usare la parola ‘disabile’. Pancalli: ‘Giusto, ma non nascondiamo la realtà’”) in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con una serie di adattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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