Quando la disabilità è discriminata nelle emergenze

Nel Modenese, in una delle zone epicentro del terremoto del maggio scorso, si trovava Sonia Marchetti, donna con disabilità motoria, invalida al cento per cento. In questa intervista è lei stessa a raccontarci di aver dovuto trovare una soluzione abitativa accessibile solo a proprie spese, non essendo arrivate risposte efficaci da parte del suo Comune nei primi tre mesi dopo il sisma

Sonia Marchetti davanti al container della tendopoli

Sonia Marchetti davanti al container della tendopoli, allestito a sue spese

Nel maggio scorso Sonia Marchetti, quarantaduenne residente a Rovereto sulla Secchia, frazione del Comune di Novi in provincia di Modena, affetta da osteogenesi imperfetta e invalida al cento per cento, si trovava con la sua carrozzina nella piazza del paese insieme al marito, quando d’improvviso si sono verificate delle scosse di terremoto, con epicentro proprio in quei luoghi. La sua casa, in affitto, si trova nel centro storico, in quella che è stata dichiarata “zona rossa”, cioè inaccessibile perché pericolosa. «Non tanto per la mia casa in sé – spiega Sonia – che sarebbe agibile, ma perché altri edifici del centro sono crollati o pericolanti. Ce n’è uno, proprio di fronte a dove abito io, che ha dei problemi alla struttura portante e rischia di cadere».

Cos’è stato fatto finora per ripristinare l’agibilità?
«Niente. Dal 29 maggio non è ancora iniziato alcun lavoro, niente è stato messo in sicurezza. È tutto così com’era subito dopo il terremoto».

Quindi da tre mesi tutti gli abitanti della “zona rossa” non dormono più a casa loro.
«Esatto. Me compresa. Subito dopo il terremoto, quando ancora la Protezione Civile doveva arrivare, sono riuscita a fare un salto a casa a prendere alcune cose indispensabili. Ci sono poi tornata due giorni dopo con i Vigili del Fuoco. E quando recentemente ci sono andata per fare una lavatrice, la polizia che sorveglia la “zona rossa” mi ha chiesto di allontanarmi, spiegandomi che è pericoloso fermarvisi a lungo. Minuti va bene, ma non ore».

Che soluzioni abitative ha offerto il Comune ai suoi residenti?
«Ci hanno offerto di spostarci lontano. In Liguria o Toscana, in località di mare distanti ore da casa nostra. Solo che io avevo alcuni problemi».

Legati alla sua mobilità ridotta?
«Prima ancora c’era il fatto che mia madre è stata ricoverata in ospedale, perché durante il terremoto si è fratturata il bacino».

Quindi non potevate allontanarvi troppo dall’ospedale.
«Esatto. I primi giorni io e mio marito siamo stati “girovaghi” nel paese. Solo gli scout del posto si erano attivati offrendo cibo e tende. Dormivamo in macchina e di giorno andavamo in ospedale da mia madre».

Quanto è durata questa situazione?
«Il terzo giorno l’hanno dimessa perché non c’era posto, solo che era ancora allettata. La sua casa è tra quelle inagibili. Così abbiamo presentato la domanda di alloggio in Comune e nel frattempo abbiamo affittato due bungalow a nostre spese. Dal Comune mi hanno offerto, come dicevo prima, di andare distante, in un posto al mare o in montagna, con gli anziani. Solo che per via di mia madre avevo bisogno di restare in zona. In più mio marito avrebbe dovuto continuare a lavorare e volevo restargli accanto. Anche perché lui mi aiuta nella mia mobilità e infatti in un primo tempo ha dovuto prendersi diversi giorni di ferie per assistermi. Io stessa ho ricominciato più di recente a lavorare, e quindi abitare distanti non è e non era fattibile».

Il suo lavoro è stato interrotto per qualche tempo?
«Lavoravo a tempo pieno per una ditta in una sede che è stata colpita dal terremoto. Sono stata messa in cassa integrazione, ma ora mi hanno spostato nella sede di Bologna. Così ogni giorno mi faccio ottanta chilometri in macchina all’andata e altrettanti al ritorno».

Bagno inaccessibile della tendopoli

Il bagno inaccessibile della tendopoli

Il Comune non vi ha offerto nulla di vicino?
«A dire il vero sì. Mi hanno offerto alloggio nella tendopoli della Protezione Civile».

Non era un’ipotesi possibile per lei?
«No, per due motivi. Primo. Ogni tenda contiene dieci, dodici letti. A parte che mia mamma nei primi tempi aveva bisogno di essere accudita a letto e non poteva sistemarsi in un luogo come quello, ma anche per me era un problema. Infatti, perché io possa essere autosufficiente per delle ore ho bisogno di trovarmi in un ambiente con delle caratteristiche specifiche. Nella tendopoli sarei completamente dipendente dall’aiuto altrui, 24 ore su 24».

Ha accennato anche a un secondo motivo.
«Ancora più indiscutibile. I bagni della tendopoli sono inaccessibili. Ci sono degli scalini davanti. Il bello è che mi hanno dato il permesso per entrare nella tendopoli e usufruire del bagno, senza avvertirmi che poi, una volta raggiuntolo, avrei dovuto affrontare i gradini. E come lo posso fare con la carrozzina?».

Com’è andata a finire?
«Siccome il Comune non ha previsto di offrire casette di legno o container, il 10 giugno me ne sono ordinato uno per me. Pagato con i miei soldi, qualche migliaio di euro. Mi è arrivato il 21 giugno. Mi sono sistemata nel campo sportivo dove si trovavano già roulotte e camper privati. Dopo un po’ di difficoltà iniziali il Comune mi ha fatto i lavori per la biologica. Però nel campo non c’è acqua potabile, solo quella del pozzo per l’irrigazione. Avevamo solo l’elettricità e il Comune non ha previsto alcun intervento migliorativo».

Vi trovate ancora lì? Senza l’acqua?
«No. Agli inizi di agosto il Comune ci ha fatto spostare tutti un centinaio di metri più in là, in un’area che ha allestito con la ghiaia, il quadro elettrico, l’acqua potabile e i bagni pubblici per le roulotte. Questi ultimi, tra parentesi, sono anch’essi inaccessibili, ma per fortuna nel mio container c’è un piccolo bagno a me accessibile».

La storia per ora finisce qui?
«No. Per fortuna in questi giorni sono stata contattata da un addetto del Comune che mi ha chiesto se voglio un modulo abitativo. Sto pensando di accettare perché con il mio container mi trovo comunque in una “scatola” di cinque metri quadrati e in più il gas dei fornelli è fuori, sistemato in veranda, una soluzione tipo campeggio. D’inverno diventerebbe un problema. Il locale è molto umido e il riscaldamento è solo elettrico, insufficiente quando la temperatura scenderà. Il fatto però è che da quei giorni di maggio sono trascorsi tre mesi e fin qui mi sono dovuta arrangiare con i miei soldi. Mi sono sentita abbandonata dal Comune in cui sono cresciuta. Le mie esigenze di persona con disabilità non sono state ascoltate, non hanno fatto che ripetermi che la particolare situazione di emergenza impediva loro di aiutarmi più di così».

Le hanno fatto sapere quando si prevede che i moduli saranno pronti?
«Ecco un altro punto delicato: ad oggi nessun lavoro è iniziato. Eppure ci vorrà del tempo per costruire le fognature e tutte le infrastrutture necessarie ad accogliere i moduli. Rimango con un punto di domanda e con la speranza che nell’inverno prossimo mi possa trovare in un luogo caldo e asciutto».

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