Il “Villaggio” paralimpico

Le recenti dichiarazioni di Paolo Villaggio sulle Paralimpiadi e sugli atleti che vi partecipano, dimostrano, secondo Vincenzo Falabella, «come le pratiche sociali e i pregiudizi non tendano a scomparire nel corso della storia, ma piuttosto continuino a trasformarsi lungo le diverse epoche in cui si manifestano, assumendo forme sempre nuove»

Cecilia Camellini

Cecilia Camellini, vincitrice di due medaglie d’oro e una di bronzo nel nuoto alle Paralimpiadi di Londra: in un’intervista Paolo Villaggio ha definito gli atleti paralimpici «personaggini di deamicisiana memoria»

A distanza di qualche giorno dalle imprevedibili e deliranti dichiarazioni dell’attore genovese Paolo Villaggio, circa l’opportunità di «abolire le Paralimpiadi», in quanto «evento triste e fastidioso», abbiamo constatato con crescente amarezza che il celebre attore nostrano, nonostante le numerose critiche pervenute da più parti, non ha ritenuto di fare alcuna retromarcia o precisazione, né porre le proprie scuse alle persone con disabilità. Non tanto perché un’azione simile potesse redimerlo da chissà quale peccato, ma per poter continuare a credere che un essere pensante riesca sempre in qualche modo a imparare dai propri errori e a riconoscere i propri limiti per esaltare le proprie capacità.
Proprio come avviene nello sport (sano!), caro Villaggio! Quello stesso luogo in cui gli atleti, prima ancora di gareggiare per vincere ad ogni costo, hanno voglia di misurarsi con se stessi, con il proprio corpo – magari differente da una normalità che rimane comunque indefinibile come standard – e con la propria mente, paradigmi autentici del proprio essere viventi. Lo sport, inteso come attività in cui la prestazione desiderabile è considerata un punto d’arrivo e un’esperienza umana, oltre che un fine tecnico ed agonistico.
Evidentemente questo esercizio di autocontrollo e di crescita personale non appartiene a chi – probabilmente già pago e pieno di sé – non può far altro che abbandonarsi all’isterismo dell’ignoranza (intesa nel senso stretto del termine) senza misura. Ancor più se si pensa che il nostro attore fantozziano, definito da qualche parte anche un’icona dell’“anticonformismo intellettuale”, non ha mai nascosto nelle sue interviste di appartenere a una generazione di artisti, pensatori e intellettuali che hanno offerto un importante contributo alla cultura italiana, già a partire dalla fine degli Anni Sessanta.

In qualità di presidente della FAIP (Federazione Associazioni Italiane Paratetraplegici) e a nome del movimento italiano delle persone con lesione al midollo spinale, mi sento di esprimere forte dissenso nei confronti delle parole incommentabili del comico genovese, espressioni che esaltano una cultura della discriminazione e dell’emarginazione che purtroppo sappiamo essere ancora radicata e diffusa nella nostra società.
Non fosse per la notorietà di cui gode il personaggio, quegli stessi commenti potrebbero essere liquidati con una semplice pernacchia o associati a meri scambi di opinione tra frequentatori di circoli ricreativi di quartiere o a blande discussioni da “bar sport”. Sta proprio qui l’aspetto su cui vale la pena soffermarsi e che ci pare più preoccupante di quanto non fossimo disposti a credere: intravvediamo infatti nelle parole dell’attore genovese una concezione purtroppo ancora presente nel comune sentire, intriso di compatimento, oltre che di un velato senso di disagio o di vergogna nel volersi misurare e relazionare con la diversità.
Sempre a nome del movimento italiano delle persone con lesione al midollo spinale, ci preme manifestare solidarietà e affetto nei confronti di tutti gli atleti che in questi giorni sono impegnati nell’evento paralimpico londinese, luogo dell’esaltazione della dignità e dell’orgoglio umano e non delle «disgrazie» di cui parla Villaggio.
L’idea che la disabilità rappresenti una “disgrazia” nella vita delle persone e dei loro familiari può anche risultare “pacifica”, benché la riteniamo impropria e di riduttiva definizione, ma che essa debba rimanere nascosta e ridotta alla “prigionia” della menomazione sembra essere una forzatura ottocentesca, un delirio senile indifferente alla proverbiale saggezza dell’età avanzata.
I «personaggini di deamicisiana memoria» rievocati dal Villaggio nella sua intervista, ricordano una concezione della disabilità in cui gli “storpi”, i “matti” e i “diseredati” erano considerati alla stregua di fenomeni da baraccone, esseri “spiritosi e rari”, da mostrare pubblicamente come attrazione giocosa per adulti e bambini curiosi.
Una simile vicenda dimostra anche come le pratiche sociali e i pregiudizi non tendano a scomparire nel corso della storia, ma piuttosto continuino a trasformarsi lungo le diverse epoche in cui si manifestano, assumendo forme nuove.
Ci rammarica dover affrontare argomentazioni che sembravano essere acquisite almeno nei contesti comunicativi ufficiali e tra persone di buon senso; ed è per questo che avremmo auspicato che Paolo Villaggio fosse andato a Londra, per assistere alle spettacolari gesta degli oltre quattromila atleti che stanno partecipando ai Giochi Paralimpici. Sicuramente avrebbe giovato al suo spirito e alla sua anima, oltreché alla sua immagine e alla sua fama oramai in declino.

Presidente della FAIP (Federazione Associazioni Italiane Paraterpalegici).

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