Convenzione ONU: a quando il primo rapporto dell’Italia?

Si tratta di quel documento che tutti gli Stati, nei due anni successivi alla ratifica della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, devono inviare alle Nazioni Unite, per consentire al Comitato che se ne occupa di valutarne i contenuti e le eventuali contraddizioni con le legislazioni nazionali vigenti. Per l’Italia il termine era quello del marzo 2011, ma ad oggi tutto ancora tace

Ronald McCallum

L’australiano Ronald McCallum coordina i lavori del Comitato per la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità

Abbiamo riferito proprio nei giorni scorsi dell’ottava sessione di Ginevra del Comitato per la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, organismo che gioca un ruolo assai significativo, nel monitorare, su scala internazionale, l’attuazione dei princìpi contenuti nel testo della Convenzione, stabilendo inoltre le necessarie modifiche alle varie legislazioni nazionali sulla disabilità – per adeguarle alla Convenzione stessa – e quindi la corretta e adeguata implementazione del Trattato, come esso stesso prevede all’articolo 34 e seguenti.
Per la cronaca, dopo avere qualche settimana fa rinnovato per metà i propri quadri, durante la sessione conclusasi il 28 settembre, il Comitato ha esaminato i rapporti provenienti da Ungheria, Cina e Argentina e rivisto quello dell’Austria.

A questo punto vale la pena ricordare cosa reciti il primo comma dell’articolo 35 della Convenzione (I rapporti degli Stati Parti): «1. Ogni Stato Parte presenta al Comitato, tramite il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, un rapporto dettagliato sulle misure prese per adempiere ai propri obblighi in virtù della presente Convenzione e sui progressi conseguiti al riguardo, entro due anni dall’entrata in vigore della presente Convenzione per lo Stato Parte interessato». Entro due anni, quindi, dalla ratifica del Trattato, che per il nostro Paese è avvenuta tramite la Legge 18/09. Il termine per consegnare all’ONU il primo rapporto italiano sarebbe stato perciò fissato per il marzo del 2011.
Sarebbe – appunto – perché, come sottolinea il co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni Gustavo Fraticelli, ad oggi «questo documento di pianificazione strategica delle politiche sulla disabilità non è stato dal nostro Paese né formalizzato e quindi nemmeno inviato all’ONU, nonostante l’obbligo di farlo entro il mese di marzo del 2011. Ancora una volta, pertanto, siamo al cospetto di un comportamento illegale di rilevanza anche internazionale perché in contrasto con un Trattato tra Stati, quale è la Convenzione ONU».
L’inadempienza – secondo Fraticelli – è «non solo formale, ma anche sostanziale perché la Convenzione obbliga gli Stati ad aggiornare le loro leggi sulla disabilità, alla luce di quanto previsto dalla medesima che, rispetto alla legislazione italiana, ha contenuti totalmente innovativi, come lo stesso concetto di disabilità, non più focalizzato esclusivamente sulle specifiche menomazioni – come invece attualmente viene intesa da noi, pensando ad esempio all’attuale sistema di certificazione medico-sanitario dell’invalidità civile – ma come relazione tra la persona con disabilità e i contesti sociali dove vive». «Pertanto si tratta di un concetto relativo – aggiunge il co-presidente dell’Associazione Coscioni – in quanto lo svantaggio che implica non è assoluto, ma correlato ai diversi contesti sociali dove la persona con disabilità opera e in tal senso, una persona con disabilità motoria, che vive negli Stati Uniti, avrà ad esempio meno limitazioni alla propria mobilità di una persona con analoga disabilità che viva in Italia».

Oltre quindi a «sollecitare in modo pressante al rispetto degli obblighi assunti con la Convenzione», Fraticelli sottolinea anche che quel «documento programmatico dev’essere predisposto dall’Osservatorio sulla Disabilità, organismo creato ad hoc, ma la cui struttura pletorica e corporativa lo rende nient’altro che l’ennesimo centro burocratico, dove l’autoreferenzialità dei membri è a scapito di quella competenza tecnica che dovrebbe avere e rischia di generare solo inefficienza». (S.B.)

Stampa questo articolo