Quinto alle Paralimpiadi: non ci avrei scommesso un centesimo!

Sono parole di Raimondo Alecci, trentenne catanese, reduce dalle Paralimpiadi di Londra 2012, dove sia nel torneo di singolo che in quello a squadre, si è classificato al quinto posto. «Lo sport – racconta – mi ha fatto inserire nella società, dove ancora oggi non e facile inserirsi per chi ha qualche problema fisico»

Raimondo Alecci

Raimondo Alecci

Ha partecipato alle Paralimpiadi di Londra 2012, Raimondo Alecci, trentenne catanese, giocatore di tennis tavolo. A intervistarlo è Marta Pellizzi, per True Realities – Vere Realtà (di talento), il blog da lei stessa creato e del quale abbiamo già avuto modo di parlare in più di un’occasione. Ben volentieri, e in accordo con Marta – che ringraziamo per la disponibilità – ne riprenderemo d’ora in avanti una serie di contributi, nel nostro giornale.

Qual è il tuo talento, Raimondo?
«Il talento non si costruisce. Io non mi definisco un talento, anche se in molti me lo dicono. Il talento è un qualcosa di genetico; per esempio, anche se non ti alleni tantissimo, riesci a fare qualsiasi cosa che gli altri fanno con ore ed ore di allenamento e io questo non lo saprei fare. Il mio talento è stato forse la grandissima forza di volontà in questo sport, che mi ha fatto integrare anche nella società».

Come vivi le tue giornate?
«Tra il mio lavoro (sono operatore telefonico di una nota compagnia telefonica italiana), e poi ovviamente in palestra o con gli amici».

Che cosa racconteresti a chi non ti conosce?
«Questa e una domanda difficile. Direi sicuramente che il lavoro ripaga e che se fai lo sport che ami con passione, alla fine i risultati arrivano. Certo, bisogna avere anche fortuna, prendendo il “treno giusto”».

Cosa ti aspettavi dal tennis tavolo quando lo hai conosciuto?
«Beh, sicuramente non avrei mai pensato di arrivare a questo livello, anche se per qualsiasi atleta il sogno è quello di indossare la maglia azzurra. Poi con tantissimi sacrifici e con l’aiuto sia della mia Società che della Federazione, siamo riusciti a costruire questo fantastico “giocattolino”».

Come hai iniziato questa attività?
«Grazie ai miei genitori. All’età di 9 anni mi portarono a una società della mia città e da li è iniziata la mia carriera da pongista. Tutti mi vedevano come “la nuova promessa di questo sport”, ma dopo due anni – per qualche problema di salute e per una mia scelta – ho preferito dedicarmi allo studio, per poi ritornare a questo sport dopo dieci anni. Al mio ritorno sono diventato subito campione italiano nella mia categoria (che era la Classe 5 in carrozzina). Dopo due anni, quindi ventunenne, con il mio presidente e con l’attuale responsabile tecnico della nazionale azzurra, ho provato a giocare in piedi e da quel momento ho trasformato il mio gioco dalla carrozzina al gioco in piedi.
Certo, i primi risultati non sono stati incoraggianti, ma si poteva lavorare e quindi decisi di rimanere a giocare in piedi. Arrivò così un secondo posto al Campionato Italiano e a partire dall’anno seguente divenni per sette volte di fila campione italiano. Sono arrivate poi ben due convocazioni per gli Europei, una qualificazione ai Mondiali coreani – dove mi piazzai al quinto posto – e recentemente la qualificazione alle Paralimpiadi di Londra 2012, dove ho collezionato due fantastici quinti posti, sia nel singolo che a squadre! Per me già solo partecipare a questa manifestazione era un sogno».

Che cosa hai pensato quando hai saputo che saresti andato a Londra?
«È stato fantastico. All’inizio dell’anno non credevo di qualificarmi cosi presto e cosi facilmente, infatti, ho anticipato i tempi. Il mio obiettivo, insieme allo staff tecnico della nazionale, era la qualificazione per le Paralimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro, ma fortunatamente ho anticipato di quattro anni. Non ci credevo assolutamente, fino quando non ci sono arrivato!».

Che cosa rappresenta ora per te l’esperienza dei Giochi Paralimpici?
«Un’esperienza unica e irripetibile perché “la prima Paralimpiade non si dimentica mai”, e poi, per come è stata vissuta, credo che sia difficile ripeterla. Il pubblico londinese è stato meraviglioso, è stato sempre partecipe a questa straordinaria manifestazione sportiva, non potrò mai dimenticare la standing ovation all’uscita dal campo, dopo la mia prima partita contro il giocatore di casa David Wetherill, dove ero stato in vantaggio per 2 a 0 e alla fine avevo perso 3 a 2. E un’altra standing ovation all’uscita dal campo alla fine dell’incontro a squadre contro la stessa Gran Bretagna. In quel momento ero emozionatissimo ed ero contento delle emozioni che avevo dato al pubblico».

Sei quindi soddisfatto dei risultati raggiunti nell’evento sportivo più conosciuto del mondo?
«Soddisfattissimo, non avrei scommesso un solo centesimo che alla mia prima Paralimpiade sarei arrivato nei primi cinque al mondo, sia nel singolo che a squadre. Purtroppo vi sono accorpamenti di Classi 6, 7 e 8, dove per me e difficile giocare, perché ovviamente ci sono atleti che stanno molto meglio di me fisicamente. Giocarmela contro questi fortissimi giocatori, per me e per la Federazione è un grosso risultato».

Se dovessi tornare indietro, cosa cambieresti nella tua vita?
«Nulla, assolutamente nulla. Nella sfortuna ho incontrato la fortuna…».

Lo sport, lo svago, come hanno cambiato la tua vita?
«Moltissimo, io sono un malato di sport, per me lo sport è vita. Lo sport mi ha fatto inserire nella società, dove ancora oggi non e facile inserirsi per chi ha qualche problema fisico».

Come convinceresti i ragazzi, disabili e non, a fare del movimento?
«Vedere solo i video, e le foto delle recenti Paralimpiadi, dove ogni atleta sorride, mostra la sua felicità e lo sport “sano” e fantastico, potrebbe far provare delle emozioni che nessuno mai ti potrebbe far sentire».

L’intervista è già apparsa nel blog creato da Marta Pellizzi “True Realities – Vere Realtà (di talento)” e viene qui ripresa – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

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