La vita “a muso duro” di Pierangelo Bertoli

A dieci anni dalla morte di Pierangelo Bertoli, avvenuta esattamente il 7 ottobre 2012, diamo spazio a un ricordo di Franco Bomprezzi, che più volte intervistò il cantatutore, anche per parlare di un tema – la disabilità – che cercava quasi sempre di evitare

Pierangelo bertoli e Franco Bomprezzi

Franco Bomprezzi con Pierangelo Bertoli, nel maggio del 1992, presso la redazione del «mattino di Padova»

Quando avevamo “cent’anni di meno”. Mi è tornata in mente subito quella vecchia canzone di Pierangelo Bertoli, davanti a una foto scattata nella redazione del «mattino di Padova» e riprodotta qui a fianco. Era il mese di maggio del 1992, nel pieno del suo tour Italia d’oro. Vent’anni fa, un secolo fa. Insieme, ancora una volta, per l’ennesima intervista, che lui da me accettava volentieri (spero) perché poteva parlare senza rischiare di essere frainteso, anche quando si affrontava un tema che cercava quasi sempre di evitare, ossia la disabilità.
Lui, Pierangelo Bertoli da Sassuolo, amava solo cantare, e sul palco si trasformava, magnetico e generoso come sono tanti cantautori emiliani, tutti amici suoi, uno, tra l’altro, quasi suo allievo, tal Luciano Ligabue. Mentre Pierangelo era stato scoperto da una che di talenti se ne intende, Caterina Caselli. Una vita “a muso duro”, un lottatore incredibile, con quella voce screpolata e arsa da mille sigarette fumate avidamente, senza ritegno e senza sensi di colpa, anche in faccia a me che dopo un po’ mi trovavo immerso in una nuvola ovattata, e faticavo a leggere gli appunti.

Ci ha lasciati, come si dice, più o meno dieci anni fa, esattamente il 7 ottobre del 2002. Dieci anni che sembrano un’epoca. Le sue canzoni si sentono raramente nelle radio commerciali e poco anche in televisione, se non per qualche rara “operazione nostalgia”. C’è il figlio, Alberto, per fortuna, che continua a cantare i suoi versi.
Bertoli è davvero parte della mia vita. Troppe volte, da stonato, ci ho provato a cantare la sua rabbia, le sue passioni, con esiti orrendi, ma con la gioia di condividere qualcosa in più, ossia un punto di osservazione della realtà, un modo di vedere la gente e le cose, che in un certo senso è stato agevolato dalla sedia a rotelle, dalla sua poliomielite, dalle mie ossa fragili. Siamo di quella generazione lì, che non si è mai tirata indietro. Lui è “quello famoso”, si direbbe adesso.
Divenne importante persino la sua Campagna Pubblicità Progresso, quando, in un fortunatissimo spot, cercava invano di entrare in una cabina telefonica inaccessibile per chiamare l’ambulanza, testimone di un incidente. Doppio messaggio, forte e chiaro: troppe barriere architettoniche. Ma anche: noi, persone con disabilità, potremmo essere utili all’intera società, se solo ci metteste in condizione di farlo. Nacque da lì il primo serio piano di abbattimento delle barriere, e non è che poi si sia fatta tantissima strada.

Era scomodo, il Pierangelo. Politicamente sempre schierato all’estrema sinistra. E dunque doppiamente emarginato dalla scena televisiva: “handicappato” e di sinistra. Ma a lui interessava davvero poco, perché il suo pubblico lo avrebbe seguito in capo al mondo. Palazzetti pieni, concerti sempre affollati, tournée quasi ogni anno. E poi la grande casa senza barriere a Sassuolo, i figli, la famiglia. Una bella persona davvero.
Italia d’oro, anno 1992. Scriveva e cantava così: «E torneranno a parlarci di lacrime, dei risultati della povertà, delle tangenti e dei boss tutti liberi, di un’altra bomba scoppiata in città. Spero soltanto di stare tra gli uomini, che l’ignoranza non la spunterà, che smetteremo di essere complici, che cambieremo chi deciderà». Ciao, Pierangelo. Grazie di tutto.

Direttore responsabile di Superando.it. Il presente testo è già apparso (con il titolo “Il prezzo dell’handicap”) in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con una serie di adattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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