Discutibile e confutabile il messaggio che esce da quella Sentenza

Continua a far discutere quella recente Sentenza con cui la Corte di Cassazione ha risarcito con un milione di euro una giovane donna nata con la sindrome di Down e dopo le opinioni di Franco Bomprezzi e di Salvatore Nocera, da noi pubblicate in questi giorni, diamo spazio questa volta a quella espressa dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano

Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione

Si può risarcire qualcuno perché nato con sindrome di Down? La Corte di Cassazione, con una Sentenza pronunciata il 2 ottobre scorso, ha risposto affermativamente a questa domanda, risarcendo con un milione di euro una bambina nata sedici anni fa con tale patologia e, di fatto, condannando il medico per non aver eseguito una diagnosi adeguata.
Il testo che giustifica questa Sentenza è estremamente articolato, infarcito di argomentazioni e analisi che spaziano dal diritto alla filosofia. Riservandoci il tempo adeguato per una puntuale disamina del testo stesso – che si inserisce a pieno titolo nel dibattito bioetico sul cosiddetto “danno o torto da procreazione” – risulta in ogni caso discutibile e confutabile il messaggio che ne esce.
Infatti, per quanto si tratti, con ogni probabilità, di una semplificazione, il giudizio è inevitabilmente quello che sarebbe meglio non nascere che nascere con una patologia. Si ha l’impressione, insomma, di un tragico salto di qualità che porti ad attenuare i diritti fondamentali dell’uomo laddove una malattia o menomazione ne mini la capacità di autonomia e indipendenza.

La questione non è solo riconducibile al tema dell’aborto e non può essere archiviata nel dibattito tra pro life e pro choice [contro o in favore dell’aborto, N.d.R.]. In ogni caso è evidente nella Sentenza un uso arcaico dei concetti di “handicap” e di “diversa abilità”, che non tiene conto dell’evoluzione concettuale che ha portato ad esempio alla Convenzione ONU sui Diritti delle persone con disabilità (dicembre 2006, ratifica italiana nel marzo del 2009, con la Legge 18/09).
Quando si entra nella logica di una misurazione di danni e benefìci che hanno al centro non un atto volontario, ma una condizione esistenziale come l’essere malato, si perde il concetto di incommensurabilità dell’esistere dell’uomo concreto, che la modernità ha posto come marchio stesso della dignità e individualità umana, al di là di ogni patologia e differenza di status sociale e economica: un valore che non ha prezzo.
La sentenza utilizza – e veicola – una logica irrealistica e controfattuale, per cui ogni evento della vita che per sua natura possa comportare una forma di disagio, viene interpretato come un’ipotesi di colpa da addebitare a qualcuno.

Inutile – a parer nostro – fare trasmissioni e commuoversi ad esempio di fronte alle Paralimpiadi, se poi il messaggio che l’opinione pubblica percepisce è che nascere con una patologia sia solo un peso esistenziale, economico e sociale per se stessi e per gli altri.
Interroghiamoci se questa Sentenza, poi, non dia nuova linfa anche a una “medicina difensiva”, che non avrà più a cuore la tutela del paziente, ma finirà invece per vederlo come un possibile nemico.
I problemi sono molti e non si può e non si deve pensare che possano essere chiusi con una Sentenza.

Questa volta, dopo i due precedenti contributi dedicati dal nostro giornale alla Sentenza di cui si parla nel presente testo, per favorire la miglior comprensione possibile da parte dei Lettori, rendiamo disponibile il testo integrale della Sentenza stessa.

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