Quella Sentenza riflette il comune modo di pensare

«Dissento dall’interpretazione che Franco Bomprezzi ha dato di quella Sentenza con cui la Cassazione ha risarcito con un milione di euro una giovane donna nata con la sindrome di Down»: lo scrive Salvatore Nocera e ne spiega le ragioni, pur dichiarandosi convinto che Bomprezzi abbia voluto «costringere tutti a riflettere su come la società veda ancora la disabilità come una “disgrazia” o una “sventura”»

Particolare di volto di uomo anziano, con espressione pensierosa e mani sulla boccaCondivido sempre, sin nelle virgole, gli articoli dell’amico Franco Bomprezzi, perché mi ci ritrovo per ispirazione, logica e sentire profondo che mi ispirano. Stavolta, però, debbo dissentire da quello pubblicato il 9 ottobre scorso su queste pagine [“Quel retrogusto di carattere eugenetico”, N.d.R.], forse perché sono troppo condizionato dalla mia deformazione professionale di avvocato.
Bomprezzi dice sostanzialmente che stabilire in sentenza che nascere con sindrome di Down è un «fatto dannoso» e che richiedere un grande risarcimento dei danni costituisce un precedente di «retrogusto eugenetico ».
Intendiamoci: qui non siamo in presenza di quelle sentenze americane fatte proporre dai figli contro i genitori perché li hanno fatti nascere con disabilità e con le quali si chiedono loro i danni. Qui siamo in presenza di una famiglia che chiede i danni a un medico che avrebbe dovuto usare la sua competenza professionale per dar loro delle informazioni obbligatorie per legge, circa la possibilità o meno di arrivare a un aborto, se l’esito delle analisi fosse stato positivo.
La Magistratura valuta per legge, secondo quod plerumque accidit (il comportamento dell’uomo comune), e non secondo la visione della nostra vita di persone con disabilità che abbiamo maturato negli ultimi decenni. Ovviamente, poi, la Magistratura stessa punisce non la nascita della persona con disabilità, ma il medico che non ha informato la madre, come è imposto dalla legge, e siccome il danno patrimoniale – dovuto alle condizioni di vita “con disabilità” – è risentito dall’interessata, ha condannato il medico a rifonderle un risarcimento economico, poiché secondo appunto il modo comune di pensare, la vita di una persona con disabilità è molto più onerosa di quella di chi tali disabilità non ha. A me sembra che il punto sia solo questo.

Che poi invece noi – alcune persone con disabilità – abbiamo maturato la convinzione che una vita con disabilità sia non solo degna di essere vissuta, ma anche di essere vissuta con soddisfazione, questa è una conquista che non è comune a tutte le persone con disabilità e ancor meno alle altre. La Magistratura, pertanto, non può mettersi nei panni di coloro i quali (non molto) abbiano raggiunto questa conquista, ma deve socialmente giudicare secondo le leggi e le leggi sono formulate secondo il comune modo di pensare. A meno di non ritenere che siano le stesse leggi ad “istigare” una visione pessimistica dello stato di vita delle persone con disabilità, Ma allora è con le norme che bisognerebbe prendersela.
E tuttavia, anche in questa ipotesi, io, mettendomi nei panni dell’uomo comune, ritengo che le leggi – e nella fattispecie la Legge 194/78, che consente l’aborto qualora la notizia di una nascita con disabilità crei gravi sofferenze psicologiche alla madre – sia una norma che rispetta il comune modo di pensare della gente, anche se da cattolico non la utilizzerei. A tale visione noi, persone con disabilità, contrapponiamo la nostra, che però ci siamo conquistati con lotte contro la società e talora anche contro noi stessi; lotte che non tutte le persone con disabilità sono in grado o hanno la forza di sostenere. A meno che – altra questione – non si voglia sostenere che «handicap è bello», come dichiarano alcuni oltranzisti americani, quali ad esempio quelle persone sorde che hanno costituito l’associazione “Orgoglio sordo” [Deaf Pride, N.d.R.], con la quale si impegnano – qualora potessero riacquistare l’udito – a rifiutare qualunque intervento perché loro si ritengono «la razza eletta di una comunità che costituisce una minoranza linguistica».

Sono certo che Franco Bomprezzi non condivida queste assurdità, ritenendo invece che – com’è suo solito – abbia voluto costringerci a riflettere su come la società veda ancora la disabilità come una “disgrazia” o una “sventura”. E a mio avviso lo sarebbe, se non fosse intervenuta la lotta per l’inclusione che ci ha portato a conquistare una serie di diritti, senza i quali saremmo in uno stato di emarginazione, nel quale tuttavia rischiamo di tornare, se le politiche sociali mondiali e italiane abbatteranno le certezze e le conquiste che guadagnate in tanti decenni di battaglie.

Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

Stampa questo articolo