Con il colore sdrammatizzo il dolore

Dopo un incidente – e un caso di malasanità – che nel 1999 gli ha fatto perdere una gamba, Luca Moretto ha fatto diventare un lavoro il suo sogno di ragazzo e ora è un affermato artista, che ha esposto alla Biennale di Venezia, a Milano e anche in Cina. Ed è con le sue “esplosioni di colore” che combatte ormai da anni la sindrome da arto fantasma che lo tormenta

Luca Moretto

Luca Moretto mentre crea una delle sue opere

L’arte, la creatività, il colore per sprigionare le proprie emozioni ed emozionare, per andare oltre quel dolore che da tredici anni, giorno dopo giorno, lo attanaglia e gli fa sentire come se qualcuno gli conficcasse un “cacciavite nel piede”, solo che quel piede non c’è.
Luca Moretto, trentaseienne di Jesolo (Venezia), è un apprezzato artista visivo. È stato il primo ad applicare su tela il silicone, le sue opere sono passate dalla Biennale di Venezia, in mostre a Milano, Montecarlo, fino in Cina. Ma prima di scoprirsi artista, Luca si è ritrovato senza una gamba, “per uno spudorato caso di malasanità”.
È successo nel 1999, quando a 23 anni ha avuto un incidente in motocicletta. «Ho perso il controllo – racconta – e mi sono rotto tibia e femore. I medici non si sono però accorti che si era recisa l’arteria femorale. Dopo dodici ore di emorragia, ho rischiato la vita e la gamba oramai era persa».
La gamba è quella sinistra e gli viene amputata sotto al ginocchio dopo nove mesi in cui svariati interventi falliscono nel tentativo di salvarla. «Speravo che con l’amputazione il dolore passasse, invece mi tormenta ancora oggi». Luca soffre infatti di quella che viene definita come “sindrome dell’arto fantasma”.
«Il dolore – spiega lui stesso – è nella memoria del nervo. Non è una questione psicologica, è un dolore fisiologico, che un po’ per la fatica, un po’ per la postura, si irradia anche all’altra gamba e alla schiena. Pur di vivere sereno, rinuncerei al ginocchio, amputando più in alto, ma non servirebbe a nulla». Né a nulla è servita la “via Crucis” di terapie, operazioni («in redici anni sono a ventiquattro interventi!») e morfina che Luca ha attraversato. Ha provato un impianto perinervoso, che rilascia analgesici direttamente sul nervo sciatico: «È un metodo collaudato, che ha curato moltissime persone, ma il mio corpo ha rigettato l’impianto». Ha provato agopuntura, l’ipnosi regressiva, la neuralterapia: nessun beneficio.
«Il mio – racconta ancora Luca – è un dolore che si evolve, si adatta alle terapie. Ora spero in un nuovo farmaco estratto dalla canapa, ma soprattutto spero nella ricerca del professor William Raffaeli e della Fondazione ISAL (Istituto di Ricerca e Formazione in Scienze Algologiche), da lui creata, perché non vorrei prendere più nulla».

Più che la medicina, è l’arte a dare oggi sollievo a Luca. Una cura per la mente, che gli permette di abbattere il muro della sofferenza attraverso un’esplosione di colori. «Nel dipingere mi sfogo, tiro fuori quello che ho dentro, che non è il male, è la voglia di vivere. Attraverso il colore sdrammatizzo il dolore, soffro ugualmente il male dell’inferno, ma invece di stare a letto, mi metto al cavalletto e dipingo».
Alla teoria dei colori Luca si è avvicinato nel 2001, frequentando un corso di arredamento. Nel 2005, un altro corso di pittura gli ha permesso di affinare quelle tecniche che già intuitivamente aveva fatto sue. «La mia prima mostra – dichiara – ha avuto un successo inaspettato. Chi vedeva i miei lavori raccontava di provare nuove emozioni, serenità, allegria. Ed è questo che voglio: emozionare, far vivere l’arte, voglio che la gente tocchi le mie opere. Il silicone è morbido, resistente, tiepido, regala una piacevole sensazione tattile che si aggiunge a quella visiva».
Pubblico e critica apprezzano, Luca inizia a “crederci”. Nel 2007 realizza settanta opere («ero una macchina, stavo chiuso in casa e non facevo altro che dipingere, attraverso l’arte affrontavo il malessere psicologico, uscivo dal dolore e mi ritrovavo»).
Nel 2010 quello che è forse il suo orgoglio più grande: una Vespa Special dipinta a mano con vernice acrilica in rilievo, che oggi fa bella mostra di sé nel Museo Piaggio di Pontedera, accanto a quella firmata da Salvador Dalì nel 1962. «La paura e il dolore sono grandi ispiratori, perché mettono in contatto con dimensioni sconosciute e affascinanti».

Luca Moretto e la sua Vespa Special dipinta a mano con vernice acrilica in rilievo

Luca Moretto con la Vespa Special da lui dipinta a mano con vernice acrilica in rilievo, esposta al Museo Piaggio di Pontedera

Non è stato semplice, però, rendere un lavoro quello che era il sogno di un tredicenne di fronte a un quadro astratto. Non è semplice dimenticare il dolore e prendere un pennello. «Per sei-sette anni ho vissuto nel buio. Ho fatto interventi che hanno solo peggiorato la situazione. I miei dolori sono quotidiani, posso essere la persona più serena e soddisfatta del mondo, ma li ho, incessantemente e spesso non riesco neanche a descriverli. Alcuni sono intermittenti, come scosse terribili che mi fanno mancare il fiato, urlare a volte. Altri sono costanti e sono quelli peggiori».
Ironia della sorte, se non ci fosse stato l’incidente, oggi Luca probabilmente non sarebbe un artista. Non avrebbe avuto il tempo di fare il corso di pittura, di prendere una pausa per immergersi dentro di sé e ritornare a galla con nuove aspirazioni. «Nei momenti creativi il dolore resta in sospeso. Come in un’apnea, manda segnali che io trasformo in colori, campi, confini di silicone».
Forse, senza l’incidente, sarebbe un agente di commercio, un imbianchino, un barista, una posatore di parquet o un altro dei tanti mestieri che ha fatto dopo aver lasciato la scuola («ero troppo giovane per capire l’importanza della cultura, ma col tempo ho cercato di rimediare»). Sicuramente, però, anche senza l’incidente Luca sarebbe sempre un ottimista, così come è.

«Io credo – conclude – che ognuno di noi, in questo mondo, abbia delle capacità e che con la determinazione si possa riuscire a raggiungere i propri obiettivi. È questa la mia testimonianza, che al dolore e alla disabilità si possa reagire e che – certo, con difficoltà – si possa trovare la propria strada nel lavoro, nella vita e non solo nello sport, come spesso si limita a far vedere la TV. Vorrei essere un piccolo esempio di come con la volontà si possa emergere anche in altro. Non si devono però guardare solo le cose negative, perché non si va da nessuna parte. E io, se penso al classico bicchiere “mezzo pieno o mezzo vuoto”, vedo prima di tutto un bicchiere, che aspetta solo di essere riempito».

Servizio curato in occasione della Giornata Nazionale contro il Dolore del 13 ottobre, organizzata dalla Fondazione ISAL (Istituto di Ricerca e Formazione in Scienze Algologiche).

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