Una bambola contro il buonismo

«È una bambola handicappata, trattatela come una vera disabile!»: e così, stanchi di essere considerati come dei “bambolotti”, oggetto di pietà e di buonismi, i componenti della Cooperativa per la Vita Indipendente di Göteborg (GIL), in Svezia, hanno messo appunto in commercio una bambola disabile, che sta facendo discutere

Bambola disabile del GIL

La bambola disabile messa in commercio dal GIL, la Cooperativa per la Vita Indipendente di Göteborg, in Svezia

In questi giorni sta circolando anche in Italia la notizia che in Svezia la Cooperativa per la Vita Indipendente di Göteborg (GIL) ha messo in commercio una bambola disabile. «La bambola handicappata GIL, trattatela come una vera disabile!», recita uno degli slogan di promozione. «La bambola non dice sciocchezze né parolacce, non ha rapporti sessuali e non va mai in bagno. Meglio di un vero disabile!», continua la provocazione.
Anders Westgerd, persona con disabilità ed esponente del GIL, motiva così l’iniziativa: «Siamo stufi di essere oggetto di pietà e buonismi. Siamo continuamente trattati come se fossimo dei bambini. Mi sono stufato di sentire persone che mi dicono: “Sei già in carrozzina, forse non dovresti bere!”. Allora ci siamo detti: “Siamo persone come le altre. Trattateci come persone. Se avete un profondo bisogno di essere dolci e sensibili con qualcuno che ha una disabilità fisica o intellettiva, compratevi una di queste bambole!”».

La bambola disabile – com’era prevedibile – ha suscitato molte discussioni in Svezia, e qualcuna sta iniziando a suscitarla anche in Italia. Per capire come mai si è arrivati a questo genere di reazione, è necessario sapere che sono ancora in molti coloro che dovendo relazionarsi a una persona con disabilità, provano disagio e assumono atteggiamenti poco spontanei. Qualche esempio: se la persona disabile è accompagnata da qualcuno, si rivolgono all’accompagnatore prima di aver verificato se essa sia in grado di interloquire personalmente, la considerano comunque sofferente, la considerano buona, le danno del tu senza chiederle permesso, le danno pacche sulle spalle e carezze sulla testa, la trattano da bambina a qualsiasi età, considerano straordinario che essa possa studiare, laurearsi, lavorare, avere una normale vita di relazione, fare sport, sposarsi, avere dei figli ecc.
Niente di strano, dunque, se qualcuno, stanco di essere trattato in modo inadeguato, decide di rispondere ricorrendo all’ironia e alla provocazione. Perché no?

Da un punto di vista della comunicazione, per altro, più che dalla notizia della bambola, sono rimasta colpita dalla traduzione della scritta sull’imballaggio, riferita nella Terza nazione al mondo, il blog di Matteo Schianchi: «La bambola handicappata. Trattatela come una vera deficiente!».
Questa espressione, lo ammetto, mi ha infastidito, e non per il fatto che sia “politicamente scorretta”. Mi ha infastidito perché mi sembrava che così formulata volesse scoraggiare un comportamento sbagliato e irritante, facendo però leva su uno stereotipo negativo nei confronti delle persone con disabilità intellettiva. Invitare a trattare la bambola «da deficiente» è un po’ come affermare che davanti a chi non capisce è consentito assumere qualsiasi comportamento.
E tuttavia – leggendo con più attenzione e riflettendo con calma – escludo che questa prima interpretazione sia corretta. Valutando la comunicazione nel suo complesso, infatti, propendo per ritenere che il termine “deficiente”, in questa circostanza, sia utilizzato – etimologicamente e semplicemente – come sinonimo di disabile.
Escludo la prima interpretazione anche perché gli ideatori della bambola hanno chiarito che il bersaglio della loro iniziativa è la “discriminazione positiva”* (il buonismo) nei confronti delle persone con disabilità. E la escludo, inoltre, perché l’ente che ha prodotto la bambola si batte da sempre per la Vita Indipendente delle persone con disabilità, espressione con la quale – com’è noto – si intende sia un movimento, sia una filosofia tesa a promuovere le pari opportunità, il rispetto per se stesse, il protagonismo e l’autodeterminazione delle persone con disabilità (chi volesse farsene un’idea può sempre consultare il sito di ENIL Italia, l’European Network on Independent Living – Italia).
Insomma, ho difficoltà a credere che chi è allenato nella difesa dei diritti umani delle persone con disabilità possa prendere cantonate di questo tipo.
Che cosa mi ha tratto in inganno, allora? Il fatto che alcune persone (anche disabili) usino ancora il termine “deficiente” (o alcune varianti) per insultare qualcuno, «sei un deficiente!», oppure «sei un lesionato mentale!». E anche la circostanza che nello sforzo di presentarsi in modo assertivo, alcune persone con disabilità fisica usino espressioni come «non sono deficiente!», oppure «non trattarmi da deficiente!».
Scusa – mi viene però da chiedere – come si tratta un deficiente?

*Per “discriminazione positiva” si intende un atteggiamento in base al quale si attribuiscono in automatico a una persona o a un gruppo caratteristiche che a prima vista sembrerebbero positive (ad esempio la bontà d’animo, il coraggio, la dolcezza, la sensibilità, l’inoffensività, l’innocenza), ma che di fatto esprimono un atteggiamento compassionevole e discriminatorio nei confronti della persona o del gruppo in questione.

Il presente testo è già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo “Una bambola disabile contro la discriminazione positiva”, e viene qui ripreso, con alcuni lievi riadattamenti al contesto, per gentile concessione.

Il Gruppo Donne UILDM
14 eventi e altrettante pubblicazioni della collana Donna e disabilità, tantissimi articoli, interviste, recensioni, adesioni a campagne ecc., organizzati per temi, varie segnalazioni di film attinenti alle donne disabili, centinaia di segnalazioni bibliografiche e di risorse internet schedate: è questa la produzione del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che costituisce certamente una delle esperienze più vive e interessanti – nel campo della documentazione riguardante la disabilità – avviata nel 1998 in modo informale.
Gli obiettivi originari erano da una parte quello di raggiungere le pari opportunità per le donne con disabilità, attraverso una maggiore consapevolezza di sé e dei propri diritti, dall’altra cogliere la “diversità nella diversità”, riconoscendo la specificità della situazione delle donne disabili.
Poi, nel corso degli anni, il Gruppo ha cambiato in parte il proprio ambito d’interesse, oltre a non essere più composto da sole donne e a non occuparsi esclusivamente di questioni femminili. La stessa disabilità è diventata uno dei tanti elementi in un percorso di integrazione e di apertura su più fronti.
Nel 2008, per festeggiare il suo decimo “compleanno”, il Coordinamento del Gruppo Donne (composto attualmente da Francesca Arcadu, Annalisa Benedetti, Valentina Boscolo, Oriana Fioccone, Simona Lancioni, Francesca Penno, Anna Petrone, Fulvia Reggiani e Gaia Valmarin) ha deciso di investire di più in informazione e in documentazione, recuperando i suoi obiettivi originari, senza rinunciare all’apertura quale tratto distintivo. E così – come in un laboratorio – è iniziato un lavoro finalizzato a organizzare e rendere fruibili, attraverso il proprio spazio internet, le informazioni che circolano all’interno del Coordinamento stesso.
Un importante, ulteriore salto di qualità, infine, si è avuto con la creazione di un repertorio (VRD – Virtual Reference Desk), che raggruppa le varie risorse fruibili in internet (in lingua italiana) di e su donne con disabilità.
Nel 2011 il Gruppo Donne UILDM ha anche ricevuto da Decima Musa Caravaggio (Associazione Culturale Europea-Compagnia Teatrale) il Premio Decima Musa «per il valore di un’attività finalizzata al raggiungimento delle pari opportunità, che sottolinea e affronta il problema specifico e la situazione delle donne disabili».
Il Gruppo Donne UILDM è anche su Facebook (cliccare qui).

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