Storie di Francesca, Rodolfo e Giulia

In una società dove occuparsi delle persone con disabilità sembra quasi sia considerato “un lusso”, le storie di Francesca, Rodolfo, Giulia e dei loro genitori costituiscono purtroppo una condizione comune alle famiglie che hanno al loro interno un figlio disabile, storie tenute insieme da un cemento che sin troppo spesso si chiama solitudine, rassegnazione, abbandono

Sagomine blu e celesti in circolo che escludono una sagomina arancioneLuisa è la mamma di Francesca, una bimba di 8 anni che frequenta la scuola primaria. Tutte le mattine Luisa accompagna la sua bambina a scuola dopo le 9 e va a riprenderla alle 11 in punto. A Luisa è stato chiesto dalla scuola di “collaborare”, perché Francesca non può stare in classe senza insegnante di sostegno e/o senza assistente specializzato. E Luisa, d’accordo con il marito, ha scelto di collaborare.
Rodolfo, 20 anni, è alto quasi due metri e ha gli occhi profondi e trasparenti come lo smeraldo. Tutti i giorni il papà lo accompagna in un semiconvitto dove Rodolfo trascorre il suo tempo insieme ad altri ragazzi disabili. Nessuno ha mai potuto chiedere a Rodolfo come si trovi e cosa faccia nel Centro Diurno, anche perché non avrebbe ottenuto risposta. I suoi genitori raccontano di un enorme stanzone con dentro una decina di ragazzi che, seduti per terra, stracciano pezzetti di giornale per intere ore.
Giulia ha compiuto 12 anni e le sue gambe stanno diventando più lunghe. A causa infatti di una capricciosa malattia genetica, Giulia cammina poco e male e dev’essere costantemente sorretta nella postura. La mamma ha da oltre cinque mesi fatto richiesta alla scuola e all’ASL di un banchetto che possa accogliere la sua bambina. Senza ottenere risposta.

Queste tre storie sono purtroppo lontane dal rappresentare una eccezione, esse costituiscono bensì una condizione comune alle famiglie che hanno al loro interno un figlio disabile. Sono vicende apparentemente diverse, con soggetti istituzionali differenti: la scuola, l’ASL, i centri convenzionati, ma tenute insieme da un cemento che si chiama solitudine, rassegnazione, abbandono.
L’aspetto che più sconcerta è che spesso gli attori coinvolti – insegnanti, funzionari , operatori specializzati – non avvertono minimamente la cupa disperazione dei genitori e alle famiglie capita sovente di ascoltare discorsi come quello del dirigente scolastico che invoca “collaborazione” o del responsabile del semiconvitto, che ostenta un malcelato disappunto alle richieste dei genitori. Per non parlare dell’Amministrazione Comunale o dell’ASL, che ripete come un disco stonato la litania della mancanza dei fondi per i disabili. Sembra quasi che occuparsi dei disabili debba essere considerato un lusso per una società che ha – con tutta evidenza – capovolto le sue priorità.

In questo tempo abitato da turpi e grevi personaggi ai quali abbiamo affidato l’amministrazione della politica, appare sempre più difficile riprendere il racconto di Luisa, Rodolfo e Giulia. E allora perché meravigliarsi se l’indignazione appare come un residuo antico e la rassegnazione prende il sopravvento?
Nessuno dei ragazzi disabili potrà mai indignarsi per tutto quello che non esiste, nessuno potrà mai indignarsi per quello che gli viene negato. Noialtri, però, una possibilità ce l’abbiamo e forse dovremmo partire proprio da quella scuola, da quel semiconvitto e da quel banchetto che non c’è, per restituire dignità alla nostra comunità. E alla politica.

Presidente dell’associazione napoletana Tutti a Scuola. Il presente testo, qui riadattato al diverso contenitore, è apparso anche nella testata «La Discussione della Campania», con il titolo “Solitudine e abbandono”.

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