Per un nostro dibattito scientifico

«Urge la nostra fondamentale presenza in qualità di studiosi – scrive Claudio Roberti – perché dobbiamo poter dire: “Niente su di Noi senza di Noi”, anche in tale ambito». E tuttavia, aggiunge, «malgrado notori stereotipi da “normaloidi”, non siamo tutti uguali per fini e modi, abbiamo anzi il diritto-dovere di differenziarci». Parte da qui il franco e costruttivo confronto del sociologo Roberti con lo storico Schianchi, autore del recente “Storia della disabilità”

Controllo al Lesche

Secondo Plutarco, il “lesche” era un’istituzione spartana a conduzione gerontocratica, demandata a stabilire i destini dei nascituri

Ritengo che le ragioni per cui mi rivolgo in forma diretta e pubblica a Matteo Scianchi, da studioso a studioso in tematiche di “disabilità”, siano legittime in termini etici, necessarie e comunque   costruttive nell’ambito di un dibattito culturale e scientifico da/tra noi, in contrasto verso il vecchio modello su di noi. Questo in particolar modo per favorire l’affermazione del modello sociale tematico “disabilità”, nonché in coerenza ideologica rispetto alla necessità dell’affermazione di consapevolezze (empowerments) diffuse ed esemplari, finalizzate al dispiegamento della potenza di tutti e non solo di élites.
Conseguentemente, reputo fondamentale e determinante che gli a-vitruviani (1) posti nel ruolo di tecnici della loro tematica entrino in “collisione” produttivamente nella comunità scientifica al fine di consolidare un nuovo paradigma antropologico-sociale. Chiaramente tale azione ha un peso anche in termini geopolitici e geoculturali; essa, infatti, si rende necessaria al fine di formare e orientare l’azione di una comunità scientifica molte volte ostica, disattenta e, malgrado talvolta ben disposta, troppo sovente scevra di mentalità e categorie analitiche adeguate.
Urge la nostra fondamentale presenza in qualità di studiosi. Dobbiamo poter dire: «Niente su di Noi senza di Noi, anche in tale ambito». A fronte di ciò, malgrado notori stereotipi da “normaloidi”, non siamo tutti uguali per fini e modi, abbiamo anzi il diritto-dovere di differenziarci, se necessario dobbiamo dissentire tra noi, ma fondamentale è che ci sia il confronto, franco, costruttivo e votato all’affermazione del nuovo paradigma antropologico sociale.

Le ragioni preliminari di una critica
Lo studio di Matteo Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare (2), in sé costituisce un’interessante ricostruzione storica, dall’antichità ad oggi, del percorso della categoria “disabilità”. Tale constatazione non contrasta affatto con quanto di critico svilupperò qui di seguito.
È da premettere che l’autore spesso ricerca, per il suo studio, il supporto di categorie sociologiche. Se così non fosse, la seguente critica non avrebbe ragione di esistere perché quello di Schianchi si configurerebbe come un lavoro di monografia storiografica allo stato puro. Proprio dopo avere constatato che la presenza di riferimenti sociologici è variamente distribuita in quasi tutta l’opera, mi permetto di affermare in via preliminare che tale approccio alla tematica non sembra adeguatamente congruente ad un’ipotesi dalla quale consegua un disegno di ricerca di profilo diacronico-sincronico.

Per una lettura sinottica
Assumere il ruolo rischioso e scomodo del critico implica in primo luogo la necessità di corroborare le proprie affermazioni, tanto più se si dovesse essere coinvolti,anche indirettamente. Essendo tale ultimo tratto rispondente al vero, mi prefiggo di ottemperare al meglio a questo ruolo.
Pur volendo prescindere dalle posizioni dello psichiatra Jean-Françoise Ravaud e dello storico Henri-Jacques Stiker, va precisato che rispetto alla tematica disabilità, così come è emersa fino ad oggi, è necessario, a mio avviso, ricorrere a tre tipi ideali di partenza (seguiti da altri due ipotizzabili in futuro) (3).

Per quanto riguarda il primo: «[…] la fase più remota (rimossa) è qui tipizzata sotto forma di soluzione del 1° tipo – da archetipo – ridefinito come derivazione trasmutata di quel già formato modello atavico votato all’alienazione dell’entità umana in condizione a-vitruviana nella sua accezione generale. […] Ne consegue che appariva più rispondente e liberatorio non impedire o meglio anticipare e velocizzare soluzioni tanatologiche. Ossia, sopprimere il male, eliminarlo dalla prossimità. Da questa costruzione è anche scaturito che malattia e condizione a-vitruviana venissero sovrapposte come eventi indistinti perché visti come indistinguibili. Una condizione paurosa, insopportabile, indegna, ingestibile, alla quale l’archetipo rispondeva in modo generalizzato, anticipando l’ineluttabile. […] Pertanto, l’ineluttabile poteva avvenire sotto forma di omissioni e/o di azioni favorevoli alle omissioni: abbandonare procrastinando o demandando ad altri, oppure sopprimere lì per lì, direttamente. Tale variazione sarà un tratto saliente rispetto a ciò che avverrà dalle civiltà antiche in poi. Quest’ulteriore stratificazione della soluzione rappresentava una risoluzione culturale intesa come simulacro di ciò che in precedenza si era osservato in natura.
Siamo davanti ai presupposti culturali della moderna eugenetica, secondo le sue articolazioni sincroniche e diacroniche» (4).

Per quanto riguarda il secondo: «Nella Roma imperiale, attanagliata dal calo di nascite dell’età augustea, per quanto possibile, le soppressioni dirette furono gradualmente sostituite con abbandoni in forma residualmente ritualizzata. […]. Qui si conferma l’ipotesi che gli abbandoni, secondo la soluzione inedia, per taluni casi fossero inquadrabili anche come pratica intermedia fra morte immediata e procrastinata. Un atto con o senza ritualizzazione, avente la funzione di un’ultima possibilità concessa ai casi dubbi. […] Il 2° tipo è definibile come intermedio anche perché, se da un versante è imbevuto di contenuti del 1° tipo discendente dall’archetipo, dall’altro versante introduce le condizioni materiali e ideali per approdare a quello che definiremo nel tipo successivo. Il tipo intermedio è misto nel senso che presenta una diversificazione derivante sia da quello che lo precede sia da quello susseguente. Infatti, il 1° e il 3° tipo presentano maggiore linearità, ma è dal 2° che scaturiranno molte delle rappresentazioni, sistemazioni-collocazioni generali che segneranno i destini a-vitruviani fino ai giorni nostri, sotto vari punti di vista culturali. Questo non esclude che da tale assetto avverranno ritorni al passato da 1° tipo e/o stabilizzazioni da 3° tipo» (5).

Per quanto riguarda il terzo: «[…] rispetto a ciò che innescò una dinamica sfociata nel 2° tipo posto a regime, s’impose la necessità ideologica di sistemare, intesa come vera risposta adeguata a sostituire le soppressioni, ovvero un agire volto alla conservazione. Tale presupposto implicava due grandi quesiti organizzativi: “Come? Dove?”. Da qui prima emerse, per poi in seguito intervenire, la necessità di collocare: rendere alla sistemazione precisi risvolti organizzativi in termini di relegamento spaziale dai caratteri “interclusi”. Da qui la necessità di rappresentazione, incentrata su un’ideologia che legittimasse tali obiettivi. […] Convertendo i caratteri del 2° tipo a questa ridefinizione, le rappresentazioni e le sistemazioni finiranno per estrinsecarsi sotto forma di abbandoni contingenti e collocazioni strutturali. Dette soluzioni custodialistiche partono dalle istituzioni totali generiche, finanche le stesse carceri comuni, in alcuni casi in ambiti di ghetti urbano-sanitari, per culminare con quei cronicari definiti come manicomi e istituti di “riabilitazione” a carattere tematico» (6).

Si tratta di “idealtipi”, dunque, non di “regimi”, ovvero di una sorta di incasellamenti rigidi e statici cui fa riferimento Schianchi in una maniera, tra l’altro, contraddittoria perché, a fronte di altrui rigidità, risponde con sue rigidità (7). Infatti, i tipi ideali di Max Weber sono delle costruzioni euristiche, quindi epistemologicamente opposte a impostazioni precostituite, impermeabili, chiuse.
L’approccio euristico muove dal dubbio e verte alla scoperta, questa è la sua base cognitiva. Pertanto, detto approccio contempla situazioni aperte, elastiche, latenti. Allargando il ragionamento a mezzo di categorie classiche di Emil Durkheim, trattasi di fatti sociali dotati di cause efficienti. Nel loro àmbito contemplano differenziazioni e finanche controtendenze.

Massiccio Taigeto

Il massiccio del Taigeto, sovrastante l’antica Sparta

Come già anticipato, lo studio di Schianchi da un lato sembra che prenda in considerazione la sociologia, dall’altro tralascia il metodo weberiano quale base nell’approccio alle scienze storico-sociali. Da questa valutazione erronea di fondo, ne scaturisce una dissonanza cognitiva di base e molte altre in sequenza indotta. Ciò accade perché, in assenza della guida metodologica weberiana, a favore di un approccio world system, la costruzione diacronica delle nostre vicende finisce per divenire frantumata, polverizzata, fatta di tanti eventi più o meno scollati. Ne consegue un susseguirsi di fatti somiglianti, ma non giustapposti e formanti una macrotendenza di contesto. Ovvero, questi fatti paiono appartenere a tanti piccoli e medi contesti sostanzialmente a sé stanti, malgrado ripetuti per motivi reconditi, sui generis e/o non spiegabili per mezzo di saperi dotati di astrazione generale. Inoltre, in tal modo il nostro quadro storico-sociale finisce per essere quello di una sorta di “diversamente marginali” tra i tanti o poco altro.
Onde ovviare a questo genere di problematiche, ho personalmente proposto una lettura antropologico-sociologica a base epistemica, con referente interdisciplinare (8). Essa è priva di vincoli di scuola ed è applicata ad eventi storico sociali di lungo raggio e futuribili in una prospettiva global system (9).
In relazione ad eventi che secondo il mio studio attengono al primo idealtipo, derivante da archetipo antropologico culturale ancestrale (10).

Addentrandomi in un ragionamento di portata induttiva, ovvero dal particolare al generale, devo sottolineare che di fatto Scianchi propende per accettare passivamente una sorta di “sordida” liquidazione di Sparta, intesa come area etnica dove si esercitarono delle soppressioni legittimate in forme standardizzate. A favore di tale tesi pone l’incertezza delle fonti storiografiche (11), liquidando di lì a poco la questione. Il caso Sparta merita al contrario articolazioni approfondite. Per lo studio L’uomo a-vitruviano, Sparta ha un peso storico-sociologico che la pone oltre il suo tempo e luogo.
C’è da dire che dalla premessa di Schianchi circa l’incertezza delle fonti ne consegue che si tralasciano (o comunque sottostimano) gli approcci conoscitivi derivanti dai classici, così come ogni lettura di contesto e ipotetico deduttiva.
Per quanto attiene le fonti classiche, fondamentale è la conoscenza dell’opera del filosofo e storiografo ellenico Plutarco (12), dalla quale si evince che a Sparta vi fosse un’istituzione a conduzione gerontocratica, denominata “lesche” (λεσχη), demandata a stabilire i destini dei nascituri spartani e spartiati. Posto che non si voglia arrivare a mettere in dubbio l’esistenza del lesche medesimo, perché in tal caso si dovrebbe essere in condizione di confutare tutto l’ordine verticale spartano con le sue funzioni, diamo per acquisito che di fatto esso sia stato un istituto di profilo tradizionale arcaico: si trattava di una commissione dotata di criteri decisionali oligarchici, prescrittivi, inappellabili. Dunque, se non in base alla dicotomia vita/morte, esso su cos’altro avrebbe orientato le decisioni? In altre parole, vi è da chiedersi: se gli abitanti di Sparta nati e/o divenuti deformi (o apparsi tali) non fossero stati destinati alla morte, che fine avrebbero fatto? Quali riscontri vi sarebbero rispetto ad una loro sopravvivenza a Sparta in termini di tracciabilità sociale?
A tal proposito, mi sembra necessario ricordare che a Sparta le relazioni di genere erano impostate in forma instabile e a propensione matrilineare a fini elettivi mutevoli, ritenendo che ciò favorisse una più agevole e migliore procreazione. Di fatto non vi erano famiglie e la prole veniva destinata obbligatoriamente ad istituzioni educative di impostazione pedagogica a fini  militaristici.
Da tale modello ne scaturisce che un’eventuale sopravvivenza degli a-vitruviani non avrebbe potuto contare su alcuna forma di cure parentali. Quindi, su cosa avrebbe poggiato? Su istituzioni ad hoc? Quali? Unica possibilità organizzativa, imporre le citate cure agli iloti, ovvero gli schiavi. Però bisogna prendere atto che un’ ipotesi del genere sarebbe stata del tutto astrusa rispetto a quelle che erano le virtù di Sparta.
Per quanto concerne Atene, grazie all’opera di Lisia, sappiamo qualcosa in materia di inserimento nel tessuto sociale. Invece a Sparta il contesto era ben altro. Allora, su questa materia si vuole fare scienza o romanzo?
Essendo la sociologia quella scienza al servizio delle società che si interrogano, ivi ne consegue che mettere in dubbio la fonte di Plutarco vuol dire in primo luogo assumere l’impegno intellettuale e scientifico di dare una qualche ragionevole risposta a tali domande e a quelle che seguiranno. Tra l’altro della funzione istituzionale e sociale del lesche tratta anche Denis Diderot (13), il primo grande enciclopedista borghese, e ciò ha di certo un suo peso.
Stando ancora a Plutarco, abbiamo appreso che le donne a Sparta venivano invogliate a praticare ginnastica perché si riteneva fosse un antidoto contro la nascita di bambini deformi, ciò a conferma della presenza di tale paura in forme al limite dell’ossessione. Del resto, tale tratto trova anche spiegazioni funzionali all’organizzazione sociale spartana in termini di forte rigidità e peculiarità militare. Da Karl Marx abbiamo appreso che le società antiche erano circolari, Sparta era marcatamente tale e, dunque, incline a reiterare con spiccata rigidità le sue certezze. Sappiamo anche che nella cultura greca la natura è portatrice di una crudeltà innocente, ovvero il dolore è un evento tragico intrinseco, privo di un senso di colpa, riscatto o altro che lo affrancasse, né va dimenticata la massiccia presenza di credenze e superstizioni funzionali a quel presupposto.
Incentrando il ragionamento sulla variabile territoriale, bisogna sottolineare che il Taigeto, nel tempo, si è tramutato anche in un “sito letterario” e pertanto è stato oggetto di una serie di semplificazioni immaginarie, tramutando il vero in verosimile. Ciò ha contribuito a innescare confusioni ed equivoci. Proviamo ad intercettarne le più significative.

Taigeto è una catena montuosa che raggiunge un’altezza di 2.400 metri e che sovrasta la città di Sparta, situata a circa 180 metri sul livello del mare (oggi resti archeologici). Appare evidente che da Sparta non si potevano lanciare i bambini deformi sul crinale del Taigeto, eccetto che per i circa 180 metri a valle della città medesima, ovvero in un’area ben precisa e ristretta.
Stando a questa fase della riflessione, come possiamo iniziare a spiegare l’arcano? Nell’ambito della complessità non sempre lineare delle teorie sociologiche, esso si spiega con la coppia dicotomica mito positivo/mito negativo. Attenzione: è essenziale recepire che un mito non è una favola e/o fiaba, non è un racconto del tutto inventato. Esso non è mai materia prima, ma trasposizione di fatti sociali anche in forma di metalinguaggi complessivi, latenti. Questo è quanto abbiamo appreso da Roland Barthes, il più autorevole studioso decodificatore dei miti dal passato al presente (14). Un mito, per mezzo di percorsi semantici, metafore e allegorie, veicola eventi recanti una base di verità tras-figurate. Certo, entrare in questi ambiti non è lavoro propriamente da storici. Però quella complessità antropologico-sociale che molti pedissequamente amano chiamare disabilità e che di contro definisco come condizione a-vitruviana, richiede risposte multiple, letture interdisciplinari da perseguire in forme non parziali e/o unilaterali.
Per via deduttiva possiamo sostenere che i bambini non venivano sempre gettati dal monte o, per riduzione, presso una parte di esso. In alternativa, essi venivano deposti e quindi abbandonati in quegli anfratti che Plutarco intercetta come apothetai (άποθεται). Infatti, la località Taigeto veniva denominata anche “monte inedia” e questa interessante formula racchiude una funzione simultaneamente latente e manifesta. Da qui emerge un’altra domanda cruciale per motivi di sostanza e strategia di ricerca: dove erano situati tali anfratti in termini di distribuzione territoriale? Tale acquisizione è fondamentale anche per capire l’entità di ciò che segue. Infatti, ecco che ora emerge la necessità di tornare ad uno “studio” del quale tanto si è tanto parlato nel dicembre del 2007, premettendo che su di esso si conoscono pochi elementi generici di taglio giornalistico, vertenti a smentire la sedicente vulgata storica concernente le soppressioni, senza nulla dimostrare.
Di tale studio sappiamo solo quanto riportato dall’agenzia ANSA il 10 dicembre 2007:

«(ANSA) – ATENE, 10 DIC – Gli antichi spartani, chiamati all’epoca spartioti, non avrebbero mai gettato i neonati malformi o troppo deboli dal monte Taigeto. Recenti ritrovamenti e studi di archeologi greci smentiscono dunque quanto finora hanno insegnato i testi di storia. Al termine di 5 anni di ricerche e analisi dei resti umani trovati in fondo a un precipizio denominato Apothetes sui contrafforti del Taigeto è stato appurato che si tratta di ossa di esseri umani di sesso maschile tra 18 e 35 anni di età» (15).

Notizia breve da integrare con l’approfondimento dell’Agenzia AFP (Agence France Press):
«Spartans did not throw deformed babies away: researchers
(AFP) – Dec 10, 2007 ATHENS (AFP) – The Greek myth that ancient Spartans threw their stunted and sickly newborns off a cliff was not corroborated by archaeological digs in the area, researchers said Monday.
After more than five years of analysis of human remains culled from the pit, also called an apothetes, researchers found only the remains of adolescents and adults between the ages of 18 and 35, Athens Faculty of Medicine Anthropologist Theodoros Pitsios said.
“There were still bones in the area, but none from newborns, according to the samples we took from the bottom of the pit” of the foothills of Mount Taygete near present-day Sparta.
“It is probably a myth, the ancient sources of this so-called practice were rare, late and imprecise”, he added.
Meant to attest to the militaristic character of the ancient Spartan people, moralistic historian Plutarch in particular spread the legend during first century AD.
According to Pitsios, the bones studied to date came from the fifth and sixth centuries BC and come from 46 men, confirming the assertion from ancient sources that the Spartans threw prisoners, traitors or criminals into the pit.
The discoveries shine light on an episode during the second war between Sparta and Messene, a fortified city state independent of Sparta, when Spartans defeated the Messenian hero Aristomenes and his 50 warriors, who were all thrown into the pit, he added» (16).

È quanto meno singolare che, a cinque anni dalla notizia, non si sia ancora in possesso di un riferimento bibliografico preciso circa tale ricerca, al punto che anche studiosi noti ne hanno fatto riferimenti vaghi e di inconsistente valenza scientifica (17). Dunque, posto pure che la ricerca esista, in base alle regole metodologiche e deontologiche riconosciute dalla comunità scientifica internazionale, sarebbe auspicabile che, prima di trarne conclusioni apodittiche – così come invece è accaduto – essa venisse pubblicata e diffusa.
Va sottolineato che Theodoros Pitsios, colui che appare essere il titolare del citato lavoro, è un antropologo clinico di un’università di Atene – non la capofila (18) -, e dunque, stando al profilo intellettuale, costui non è un antropologo culturale né un etnologo, la qual cosa non va sottovalutata e lo argomenterò.
È necessario ribadire che il Taigeto non concerne solo di una semplice montagna isolata, ma consta di un massiccio a quote variabili, facente parte di un sistema montuoso vasto e articolato, formato da cinque sommità, fra le quali vi è, appunto, l’omonimo monte in questione. Il presupposto è essenziale perché innesca le seguenti ulteriori domande: qual è l’ipotesi di lavoro della ricerca? Quale è stato il criterio metodologico? Trasferendo il ragionamento sul campo, rispetto all’area Taigeto, quale e quanta di quell’area è stata studiata? Ovvero, lo studio ha riguardato tutto il territorio-sistema montuoso o un campione d’area? Nella seconda ipotesi, quale è stato il criterio del campionamento? Francamente, essendo portato a scartare la prima questione perché troppo “impegnativa e lontana”… resta la perplessità intorno alla scelta circa l’area studiata: cioè, si è ritenuto di studiare solo l’area a valle di Sparta e/o dintorni?… Fra misteri,vuoti e incongruenze, molto probabilmente sì!

Tornando al disegno di ricerca, ammesso che lo studio d’area di Pitsios fosse rappresentativo rispetto ai quesiti già posti, in termini di metodi e tecniche repertali, come ha considerato la specifica questione dei resti neonatali? Ovvero, come sono state contemplate le due grandi variabili che sottendono il processo di non conservazione fossile, quali gli animali predatori-spazzini e le intemperie? Dalla paleontologia sappiamo che le fossilizzazioni sono eventi poco probabili, avvengono per sigillo naturale e nella fattispecie di corpi cartilaginei in tenera età devono essere repentine. Pertanto, già da qui si spiegherebbe il non ritrovamento di quei resti. Il dato è metodologicamente preminente, di per sé decisivo e per questo vi tornerò, tramite la testimonianza di un tecnico specifico, una voce di peso.
Lo studio di Pitsios come ha trattato l’insieme di tali aspetti? Per quanto è dato di sapere, negando senza dimostrare!
Poi abbiamo già anticipato che Pitsios non è un antropologo culturale e neanche un etnologo, ma un antropologo clinico, ovvero un medico. Per quanto mi riguarda, il dato è in sé eloquente quanto basta; conosciamo gli ovvi limiti della medicina legale rispetto alla lettura e alla gestione delle vicende umane di noi a-vitruviani. La medicalizzazione ancora oggi è un macigno su di noi e l’operazione Pitsios sembra essere congeniale a tale modello!

Sito archeologico di Sparta

Il sito archeologico di Sparta

Inoltre, sarebbe interessante trovare risposte esaustive a tali domande: chi è il committente di quella ricerca? È  pubblico, privato o misto? Quanto è costata e quanti studiosi con personale di supporto ha coinvolto sul campo in cinque anni di lavoro? Esistono materiali filmati e/o fotografici?
A fronte di tali quesiti, dal sito dell’università ateniese (19) si può giungere a risposte vaghe e opinabili: nel 2003 il Ministero della Cultura greca avrebbe finanziato tre anni di ricerca e di formazione per approntare uno studio più approfondito sull’area Keadas (la grotta di Keadas è situata ai piedi del Taigeto, a un’altitudine di 750 metri), luogo in cui secondo la storia venivano gettati i bambini malati. Attenzione, qui trattiamo di un luogo, non dei luoghi di un universo, ed è qui che ritorna il peso ponderale attrattivo-discorsivo del mito da un versante, e dei metodi e tecniche di ricerca sul campo dall’altro versante. Obiettivi di tale ricerca sarebbero stati un’indagine approfondita sulle condizioni del materiale scheletrico umano e una conseguente valutazione di essi: a conclusione di essa, come si sa, sarebbero stati trovati resti di individui di età tra i 18 e i 35 anni, la qual cosa avrebbe portato a smentire, appunto, la nota vulgata storica.
Per quanto mi riguarda, oltre a quanto già argomentato, basterebbe che su alcune riviste on line di antropologia e di paleontologia, relative al periodo della “grande scoperta e rivoluzione scientifica” di Pitsios, non ho trovato un articolo a riguardo, e mi chiedo come mai. Almeno a livello paleontologico, la ricerca doveva essere di eccezionale rilevanza. Inoltre, tornando alle committenze, anche a fronte di fondi erogati, è lapalissiano che esse avrebbero voluto dei riscontri scientifico-culturali, ponendo quello studio all’attenzione del mondo intellettuale.
Sono troppi gli enigmi legati a tale ricerca, al punto da far sorgere il sospetto di un negazionismo ellenico in linea con la filosofia di Platone, rispetto alla forza della mente nel plasmare la realtà!
Insomma, come si suol dire, ma di cosa stiamo parlando? Presumibilmente di un qualcosa di sordido e squallido!
Al culmine di ciò che sembrerebbe una fantasmagorica costruzione dei mass-media all’insegna di un maldestro reperita iuvant, mi sembra eloquente l’intervento dell’archeologo e antropologo ellenico Dionysos Tatteos il quale, con una certa virulenza, ribadisce la durezza della società spartana e le conseguenti leggi funzionali a selezionare i bambini forti e a scartare quelli deboli, e fa notare come sia difficile, direi assai poco probabile, trovarne i resti. Questo alla luce di motivi tecnici che prima ho argomentato e sui cui Tatteos già si era espresso con estrema chiarezza. (20)

Tornando a Schianchi, magari rifletta su tutto ciò con più attenzione e più sereno disincanto.
Facendo riferimento alle connessioni della città globale di Saskia Sassen e alla teoria della società liquida di Zygmunt Bauman, ci è più agevole decodificare le odierne e comode costruzioni giornalistiche su di noi; esse possono spaziare dalla negazione di Sparta ellenica fino agli odierni “falsi invalidi” italiani. Prendiamo dunque esempio dal pragmatismo di Roma: quando era necessario spiegare cose poco chiare, si ponevano le seguenti domande: Cui prodest? Cui bono?
Per quanto mi riguarda, Sparta resta uno degli svariati elementi costitutivi di ciò che definisco soluzione idealtipica di prima-seconda intraconnessione, fondamentale nella formazione di una ben precisa geocultura del Mediterraneo affermatasi in Europa ed oltre. Per tale ragione ho ritenuto necessario soffermarmi oltre misura sulla materia.

Ulteriori elementi critici
Dalle dissonanze sociologiche di partenza ne scaturiscono altre per induzione, il dato è consequenziale, per cui ritengo sia necessario passarle brevemente  in rassegna.
Emerge che Schianchi ritiene di sottolineare che l’antica Roma e la Germania nazista – rispetto all’eliminazione di noi a-vitruviani – si siano mosse su binari separati (21), quindi chiunque le colleghi sarebbe preda di un grossolano abbaglio, forse dettato da letture naïf della storia, oppure da suggestioni emotive. Ciò potrebbe apparire verosimile a causa del prevalere di elementi pleonastici di lettura forse di maniera.
Certo, non v’è dubbio che la Roma antica e la Germania nazista siano entità fortemente disomogenee per tante e ovvie ragioni generali, ma questo nulla toglie che il nazismo sia ricorso a una soluzione teorizzata e praticata dall’età antica e recante radici ancestrali. Il dato maggiormente rilevante risiede esattamente in questa enorme e anomala comparazione fra età antica e contemporanea: la soluzione, spogliata dalle antiche modalità di rito, fu adattata “produttivamente”, per essere funzionale all’ideologia dominante e aberrante di una grande potenza industriale e militare del XX secolo. Nel contesto della Germania nazista, così come nell’antichità, noi eravamo uno scomodo intralcio di cui liberarsi. Tutto ciò vuol dire che la soluzione letale è stata dotata di una forza geoculturale di portata diacronico-sincronica inusitata.
Qui risiede la giustapposizione tra spartani, romani e nazisti e l’insieme delle ragioni storico-sociologiche di tale costruzione, tutto il resto lo tratto nel mio studio e il cardine di base poggia sugli studi di Michael Tregenza da Schianchi ignorati.

Passando ad altro, continuo la rassegna delle ulteriori osservazioni circa il libro di Schianchi.
A fronte di primordiali forme di “lavoro mirato”, applicato in età antica, Schianchi evoca l’anomala e anticipata forma di divisione del lavoro dedicata agli a-vitruviani (22). Rispetto ai miei studi è una conferma.
La parte inerente alle religioni (23) è approfondita ed eloquente, ma in termini sociologici avrebbe meritato  una lettura in chiave weberiana. Trattare di storia e sociologia delle religioni prescindendo da Weber è come trattare di fisica prescindendo da Newton.
Ritengo sia necessario sottolineare che il senso culturale dei mostri, dei quali Schianchi si occupa lungamente (24), debba essere contestualizzato in termini storico-sociali e non come un semplice caso limite. I mostri derivano da fobie ancestrali, poi tradotte in sistemazioni collocate da rappresentare e veicolare per affermazione di quel modello. Prescindendo da ciò, resta solo una mera morbosità voyeuristica, utile solo per approcci psichiatrici e psicologici.
Ritorna poi la marginalità come concetto generico (25), questo perché ancora una volta occorrerebbe il supporto dei tre tipi ideali nell’ambito world system, quest’ultima lettura solo vagamente enunciata implicitamente (26).
In merito alle istituzioni caritative, è necessario precisare che questi istituti – avviati a partire dai secoli XII-XIII – coprivano un numero modico di casi; di fatto essi svolgevano funzioni simboliche e vanno lette solo in termini di latente e inefficace controtendenza, rispetto ai diffusi abbandoni cui ho accennato parlando della soluzione del secondo idealtipo. La sistemazione-collocazione, rispondente al terzo idealtipo, si delinea dal lungo XVI secolo. A tal riguardo Schianchi, nella sua opera, tralascia tra l’altro gli studi fondamentali di Fernando J. Bouza Álvarez (27) in materia di Siglo de oro.
Lo stesso codice della normalità di Baudrillard, per come è citato da Schianchi (28), sembra l’effetto di un presupposto antropologico generico e sfuggente. Al contrario, per altri percorsi pare essere meglio intercettato dalla mia opera L’uomo a-vitruviano.
È necessario precisare, andando avanti fino al capitolo Lo spettacolo dei diversi: nani, prodigi e fenomeni da baraccone (29), che i fenomeni da baraccone sono l’effetto di un grande modello geoculturale e non un evento attestante solo generica discriminazione (30). In termini contestuali, essi costituiscono la convergenza dei mostri classici nell’industria dello spettacolo.
In termini di analisi sociale-storica, il sapere marxiano a mio avviso dovrebbe essere impegnato verso la nostra tematica ben oltre il tema dei risarcimenti sul lavoro, come è fatto nella parte centrale dell’opera (31).
Il saggio di Schianchi è anche carente per quanto riguarda gli studi interdisciplinari di scuola anglosassone, ciò malgrado essi facciano storia da almeno sei lustri (32).
Articolare poi la tematica delle educazioni speciali – e Schianchi lo fa nel sesto capitolo sesto (33), vuol dire argomentare che sono la conseguenza di un presupposto socioculturale. Questo dato di fatto sarebbe stato meglio esplicitarlo.
In merito alla condizione a-vitruviana intellettiva (34), la disputa fra Locke e Leibniz segna i prodromi delle contrapposizioni tra vecchio e nuovo paradigma nei suoi sviluppi dicotomici del “secolo breve”; il dato è rilevante secondo varie angolature, e anche qui sarebbe stato meglio soffermarsi su quanto è accaduto negli ultimi quarant’anni, partendo dall’opera di Erving Goffman e Franco Basaglia, coloro che, insieme a Michel Foucault, hanno tolto il coperchio a tutte le istituzioni totali, partendo dalle loro forme più rozze, i serragli del lungo XVI secolo, fino alle odierne varietà di asili per “dementi & handicappati”, religiosi o laici che siano.

Una grande assenza: il movimento per la Vita Indipendente (V.I.)
Nei precedenti paragrafi, mi sono soffermato su ciò che ritengo sia stato trattato male. In questo paragrafo, invece, malgrado in forma compendiata, sarò costretto a contemplare ciò che è stato ignorato.
L’uomo a-vitruviano è entrato nei meandri più profondi e reconditi, è andato alle fondamenta del paradigma antropologico-sociale al fine di mettere in crisi e superare alla base il vecchio paradigma per mezzo di uno strumento scientifico. Ciò è avvenuto con l’ausilio di nuove categorie analitiche e convertendone alcune già esistenti, partendo dai prodromi e classici della sociologia intesi come saperi sociali di ampio respiro. Però, in termini di esemplari controtendenze, è emersa anche la Vita Indipendente, intesa come dinamica antropologica e culturale allo stato latente. Qui molte storie di vita in termini di analisi qualitativa si sono rivelate degli indici eloquenti, anche per esemplarità. L’insieme di tutto ciò reca molti significati di notevole spessore.

Fondatori di ENIL Italia

Gianni Pellis e Roby Margutti, con il nucleo costitutivo di ENIL Italia (European Network on Independent Living)

Spostando il ragionamento verso il più centrale fra gli strumenti odierni-futuri, è bene precisare che la nostra Convenzione ONU non è solo la conseguenza delle spinte esercitate dalle organizzazioni tematiche, ma è anche stata determinata dalla svolta world system di fine Novecento. Inoltre, quando noi argomentiamo cosa è la nostra Convenzione ONU, alla luce di capziose tendenze in atto, è fondamentale che precisiamo con nettezza cosa non deve essere: un mero enunciato di principi avulsi dalla realtà concreta, filosofia sociale e del diritto finalizzati a fare mera teoretica, retorica politica e turismo sociale, per legittimare un dato modo di fare politica strumentale e in funzione di esso far risaltare talune “handystar” italiane ed europee, gente notoriamente molto incline a questo genere di ascesi mondana.
Altro aspetto di rilievo inerente la Convenzione ONU concerne il suo propendere verso applicazioni esigibili in chiave mainstream e questo, in termini di contenuti riconoscibili, prevede grandi cambiamenti fra sapere e organizzare. Ovvero, un grande mutamento lontano rispetto a molti Stati Parte, Italia inclusa.
Arrivando alla  Vita Indipendente (35) [d’ora in poi V.I., N.d.R.], trattasi di una tematica profondamente seria e l’insieme di detti presupposti reca un grande peso teorico e pratico. Esigibilità della Convenzione ONU vuol dire in primo luogo assumere le articolazioni inerenti la V.I. Malgrado tutto ciò, con stupore e sconcerto ho dovuto constatare che nel saggio di Schianchi non vi è alcun riferimento alla storia delle nostre organizzazioni globali impegnate ad affermare la cultura e la pratica della V.I. Queste si sono sviluppate negli Stai Uniti alla fine degli anni Sessanta e formalizzate con il CIL [Center for Independent Living, N.d.R.] di Berkeley  del 1972 (36).
L’istanza definita V.I. è nata in ambienti colti,per fini culturalmente elevati. Gradatamente tali saperi e azioni si sono diffusi e affermati in Europa (37). Oggi, nel mondo, molte migliaia di persone non autosufficienti dispiegano la loro potenza e si autodeterminano grazie a una V.I. per mezzo di progetti personali (38). Per una definizione sinteticamente esauriente di V.I., bastino le seguenti parole del medico e sociologo svedese Adolf D. Ratzka:
«La Vita Indipendente è una filosofia e un movimento di persone con disabilità che lavorano per pari opportunità, rispetto per se stesse ed autodeterminazione. “Vita Indipendente” non significa che noi non abbiamo bisogno di nessuno, che vogliamo vivere isolati. “Vita Indipendente” significa che noi vogliamo esercitare il medesimo controllo e fare le medesime scelte nella vita di tutti i giorni che i nostri fratelli e sorelle non disabili, vicini ed amici danno per scontati. Noi vogliamo crescere nelle nostre famiglie, andare nelle scuole della nostra zona, usare lo stesso bus, fare lavori che siano in linea con la nostra educazione e le nostre capacità. Di più, proprio come tutti, noi abbiamo bisogno di farci carico della nostra vita, pensare e parlare per noi» (39).

Il pragmatismo anglosassone dell’a-vitruviano Ratzka apre per astrazione a una gamma di ragionamenti teorici risalenti al giusnaturalismo proprio dell’antropologia sostanziale di Baruch Spinoza (40). Inoltre, in termini di non-autosufficienza, la V.I. costituisce uno snodo sostanziale e strategico di tipo complesso perché i due concetti si integrano e rafforzano in forma di sequenze mutabili in relazione al contesto. Nel senso che – soggiungo – essa è centralmente giustapposta con una serie di contenuti enunciati nella medesima Convenzione ONU. Infatti, omettendo l’esigibilità dell’articolo 19 [“Vita indipendente ed inclusione nella società”, N.d.R.], di fatto salta gran parte dell’impianto di ciò che è una legge quadro di profilo global system. Pertanto, non può esservi integrazione-inclusione interculturale prescindendo dalla V.I. e ciò attiene i centri e le semiperiferie-periferie del mondo.
Rispetto all’integrazione lavorativa degli a-vitruviani non autosufficienti, non può esservi collocamento mirato senza V.I., pena situazioni velleitarie, fallimentari. Questo si evince da una lettura corretta degli ICF-OMS [l’International Classification of Functioning, Disability and Health, ovvero la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definita nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.] (41), nonché da eloquenti storie di vita su cui attualmente lavora la sociologa a-vitruviana Rosaria Duraccio in termini di analisi qualitativa e che presenterà in occasione  di un evento cui accennerò più avanti.
La V.I., a differenza delle istituzioni totali, da un lato favorisce la creazione di lavoro qualificato e stabile per i vitruviani nell’ambito di una relazione uno ad uno (1 X 1) con gli a-vitruviani, dall’altro produce notevole risparmio. In Italia tale trend è in atto da vari anni, occorre solo affermarlo, diffonderlo sistematicamente, da lì metterlo a regime. Le collaterali Agenzie per la V.I. sono delle strutture di supporto burocratico atte a creare nuovo lavoro postindustriale a tema,erogando servizi. Da tutto ciò ne deriva lavoro qualificato per i giovani vitruviani e a-vitruviani, senza ricorrere alle solite strumentalizzazioni su di noi, fra notori atti caritatevoli e imprese cooperative, insomma il lavoro sovente camuffato da volontariato. In sostanza, roba politicamente,  sindacalmente e religiosamente (nel senso petrinologico)  ancora troppo protetta… il cui prodotto innesca e riproduce solo evasioni e/o elusioni multiple.
L’insieme di questi dati è dimostrabile in sede statistica, inoltre gli stessi esistono in forma latente, grezza e/o occulta, poi quel che manca deve essere costruito: Istat ed Eurostat si attenessero alle loro funzioni e doveri, in Italia l’Osservatorio previsto dalla Legge 18/09 lavori in tal senso!

Come articolato sin qui, la dicotomia vita dipendente/V.I. è causa/effetto rispetto ad ogni forma di azione ed essa ha un grande peso in termini di complessità socio-culturale. Rispetto all’insieme delle articolazioni in parola, detta complessità reca un notevole peso ponderale; al punto che emerge un’impostazione socio-giuridica tendente a considerarla non più fondata in termini di semplice e generica assistenza welfaristica, ma su una più profonda lettura concernente i diritti umani, soggettivi e inviolabili. Ovvero, la V.I., muovendo  dall’antropologia sostanziale, reca in sé la forza di porre in giustapposizione Costituzione/i, Convenzione ONU e Carta U.E. Quindi trattasi di un presupposto che travalica i tipi di welfare state e le diffuse e frequenti letture ideologiche a fini minimali che ne derivano.
ENIL Italia, essendo associazione storica fondata da Gianni Pellis, Roby Margutti e altri nel 1990, in forma di organizzazione sociale spontanea e poi formalizzata nel 1994, costituisce l’organismo capofila tematico in Italia.Tale organizzazione è da considerarsi  capofila italiana nella tematica per ragioni teoriche e pratiche, sicché di sostanza. Ogni altra organizzazione non governativa che successivamente ha iniziato ad occuparsi di V.I., per questione di correttezza – correttezza ed efficacia di percorso – ne prendesse atto, magari facendo sinergia.
ENIL Italia è la prima consapevole attrice dell’importanza di quel laboratorio contenutistico fin qui articolato in questo elaborato. Essa, dal costituirsi, è federata a ENIL Europa, a sua volta fondata a Strasburgo nel 1989. Anche in quella sede, ENIL Italia porta il suo contributo critico-propositivo e si accinge a proporre nuovi elementi di discussione, a sua volta da trasferire nelle istituzioni dell’Unione Europea.
Stando al laboratorio contenutistico work in progress, questa organizzazione non governativa segue e favorisce azioni giudiziarie individuali dai tratti onerosi, ma sperimentali in termini di apripista giurisprudenziaale in controtendenza.
In àmbito di assetto organizzativo, presto renderà noti gli sviluppi di importanti iniziative al riguardo. In estrema sintesi, esse attengono nuovi riferimenti fra centro-periferie, da qui migliori e più strette alleanze e collaborazioni con altre organizzazioni di prestigioso spessore e peso generale. In parallelo, lavora allo sviluppo di conferenze, seminari e ricerche tematiche di notevole portata socio-giuridica. Tali ultimi sforzi, da considerarsi già in essere, porranno la questione della V.I. al cospetto della comunità scientifica con prospettive world system.
Allora, l’ insieme delle ragioni di questa tematica avrebbe meritato un minimo di trattamento nel saggio di Scianchi, quanto meno perché nel complesso parliamo di circa mezzo secolo di storia che ci riguarda.
Concludendo, sottolineo ancora che la V.I. è un argomento storico sociale di spessore e dimensione geoculturale-geopolitica. La portata e la lettura della V.I. è interdisciplinare e chi si occupa di scienze umane deve essere il primo a saperlo e a produrre contenuti adeguati.
Rispetto alla nostra rivoluzione scientifica la questione della V. I. è essenziale, di tutto questo Scianchi ne prenda atto.

Aspetti conclusivi
Secondo la nostra Convenzione ONU, la disabilità è un concetto in evoluzione, proprio per questo il percorso evolutivo preliminare consiste nell’esplicitare concettualmente e in ambito sociolinguistico la funzione involuta della parola disabilità. Evidentemente per fare questo bisogna metterne in dubbio la funzione e la fissità, e il saggio L’uomo a-vitruviano risponde a questa esigenza e anche nella presente sede ho assunto tale obiettivo.
Nel libro di Schianchi il mio sforzo teorico viene soltanto citato in bibliografia generale; forse avrebbe meritato qualcosa in più, e tuttavia in quella selezione soggettiva di contributi sociologici sembra che abbia avuto cattiva sorte al pari di Max Weber e Immanuel Wallerstein, cosa, alla fine, per quanto riguarda L’uomo a-vitruviano, confortante.

Al culmine di questa mia disamina resta da aggiungere che nei rispettivi saggi i macro eventi storici annoverati in sequenza sono sostanzialmente quelli. Anzi, rendo atto che nel testo di Schianchi essi sono enumerati con spiccata linearità cronologica, questo perché il suo è un lavoro da maneggiare per preminenti obiettivi diacronici.
È qui che risiede la prima propedeuticità fra i due saggi, ma ci torno. Certo, resta che i due lavori divergono per omissioni/immissioni, ripartizioni, supporti teorici considerati/omessi, nonché nelle premesse e nei modi di impegnarli. Insomma, voglio rendere l’idea con la seguente domanda a inversione: «Ponendo uno storico al cospetto della sociologia e un sociologo al cospetto della storia, chi riesce a cavarsela meglio?».
Un piano generale, in partenza, renderebbe i due lavori propedeutici, ma ciò, come si evince dalle mie argomentazioni qui espresse, non si è rivelato linearmente possibile. Potrebbe esserlo a mezzo di uno strumento chiarificatore, il mio al momento è questo e credendo alla critica intesa come sviluppo intellettuale ed etico, auspico che l’altro autore faccia altrettanto.
In ogni caso, un’imminente occasione di dibattito potrebbe essere la conferenza-seminario che si terrà nei primi del 2013 ad Ascea (Salerno). L’evento verrà curato dalla citata Rosaria Duraccio, specialista in prossimità e territorio, con il supporto determinante della Fondazione Alario (42). Ad Elea (alias Velia), nella casa di Parmenide e Zenone, noi a-vitruviani, con il supporto di varie organizzazioni non governative e sponsor, discuteremo fra teoria e pratica con vitruviani accademici, politici e profili burocratici territoriali. Certo, fra teoria e pratica, perché fra questi due elementi costitutivi del sapere vi è continuità e tale tratto concerne anche le nostre materie.

In conclusione, tengo a precisare che con questo approfondimento non ho fatto altro che entrare nei dettagli analitici di ciò che la storica Silvia Corlăteanu-Granciuc ha accennato in un suo pacato intervento (ancora inedito) inerente un breve raffronto fra  il mio saggio e quello di Schianchi. Infatti, in quell’intervento non vi è nulla di eclatante, trasgressivo od offensivo, esso si ascrive negli àmbiti legittimi del dibattito scientifico.
Corlăteanu-Granciuc è una studiosa accademica (43) che rappresenta un’area significativa della semi-periferia world system ed è impegnata in importanti progetti con il CNR di Napoli. Essa, anche grazie al supporto della sua discepola a-vitruviana dottoressa Mariana Tibuleac (44), è da tempo scientificamente attenta alle nostre tematiche e per questo darà il suo contributo ad Elea.
Apparentemente questo elaborato presenta un’eccessiva dedizione critica verso Schianchi e Pitisios, forse non a caso intellettuali espressi da due grandi nazioni di radicato prestigio, però caratterizzate dal fatto che faticano a fare sistema paese, pagando duramente tale limite.
Intanto, le ragioni degli a-vitruviani necessitano del fare sistema. Detto ciò, dovrebbe essere pleonastico sapere che la dedizione è scaturita solo in ragione della circostanziata specificità delle loro produzioni intellettuali, non altro. Ovviamente, codesta condotta vale per tutti, incluso il soscritto. Chiunque ne ravvisi le ragioni, proceda.

Note:
(1) Categoria che ho personalmente fondata e sviluppata in Claudio Roberti, L’uomo a-vitruviano. Analisi storico-sociologica per altre narrazioni delle disabilità nel sistema-mondo, Roma, Aracne, 2011. Per una definizione, cfr. ibid., p. 326: «Uomo a-vitruviano: condizione umana giusnaturalistica deprivata ed espropriata delle prerogative dell’uomo vitruviano perché funzionante con modi e tempi diversi. In termini ancestrali tale stato innescò un archetipo dai risvolti esiziali. Il primo effetto storico sociale consiste nel confondere la sua diversità con l’inferiorità foriera di negatività assoluta. Con ciò determinando e favorendo non solo risvolti letali, ma una serie di altre soluzioni vessatorie, stigmatizzanti e discriminatorie in forme manifeste e/o latenti».
(2) Matteo Schianchi, Storia della disabilità. Dal castigo degli dèi alla crisi del welfare, Roma, Carocci, 2012.
(3) Roberti, L’uomo a-vitruviano cit., p. 51: «[…] saranno identificabili cinque soluzioni […] ricostruite sotto forma di cinque modelli ideali, formulati con varie concettualizzazioni tutte riconducibili a fonti weberiane. I primi tre sono storico-sociali, susseguenti e giustapposti tra loro in base alle diverse necessità organizzative panvitruviane [cfr. ibid., p. 324: «Panvitruviano: contesto antropologico-storico sociale dove l’uomo vitruviano prende tutto, negando e annullando esizialmente e/o in varie altre forme l’uomo a-vitruviano. Quindi, si tratta del dominio vitruviano contestuale, dove l’uomo a-vitruviano è un essere soppresso, annullato e cosificato secondo quell’ideologia e i suoi tratti organizzativi»]. Gli altri due, come si vedrà, rispondono a possibili proiezioni future da sistema-mondo».
(4) Ibid., pp. 54-55.
(5) Ibid., pp. 65-68.
(6) Ibid., p. 71.
(7) Cfr. Schianchi, Storia della disabilità cit., pp. 33-34: «Nel considerare le modalità attraverso cui, in tutto il corso della storia, sono state percepite e socialmente collocate le persone disabili, alcuni studiosi hanno proposto una distinzione in regimi: regime dell’eliminazione, regime dell’abbandono, regime della segregazione, regime dell’assistenza, regime della discriminazione (Ravaud, Stiker, 2000b [J.F. Ravaud, H.J. Stiker, Les modèles de l’inclusion et de l’exclusion à l’épreuve du handicap. 2e partie: Typologie des différents regime d’exclsuion repérables dans le traitement social du handicap, in «Handicap. Revue de Sciences Humaines et Sociales, 87, 1-17, N.d.R.]). I meccanismi e le dinamiche attorno ai quali si costruiscono questi diversi regimi sono differenti a seconda delle epoche e dei contesti: […]. Pensare la disabilità in una prospettiva sociale implica la necessità (e la difficoltà) di porsi in un’ottica che prevede anche all’interno di un’epoca storica e all’interno di una stessa società, la concomitanza non solo di diversi regimi, ma di una serie di modalità differenti anche in contraddizione tra loro. Peraltro, alcuni di questi regimi possono valere per certe tipologie di disabilità e non per altre, possono essere applicati solo all’interno di alcuni gruppi, possono essere operanti per alcuni ceti sociali».
(8) Roberti, L’uomo a-vitruviano cit., pp. 19-37.
(9) Ibid., pp. 107-123.
(10) Ibid., pp. 41-49.
(11) Cfr. Schianchi, Storia della disabilità cit., p. 42: «Sulla questione dell’uccisione dei bambini nati deformi nell’antica grecia abbiamo notizie meno certe».
(12) Per entrare adeguatamente negli sviluppi tematici, è necessario fare riferimento ai seguenti testi di Plutarco: Le virtù di Sparta, Milano, Mondadori, 1986; Le vite di Licurgo e di Numa, Milano, Mondadori, 1980.
(13) Denis Diderot, Encyclopédie méthodique.
(14) Cfr. almeno Roland Barthes, Miti d’oggi, Torino, Einaudi, 1994.
(15) Si tratta di un riferimento, stranamente, non rintracciabile più sul sito dell’ANSA, ma presente sul web in via indiretta.
(16) http://afp.google.com/article/ALeqM5hHzsLiMdT06yLSvTLMEozBFUC1sQ.
(17) Cfr., ad esempio, l’articolo dell’antropologo culturale Massimo Centini, apparso su «Avvenire» il 20 febbraio 2008: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17226.
(18) Nel novembre del 2012 il sito della facoltà in questione, ove era presente una pagina personale del professor Pitsios con pubblicazioni aggiornate al 2003 (sic), è stato cambiato e non si riesce più a trovare la pagina suddetta. Cerca su http://www.anthropology.med.uoa.gr.
(19) http://www.anthropology.med.uoa.gr/index.php/research/keadas.
(20) Cfr. http://www.grecia.it/forum/viewtopic.php?f=4&t=919: «“In questo tipo di societa” – prosegue Dionysos – i bambini appena nati venivano esaminati dagli anziani e, se apparivano deboli o deformi, erano esposti sul monte Taigeto perché fossero raccolti dagli Iloti, oppure lasciati morire lì. E seppure fossero stati gettati nel precipizio – come era previsto dal decreto emanato nel VII secolo a.C. dal legislatore Chilone anche per i traditori della patria – possiamo star certi che oggi, dopo più di 2.500 anni, delle piccole cartilagini che costituivano i loro piccoli scheletri non rimane più traccia. Ecco perché – conclude scettico Dionysos – sul fondo del precipizio sono state trovate solo le ossa di uomini adulti”».
(21) Schianchi, Storia della disabilità cit., p. 34.
(22) Ibid., pp. 55-61.
(23) Ibid., pp. 49-65.
(24) Ibid., pp. 67.92.
(25) Cfr. ibid., p. 94: «Peraltro, per Geremek, marginali e marginalità sono nozioni ampie che racchiudono anche l’idea di povero e di debole e non individuano, ipso facto, una classe o una categoria di persone, ma definiscono una condizione sociale, un processo più che una realtà statica e stabilizzata. Marginalità è un concetto per iniziare, che si apre a un più articolato scenario sociale, fluido e mutevole, i cui contorni vanno, di volta in volta, chiariti e definiti poiché, se proprio bisogna dare una definizione, a questa categoria appartengono soggetti con caratteristiche eterogenee: individui che, per quanto messi ai margini, restano all’interno del sistema sociale; individui “declassati privi di statuto sociale determinato, considerati superflui dal punto di vista della produzione materiale e intellettuale, e che considerano se stessi come tali” (Geremek, 1992, p. 132 [Bronisław Geremek, Uomini senza padrone. Poveri e marginali tra Medioevo e Età moderna, Torino, Einaudi, 1992, N.d.R.]); individui che, dai legami sociali dominati, “sono esclusi o non vi vengono ammessi, appaiono come socialmente superflui o pericolosi” (ivi, p. 133). Marginalità è dunque un’entratura iniziale necessaria ma non sufficiente anche quando “imposta” dalle difficoltà documentarie che sembrano impedire di articolare, decostruire, superare (solo con più ricerca e più in profondità) questo concetto stesso».
(26) Ibid., p. 105.
(27) Cfr. Fernando J. Bouza Álvarez, Tinieblas vivente. Enanos, bufones, monstruos y otras creatura del Siglo de Oro, in R. García Cárcel (a cura di), Marginales. Los olvidados de la historia, Barcelona, Circulo de Lectores, 2002, pp. 123-203.
(28) Cfr. Schianchi, Storia della disabilità cit., p. 208: «Accostata spesso da un punto di vista antropologico, sociologico e psicologico alla paura della certa morte, la disabilità come possibilità dell’essere umano è addomesticata e rimossa attraverso il “codice della normalità” (Baudrillard, 1990, p. 43 [Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Milano, Feltrinelli, 1990, N.d.R.])».
(29) Ibid., pp. 163-178.
(30) Ibid., pp. 110-111.
(31) Ibid., p. 118.
(32) A tal riguardo cfr. Roberti, L’uomo a-vitruviano cit., pp. 289-313.
(33) Schianchi, Storia della disabilità cit., pp. 129-161.
(34) Ibid., pp. 119-124.
(35) L’ENIL (European Network on Independent Living, cioè Rete Europea per la Vita Indipendente, organizzazione di persone con disabilità, che opera per diffondere e promuovere l’applicazione di definizioni, concetti e princìpi della Vita Indipendente) scrive “vita indipendente” con le iniziali maiuscole, che di seguito al testo sintetizziamo con la formula V.I.
(36) Si consulti il sito web www.enil.it.
(37) Si consulti il sito web www.enil.eu.
(38) Si consulti il sito web www.consequor.it.
(39) V.I.: tentativo di una definizione, in www.enil.it.
(40) Cfr. Roberti, L’uomo a-vitruviano cit., pp. 223-241.
(41) http://rsb.provincia.brescia.it/hosted/comprensivo2/icare/pdf/ICF_programmazione_educativa.pdf.
(42) http://www.fondazionealario.it.
(43) http://www.linkedin.com/pub/silvia-corl%C4%83teanu-granciuc/52/9b5/332.
(44) http://studentsday.wordpress.com.

Sociologo esperto-studioso in disabilità, referente accademico dell’Ateneo Federiciano di Napoli. Vicepresidente di ENIL Italia (European Network on Independent Living).

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